venerdì 20 maggio 2022

Ravensong. Il canto del corvo (TJ Klune)

Con il primo volume non ero stata fortunata.

Ho voluto provare con il secondo per ricredermi un po', visto che per una challenge di lettura tra gli obiettivi era indicata una lettura MM. Niente. Tentativo fallito. Io con i licantropi non vado proprio d'accordo.

La storia narrata più di 600 pagine mi è parsa ripetitiva. Molto. Troppo. Dialoghi lasciati spesso in sospeso, tuffi nel passato che hanno fatto rivivere momenti già noti a chi ha letto il primo volume dando informazioni in più rispetto a quanto già conosciuto ma che ad un certo punto mi hanno fatto impazzire visto che questi frammenti vengono inseriti all'interno della narrazione senza che venisse indicato un periodo storico antecedente o altre indicazioni che rimandassero al passato. Il lettore deve capire da solo quando il protagonista, Gordo, ricorda e quando, invece, racconta.

Ho trovato molto efficaci le descrizioni, questo va detto... ma lo spirito del branco, i legami, i rapporti di protezione reciproca vengono proposti continuamente, fino a nausea almeno per me.

Gordo Livingstone, dicevo, è il protagonista, voce narrante. Non è un lupo ma uno stregone che ha un ruolo particolare all'interno di una storia che si snoda attorno alla necessità di difendere il branco e di combattere, stavolta, un'infezione misteriosa che solo sul finale si scoprirà (e qui sta il colpo di scena che è forse l'unica cosa che mi è davvero piaciuta) da dove arrivi. Il finale, appunto, è ciò che forse nobilita tutta la storia e le ultime pagine lasciano aperta la porta ad un seguito che credo proprio non cercherò.

La mia è una voce fuori dal coro, ok. Non sono un'appassionata del genere e ci può stare, non tutto piace a tutti. Ma anche quando leggo generi che mi appartengono se la storia mi cattura supero i miei limiti... stavolta non ce l'ho fatta e la lettura mi è sembrata ridondante, troppo. Credo che la storia si sarebbe potuta snodare in meno pagine delle effettive.

La parte romance "spinta" non arriva mai e questo non mi è dispiaciuto. I continui riferimenti all'attrazione tra i due protagonisti, Gordo e  Mark Bennett, che ci mettono un bel po' a decidere di essere fatti l'uno per l'altro, non mi hanno disturbata. Anzi, forse è la parte che mi è piaciuta di più con i continui allontanamenti e la sofferenza che questo ha provocato in loro.

Simpaticissimi gli "umani" che tra i membri del branco strappano pure qualche sorriso.
***
Ravensong. Il canto del corvo
TJ Klune
Triskell edizioni
619 pagine
13.00 euro copertina flessibile, 5.99 Kindle

sabato 14 maggio 2022

Formule mortali. La prima indagine del commissario Ansaldi (F. Morlupi)


Finalmente ho conosciuto i cinque di Monteverde e… mi sono proprio piaciuti. 

Formule mortali è il libro di esordio di un autore che mi ha piacevolmente colpita per la capacità di sommare una narrazione incalzante ed attenta (a parte qualche ingenuità che sono disposta a perdonare senza problemi soprattutto circa l’uso di alcuni termini… es. Non mi sembra che nulla di valore sia stato rubato – due negazioni stonano… io avrei scritto Non mi sembra che qualcosa oppure Mi sembra che nulla) con personaggi ben strutturati, che si impara a conoscere piano piano e che fidelizzano subito il lettore. Il commissario Ansaldi è un po’ il prototipo del commissario imperfetto che non è una novità nel mondo del giallo/thriller ma il suo essere così fragile, emotivamente fragile, le sue ansie ma anche la sua voglia di tenere sotto controllo tutto ciò lo rende molto umano. Accanto a lui quattro collaboratori che hanno ognuno una personalità ben definita e che tra le pagine, nelle more dell’indagine, si raccontano e si fanno conoscere.

Uno dei personaggi che non fa parte del gruppo ma che avrà un ruolo importante nella storia è Alessio: un nerd che mi entrato subito in simpatia con le sue manie (che mi ha fatto pensare a tanti ragazzi di oggi), con le sue fissazioni ma anche con le sue grandi abilità. Mi è piaciuto molto così come tra i collaboratori di Ansaldi mi ha incuriosita particolarmente la figura della prima persona che appare nel romanzo, quella che apre il racconto, il vice ispettore Loy che, pure, quanto a personalità ha parecchio da dire.
Le indagini si concentrano attorno ad alcuni omicidi dei quali non si riesce a venire a capo. Anche se le descrizioni non sono mai sopra le righe va detto che gli omicidi attorno ai quali si indaga sono molto efferati, in stile americano ma con ambientazione romana. Omicidi che ben presto saranno collegati ad un giro di macabro voyerismo collegato alla presenza, sulle scene del delitto, di formule che portano al mondo della fisica, della matematica. Ma può essere il puro piacere di vedere il dolore degli altri, fino alla morte, a motivare tutto ciò?
Sul finale si potrebbe discutere ma mi limito a dire (per non spoilerare nulla) che è stata una lettura gradevole e che leggero di certo anche le altre avventure di Ansaldi e i suoi anche se quelli presentati soo crimini particolmente feroci per le modalità di esecuzione delle povere vittime. Nonostante questo (un po' inverosimile che i colpevoli possano riuscire a fare tanto... e questa considerazione è sorta spontanea soprattutto dopo aver capito chi sono i colpevoli) non sono descrizioni cruente o che rendono pesante la storia. Sono sempre omicidi, è evidente ma le descrizioni sono comune moderate. Efficaci ma moderate.
***
Formule mortali. La prima indagine del commissario Ansaldi
François Morlupi
Croce Libreria editore
320 pagine
Kindle Unlimited

martedì 3 maggio 2022

La piccola libreria di Venezia (C. Giorgio)

Premessa obbligatoria: da una parte ho trovato il libro scorrevole e ben scritto, dall’altra la storia mi è sembrata come una serie di cliché e di déjà vu che mi hanno un po’ innervosita… a partire dal fatto che la protagonista si presenta come una dottoressa che cura le anime consigliando i libri giusti. Diciamolo subito.

Mi ha ricordato altri libri ed altre storie nelle quali librai/e vengono presentati come “dottori” che curano grazie alle storie, alle parole. Devo ammettere che le storie che parlano di libri sono molto simili, sotto alcuni aspetti, ma a ben guardare non si sbaglia quando si dice che un libro può salvare un'anima. Se non altro, può allietarla e darle la giusta direzione. Questo aspetto, anche se un po' troppo sfruttato, è forse quello che mi ha coinvolta di più. 
 Da amante dei libri e delle storie mi sono trovata a mio agio tra i tanti riferimenti letterari, come se fossi stata proprio a casa mia.

La storia della libreria, però, è passata fin dalle primissime pagine in secondo piano rispetto alla storia d’amore che magari ci sta pure ma mi è sembrata costruita con qualche forzatura. Un amore che scoppia all’istante, un legame forte ma minacciato da un ex, da una parte, e da un passato che ancora è piuttosto vivo sottopelle, dall’altro.

I personaggi non mi sono sembrati molto approfonditi dal punto di vista psicologico ed avrei preferito sapere qualche cosa in più in merito alle loro vite, al loro passato, alle loro abitudini…

Ho anche scoperto, solo quando sono andata a curiosare a lettura conclusa, che il padre della nostra libraia è stato protagonista di un precedente volume per cui le storie sono collegate. Due libri autoconclusivi, questo va detto, però, sono certa molti elementi me li sono persi perché erano già spiegati in precedenza. Ammetto di non aver fatto molto attenzione nella scelta di questo libro che ho voluto leggere sia perché ho apprezzato l’autrice in altri suoi scritti ma anche per concedermi un momento di leggerezza del quale sentivo particolarmente bisogno.

Ecco, se preso come un libro leggero, senza troppe pretese, con una storia d’amore che non offre molti colpi di scena allora può andare. Se si cerca qualche cosa di diverso, allora, meglio evitare e passare ad altro.

Una chicca finale? I consigli di Margherita, la protagonista. Per le varie situazioni (problemi di cuore? Mancanza di fiducia in se stessi? etc...) suggerisce una "medicina". Ci sono tanti spunti. Idea carina.
 
Non lo rileggerei di sicuro (per fortuna l'ho trovato in prestito gratuito nel sistema Mlol), di questa autrice ho letto I migliori anni che è un libro decisamente diverso, una scrittura più matura, più coinvolgente e meno banale.
***
La piccola libreria di Venezia
Cinzia Giorgio
pag. 286
Newton Compton editori  
10.00 euro copertina rigida, 2,99 Kindle

venerdì 29 aprile 2022

Le mogli hanno sempre ragione (L. Bianchini)

Ritrovare i personaggi che ho amato in quel di Polignano è sempre un piacere. Nell'ultimo libro di Luca Bianchini, Le mogli hanno sempre ragione, per tutta la prima parte del libro ho avuto l'impressione che l'autore volesse proprio fare leva più sui personaggi già noti ai suoi lettori che non alla storia in quanto tale.

 

Perché è vero che viene ritrovato il cadavere di Adoración, una donna che prestava servizio nell'abitazione di Matilde, ex moglie di don Mimì, ma è anche vero che per tutta la prima parte del libro si punta molto sui personaggi. Oserei dire esclusivamente su di loro visto che il caso resta in secondo piano.

Le indagini che vengono portate avanti dal commissario Gino Clemente (che è in attesa di pensionamento) e della sua collega, la brigadiera Agata De Razza, all'inizio mi hanno un po' fatto storcere il naso soprattutto perché gli interrogatori sembrano più la raccolta di informazioni per un articolo da pubblicare su Novella 2000 piuttosto che per avere concrete informazioni. Ho avuto l'impressione che l'autore si sia piegato molto al modo di fare di un piccolo centro, dove tutti si conoscono, dove le chiacchiere corrono e dove si indaga in maniera particolare, andando a chiedere anche informazioni che nulla hanno a che vedere con il caso quanto, piuttosto, con la sfera personale dell'interrogato o dell'interrogata. Ne esce una vera e propria commedia all'italiana che stride con la presenza di un morto e con le relative indagini. 

Da metà libro in avanti si inizia ad entrare nel vivo di ingagini nelle quali, però, c'è un rincorrersi di situazioni che aprono la porta su altrettante situazioni ingarbugliate, in linea con ciò che accade in un piccolo paese. E quella Polignano, continuamente nominata, inizia ad essere un tantino ingombrante.

Ho apprezzato il cambiamento del rapporto tra Clemente e la De Razza ma tutto il resto mi è sembrata una specie di pantomima davanti alla quale ho avuto la sensazione che, da un momento all'altro, il cadavere della poveretta riprendesse vita per urlare "....bella gente!!! Qui c'è un cadavere... ce lo ricordiamo???". 

E poi ho avuto la sensazione, per tutto il libro, che ci fossero dei personaggi intoccabili, inseriti tra i sospettati ma che mai e poi mai avrebbero potuto essere i colpevoli.

Ho avuto la sensazione che l'autore, con la tipologia di indagini a cui ha dato vita, abbia voluto rendere fruibile il romanzo anche a chi di Ninella e Don Mimì non sapeva assolutamente nulla ma io trovo che sia un volume da leggere dopo gli altri per comprendere bene certi meccanismi.

Il finale? Bhè, posto che alcune figure le avevo escluse in partenza proprio per necessità secondo il mio punto di vista narrativo, non mi ha sconvolta più di tanto perchè il cerchio era piuttosto stretto... ed ho avuto la sensazione che il fatto che ci sia stato un morto in tutto il contesto polignanese sia stato un incidente di percorso da non ripetere mai più (per non avere altri morti, certo, ma soprattutto per non rischiare di diventare banali).

Ora resta da capire se Bianchini vorrà dare un futuro ai protagonisti dal lato investigativo proponendoli in un altro caso (in futuro) ma stavolta gli consiglio di dare una virata ben decisa alla narrazione perchè, alla lunga, pure la bella Polignano stanca. Se, invece, vorrà tornare a parlare degli affari di cuore di don Mimì e Ninella... bhè, dovrà trovare qualcosa di davvero forte per riscattarsi un po'. 

Oppure, dai, finiamola qui e lasciamo stare l'idea dei personaggi seriali....

***
Le mogli hanno sempre ragione
Luca Bianchini
Mondadori editore
240 pagine
18.50 copertina flessibile, 9.99 Kindle

lunedì 25 aprile 2022

Cambiare l'acqua ai fiori (V. Perrin)

 

 

Nel leggere le prime pagine mi sono chiesta come mai un libro di questo tipo avesse avuto così tanto successo. Andando avanti, piano piano, entrando nella storia, mi sono data una risposta.

Nei primi capitoli mi è sembrata una storia ordinaria, niente di eccezionale, niente che potesse giustificare il tanto parlare che se n'è fatto. Andando avanti, però, mi sono ricreduta. So che ci sono opinioni contrastanti in merito ma evidentemente avevo bisogno, in questo periodo, di una storia così. Una storia che porta a galla verità sconosciute, che riabilita figure passate nell'ombra e che tocca la sensibilità del lettore perché, chi più chi meno, tutti hanno fatto visita ad un cimitero ma pochi si soffermano, credo, a pensare alle vite di quelle figure che scorrono davanti agli occhi nello spostarsi da una bara all'altra. Comprese quelle delle persone più care.

Quante storie, quanti legami, quante ambizioni, quante paure, quante tragedie sono celate dietro a quelle piccole immagini? E dietro all'immagine del caro estinto quanti ricordi possono emergere? Quante verità mai dette?

La storia narrata da Valérie Perrin in quello che è stato un vero e proprio caso letterario qualche anno fa e che è arrivato tra le mie mani quando su di lui i riflettori si sono abbassati, secondo il mio parere è originale sia nello stile di scrittura che nei contenuti così come nella scelta dei tempi narrativi.

Violette racconta e si racconta con una naturalezza che sembra addirittura imbarazzante in alcuni passaggi: racconta la sua vita e le vite che si sono intrecciate, volente o nolente, con la sua. Racconta le illusioni e le speranze di una ragazzina, la disperazione legata alla perdita, il dolore legato alla conoscenza di vicende che spesso si preferirebbe non conoscere.

Violette è una donna dalla grande personalità. Una donna forte ma che non nasconde le sue debolezze trasformandole, a loro volta, in forza. Violette è una donna sola. Una donna che è sparita, giorno dopo giorno, schiacciata da un dolore troppo grande per potergli sopravvivere. Eppure è lì, a dare conforto a quanti vanno da lei, dalla custode del cimitero in quella casina che ha sempre la porta aperta per il prossimo. Quella stessa porta che è stata aperta per lei, tempo prima, quando l'idea di diventare guardiana del cimitero ancora non la sfiorava nemmeno da lontano.

Ho trovato una sorpresa in ogni pagina e mi sono resa conto che è stata offerta al lettore con quella naturalezza che sopra definivo imbarazzante. Ogni sorpresa arriva al lettore quasi sottotraccia, senza clamori. Eppur ognuna a suo modo è sconvolgente, è eclatante soprattutto in merito alle vicende principali. 

Sono contenta di aver incontrato questa lettura in questo momento della mia vita. 

Probabilmente era il momento giusto. 

Non credo che serva, ha già fatto la sua strada, ma lo consiglio.
***
Cambiare l'acqua ai fiori
Valérie Perrin
Edizioni e/o
473 pagine
18.00 euro copertina flessibile, 11.99 Kindle

venerdì 22 aprile 2022

It ends with us. Siamo noi a dire basta (C. Hoover)

Se non fosse stato per una lettura condivisa da fare per la Escape Ciambelle challenge a cui sto partecipando probabilmente non avrei mai scelto di leggere questo libro. Non amo il genere e ammetto che ogni volta che mi capita un romance tra le mani sono sempre piuttosto prevenuta. 

Devo dire, però, che la Hoover scrive bene e che ha saputo proporre una storia non banale, con un finale coraggioso, personaggi ben delineati dal punto di vista psicologico e quelle brevi parentesi che proprio mi fanno venire l'orticaria - con le descrizioni di momenti di sesso tra i protagonisti, l'ho detto - non mi hanno disturbata più di tanto perché ben dosate e non eccessive. Il giusto per mantenere lo status di romance ma senza scadere nel banale, nello scontato, nel troppo.

Detto questo, la storia inizialmente mi aveva fatto pensare a qualche cosa di visto e rivisto: lei con un equilibrio familiare precario ed un passato che bussa costantemente alla sua porta incontra lui, bello, bellissimo, ottima posizione lavorativa, portafogli bello gonfio e... tormentato. 

I due si incontrano per caso ma il loro incontro sembra destinato a diventare il primo di una serie di situazioni che passeranno per il "...non voglio storie serie ma avventure di una notte" di lui al "...solo per amore", di lei. Incompatibili. Decisamente incompatibili. Oppure no? Dopo una manciata di pagine immaginavo già il finale e sbuffavo, anche, convinta di essermi impelagata in una banalissima storia d'amore.

Mi sbagliavo.

L'autrice offre personaggi per niente banali e affronta tematiche importanti come quella della violenza domestica in modo efficace e lanciando un messaggio ben preciso sia alle donne che agli uomini. Quella raccontata è una storia d'amore, è vero, ma è anche una storia di coraggio che l'autrice mette in campo (per sua ammissione nelle note finali) per esperienza diretta. Si tratta di un romanzo, non di una storia vera, ma l'esperienza dell'autrice con un padre violento è reale.

Ho molto apprezzato il finale e la scelta coraggiosa dell'autrice sta proprio qui, secondo me.

Un aspetto che mi ha un po' disturbata (più delle scene di sesso, per essere chiari) è stato il continuo riferimento al fare beneficienza, come se fosse un biglietto da visita di sicura buona condotta: per esperienza posso dire che spesso il fare beneficienza viene considerato un modo spicciolo di lavarsi la coscienza per cui non lo trovo affatto un punto a favore di qualcuno in modo oggettivo. Ma è solo un dettaglio, non voglio essere pignola.

Consigliato a chi ama le storie d'amore non troppo scontate ed è disposto anche a riflettere un po'.
***
It ends with us. Siamo noi a dire basta
Colleen Hoover
Sperling & Kupfer
330 pagine
15.90 copertina rigida - 9.99 Kindle

martedì 19 aprile 2022

Fiore di roccia (I. Tuti)

 

Lo stile di Ilari Tuti mi piace. 

Mi piace il suo modo di provocare emozioni con parole che non sono mai banali, mai di troppo. Nel leggere Fiore di roccia - libro al quale mi sono approcciata con la consapevolezza di avere tra le mani una storia dolorosa, visto che è ambientata in un periodo di guerra - ho avvertito tutta la forza che le protagoniste hanno dimostrato di avere. Fisica e non solo. Perché sono loro le protagoniste, le donne. Quelle stesse donne che hanno visto i loro uomini andare al fronte, i loro figli morire per la patria, i loro fratelli strappati dall'abbraccio della famiglia per fare il proprio dovere. Loro sono rimaste lì, nelle loro case, improvvisamente sole ma non per questo a disperarsi. Tutt'altro. Sono rimaste con la consapevolezza di avere un ruolo ben diverso da quello della classica madre di famiglia. C'è la guerra. E la guerra cambia le carte in tavola, minaccia gli equilibri, promette morte. Da una parte e dall'altra perché quando la guerra miete vittime lo fa senza guardare in faccia a nessuno, porta via uomini, ragazzi che sono tali da qualunque parte del conflitto si trovino. E loro lo sanno. Agata lo sa.

Ambientato nel 1915 durante la Prima Guerra Mondiale in Friuli, al fronte del Pal Piccolo, sulle Alpi Carniche, il libro narra una storia poco conosciuta e che merita, invece, di essere raccontata.

Agata è una giovane donna che si mette in testa ad un gruppo di altrettante donne, più o meno giovani, che ogni notte (o quasi) fanno un faticoso e lungo percorso verso il fronte per portare ai soldati - da qui il loro appellativo di "Portatrici" - armi e non solo. Portano indietro anche cadaveri, all'occorrenza, per dare loro degna sepoltura.

Il loro è un viaggio faticoso, pesante, che affrontano a testa alta nella consapevolezza di avere un compito da portare avanti e di essere le uniche, in quel particolare momento storico, a poterlo fare. Nonostante la paura, nonostante il freddo, nonostante le avversità, nonostante il dolore e le piaghe che questo cammino provoca nel loro corpo e nella loro anima si caricano le gerle in spalla e vanno. 

Anche loro contribuiscono alla causa e diventano parte integrante di un esercito inizialmente diffidente ma piano piano sempre più rispettoso e riconoscente.

Di questa storia ho ammirato il coraggio di quelle donne ma soprattutto la delicatezza della penna che le ha raccontate. Una delicatezza che le ha rese reali anche nei momenti più duri e tragici. Una delicatezza che non scade mai nella superficialità e che, allo stesso tempo, non travalica mai i confini del rispetto: secondo il mio parere è una storia scritta con profondo rispetto. Rispetto per vita, prima di tutto. Rispetto per scelte di ognuno, poi. E quella delicatezza, parola dopo parola, si trasforma in forza: la forza di una storia che non conoscevo e che, seppur dolorosa, mi ha riempita d'orgoglio e di speranza. 

Viene raccontata una storia di coraggio, di morte, ma anche di speranza e d'amore. In mezzo a tutte le brutture della guerra può sbocciare anche il fiore dell'amore. E qui devo dare un grande merito all'autrice con il rischio di ripetermi: l'amore si respira in ogni pagina (non è forse l'amore che muove i passi di quelle donne? Non l'amore per un uomo in particolare, ma l'amore per la vita, per l'altro, per il genere umano...) e da un certo punto in avanti diventa più potente e trova un'identità, ma non viene reso ne' in modo volgare ne'... irrispettoso della situazione. Arriva. C'è. Ma non invade altri ambiti, non oscura niente e nessuno. Nasce e cresce in modo discreto ed emoziona il lettore. Con me, almeno, è stato così.

Libro scritto in punta di penna, emozionante, doloroso, intenso, da non perdere. Da leggere con profondo rispetto.
***
Fiore di roccia
Ilaria Tuti
Longanesi editore
320 pagine
18.80 euro copertina rigida, 9.99 Kindle

sabato 16 aprile 2022

Il fiore di Minerva (C. Mari)

Quella raccontata da Carmine Mari, nel libro che ho letto in collaborazione con Thrillernord, è una storia di intrighi, misteri e suggestioni di un’epoca, siamo nel XVI secolo, che è già affascinante di suo, per complessità e fascino. 

Un’epoca che rivive nelle descrizioni attente e meticolose dell’autore, nelle abitudini raccontate, negli abiti descritti con dovizia di particolari, nei vicoli che sembrano emanare quell’afrore dovuto alla vita di strada e al passaggio dei cavalli davanti alle bettole cittadine.

La trama è piuttosto intricata ma si dipana in modo piacevole, coinvolgendo il lettore e portandolo ad accrescere la voglia di capire come si arriverà a smascherare il colpevole che, a ben guardare, non fornisce colpi di scena quanto alla sua identità, piuttosto quanto alla direzione e alla svolta che riguarderanno le indagini.

Ad indagare è un uomo, Héctor dell’Estremadura, di cui si conoscono solo in parte i tormenti e che si presenta al lettore sotto le vesti di capitano di una nave ma che, ben presto, dimostrerà le sue capacità investigative accettando un incarico che non comporta mettersi al timone di una nave ma che richiede la ricerca di indizi, di testimonianze e di prove per smascherare il colpevole di una morte misteriosa. E non solo di quella, a dire il vero.

La narrazione è molto ricca e sono tanti i termini che vengono utilizzati per rendere appieno le suggestioni dell’epoca. Io sono sincera, ho dovuto prendere nota per capire bene termini che non mi erano familiari ma il bello sta anche in questo, nell’arricchire il proprio vocabolario!

Allo stesso tempo sono tanti i personaggi che entrano in gioco sia nelle more dell’indagine che attorno alla vita dei personaggi principali. Non è un libro che si può leggere di fretta, almeno per me è stato così, perché si rischierebbe di perdere dei passaggi importanti.

Devo ammettere di non aver affrontato la lettura con spirito eccessivamente critico dal punto di vista della ricerca storica: mi sono affidata completamente all’autore per cui non ho niente da dire a tal proposito se non che il lavoro di ricostruzione storica delle dinamiche dell’epoca, dei personaggi, delle abitudini sociali dev’essere stato sicuramente molto profondo. Me lo sono goduto, assaporando il piacere di essere catapultata in una vita a me lontana ma molto intrigante.

Certo, le vicende narrate non sono del tutto piacevoli (e non solo per via della morte attorno alla quale si indaga) soprattutto se si pensa a determinate pratiche comuni a quel tempo e decisamente inaccettabili (non dico altro per non spoilerare) ma sono consapevole che erano altri tempi e che, purtroppo, vigevano abitudini terribili.

Parallelamente alle indagini viene proposto anche l’aspetto umano di un’esistenza, quella di Héctor, che pur burbero e spietato, mostra un lato fragile, una voglia di riscatto dovuta a vicende passate che lo hanno toccato nel profondo.

Le figure femminili sono molto interessanti, su tutte quella di Costanza: una donna tenace, coraggiosa, bellissima ma dibattuta sulle questioni di cuore. Le esistenze di Héctor e Costanza si incontrano sia sul fronte delle indagini che dal punto di vista personale e le vicende che li riguardano, al di là della soluzione o meno del caso, mi inducono a pensare (o a sperare) che possa esserci un seguito alla storia. Sono curiosa, veramente curiosa.

Detto ciò non posso negare, però, che in alcuni punti ho trovato delle sviste e degli errori che, secondo il mio parere, un più attento lavoro di editing avrebbe potuto evitare e rendere la lettura ancora più gradevole e spedita. Resto comunque in attesa di un possibile seguito. La storia si chiude, è vero, ma volendo si potrebbe anche guardare al futuro sia con una nuova indagine per Héctor che con nuovi risvolti dal lato personale.
***
Il fiore di Minerva
Carmine Mari
Marlin editore
432 pagine
18.00 euro copertina flessibile

mercoledì 6 aprile 2022

Soffia forte il vento nel cuore di mio figlio (C. Bocca)

Due. Gli adolescenti in casa mia sono due. 

La più grande compirà diciassette anni a dicembre e il più piccolo quindici a giugno. Due mondi vicini eppure lontani perché ognuno dei miei figli è diverso dall'altro anche se, lo percepisco a pelle, pur nel loro diverso modo di vedere il mondo e di affrontare le difficoltà, si intendono alla perfezione anche nei rispettivi silenzi. 

Nel racconto di Carolina Bocca, mi sono rivista come madre. Una madre che si interroga, nel momento delle difficoltà, sul percorso fatto fino a quel momento, che si colpevolizza anche, ma che trova la forza di dare una sferzata alla vita sua e della sua famiglia con un coraggio che, pur venendo meno in momenti di fragilità, sarà fondamentale per aiutare quel ragazzo difficile che era, fino a poco tempo prima, quel bambino dagli occhi dolci.

Chi non affronta difficoltà con i propri figli? Magari non grandi come quelle legate alla tossicodipendenza di Seba, ma gli scalini da salire sono sempre tanti, più o meno alti, lungo il cammino di crescita di un figlio.

Mi sono rivista in Carolina in questo: nel dover affrontare difficoltà, diverse ma pur sempre difficoltà, rispetto alle quali si ha la sensazione di non avere gli strumenti giusti e davanti alle quali ci si rende conto che non si può avere vergona, che non si deve nascondere di vivere un momento difficile perché è dall'accettazione, dalla consapevolezza che passa, poi, la reazione. 

Quello di Carolina è un racconto accorato di una madre che - assieme alla sua famiglia - ha affrontato un duro percorso di rinascita accanto ad un ragazzino difficile. La tossicodipendenza è l'avversario contro cui combattere ma non può farlo una madre, non può farlo un padre se lui, Seba, non arriva a comprendere di avere bisogno di aiuto. Lascia ai lettori una testimonianza forte di quanto sia accidentato quel percorso, ma necessario per aiutare un adolescente a capire, a capirsi e a tirare fuori la forza di dire no a comportamenti sbagliati.

Quello di Carolina non è un racconto perfetto dal punto di vista stilistico e sono certa che non me ne vorrà per questo. Non è un best seller che aspira alla perfezione narrativa ma è un racconto di vita di una madre come ce ne potrebbero essere tante - credo che ce ne siano davvero tante che hanno affrontato, stanno affrontato o affronteranno momenti difficili accanto ai loro figli adolescenti - che vuole lasciare la sua testimonianza affinché altri possano farne tesoro e trovare, magari, quel coraggio e quella forza che mancano davanti ad ostacoli tanto grandi. 

Ho trovato in alcuni punti anche delle ripetizioni, pensieri che si rincorrono e si ripetono ma tutto ciò è perfettamente rappresentativo di come possa sentirsi una madre nel mezzo della tempesta che travolge la propria famiglia, le proprie convinzioni, le proprie certezza.

Aiutare Seba vuol dire anche mettere in discussione la propria vita e quella degli altri, vuol dire guardare in faccia ai propri errori e portare tutto ciò in dote per una crescita che riguarda tutta la famiglia e non solo l'elemento difficile. 

Questo racconto invita a guardarsi dentro ma infonde anche tanta fiducia perché, nonostante le difficoltà e le ricadute, non può mai mancare la speranza verso il raggiungimento della propria dimensione, del proprio equilibrio, verso un futuro diverso.

La parte che mi ha fatto riflettere di più, in assoluto, arriva verso la fine, quando Carolina ammette che, pur nell'amore sconfinato verso i propri figli, pur volendo fare sempre di tutto per aiutarli, per scansare loro qualche sassolino lungo il cammino di crescita, arriva un momento in cui il genitore deve farsi da parte e dare l'opportunità al proprio figlio di spiegare le ali, comprendendo che arriva il momento di prendere in mano la propria vita.

É proprio così. É difficile da fare, ne sono perfettamente consapevole, ma è così. 

In chiusura una precisazione è d'obbligo: Carolina Bocca è uno pseudonimo sotto il quale scrive un autore che ha interpretato alla perfezione il dolore e il coraggio della mamma di Seba.
***
Soffia forte il vento nel cuore di mio figlio
Carolina Bocca
Mondadori
272 pagine
17.90 copertina rigida, 6.99 kindle

lunedì 4 aprile 2022

Un mondo libero. La saga dei Fontamara vol. 2 (V. Cebeni)

 

Valentina Cebeni non delude. 

Chi conosce il suo stile di scrittura ritrova, in questo secondo volume della saga dei Fontamara, letto in collaborazione con Thrillernord la delicatezza della sua penna e, allo stesso tempo, la forza di personaggi e di una storia che non lasciano indifferenti e non si dimenticano.

Una penna delicata, la sua, anche nel descrivere gli orrori della guerra ma di una delicatezza che non vuol dire superficialità, tutt’altro. Io ho inteso questa delicatezza come rispetto: rispetto per le morti che, comunque, ogni volta che si è in guerra, si contano da ambo le parti, rispetto per la sofferenza di tutti.

Siamo a Roma. Autunno 1942. I Fontamara, con Eva in testa, sono alle prese con una guerra che segna i territori ma, soprattutto, le persone. Le segna nel fisico, nella mente, nell’anima. Le stappa agli affetti, in un modo o nell’altro, le priva della dignità, della libertà, della serenità. E le uccide. Perché anche se non si muore al fronte si muore d’inedia, si muore sotto ai colpi dei manganelli, si muore stremati dal lavoro, sfiancati dalle privazioni e umiliati fino al midollo dalle violenze inferte senza alcuna pietà. Si muore anche di dolore, si muore per l’orrore in cui ci si è imbattuti giorno dopo giorno. Perché anche se si resta vivi ciò che vedono gli occhi, ciò che sentono le orecchie, ciò che toccano le mani segna per tutta la vita fino nel profondo.

Eva è, ancora una volta, il pilastro attorno al quale ruota una famiglia intera e non solo. È la donna forte che tutti conoscono, tenace, astuta, altruista, amorevole ma ferma e decisa nel prendere decisioni per sé e per le persone che ama.

La guerra, però, mette a dura prova pure lei. Mette a dura prova tutti, dai più piccini ai più grandi. Strappa gli uomini dalle braccia delle mogli, delle sorelle e delle madri, lascia le donne sole a fare i conti non solo con il dolore per tutto ciò ma anche con una realtà incerta, sempre più pericolosa e minacciosa, con la necessità di tirare avanti così come con la paura di non sopravvivere. Lascia i bambini con l’orrore negli occhi e, se hanno avuto la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata, con la quasi certezza di non avere un domani.

Valentina Cebeni tratteggia personaggi che arrivano al cuore e dimostra che le donne non sono affatto esseri inferiori. Ci vuole coraggio ad affermare una cosa del genere davanti ai personaggi femminili che offre ai lettori!

Alle descrizioni che sembrano vere e proprie pennellate di parole, non sacrifica la personalità di personaggi intensi, che non temono di mostrare la loro fragilità, le loro paure ma anche tutto il coraggio che una situazione come quella che si è vissuta all’epoca della seconda guerra mondiale richiede.

Sono personaggi coraggiosi, ognuno a suo modo e che sono protagonisti di una storia forte, intensa, ben costruita e che appare particolarmente vera. Anche i più piccoli sono personaggi importanti e ben resi: mi è sembrato di vedere davanti agli occhi le bambine di casa quasi sfidare quei generali che ad un certo punto della storia stravolgono la loro routine con la loro presenza e mi è sembrato di leggere in quei volti tutto l’orgoglio dei Fontamara, così come mi era stato trasmesso nel primo volume ed ancor più nel secondo.

Ho sofferto molto tra le pagine di questo libro soprattutto perché quelle scene di guerra, quei pensieri che arrivavano dalla voce dei protagonisti, quelle considerazioni legate all’orrore della guerra sono oggi molto, troppo attuali e tali da dare ancora più intensità all’intera storia.

Non abbiamo imparato niente dagli errori del passato”

mi piace pensare che Eva pronuncerebbe queste parole se vivesse ai tempi nostri. Ed avrebbe tristemente ragione.

***
Un mondo libero. La saga dei Fontamara
Valentina Cebeni
‎ Sperling & Kupfer
509 pagine
18.90 copertina rigida, 9.99 Kindle

sabato 2 aprile 2022

Marcovaldo (I. Calvino)

 

Il libro Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, è composto da venti novelle ognuna delle quale è dedicata ad una stagione: il ciclo delle stagioni, dunque, si ripete tra le pagine per cinque volte. 

Il protagonista è sempre lui, Marcovaldo: un omino che fa tenerezza e strappa un sorriso con il suo modo di fare, con quel suo modo di cercare la natura in città. È un personaggio buffo, un po’ malinconico, uomo dall’animo semplice e uomo di fatica: ha una famiglia numerosa che non naviga economicamente in buone acque e lui non si tira indietro davanti al lavoro, per poter provvedere a moglie e figli.

Ho avuto la sensazione che, vivendo in città, avesse una grande nostalgia di una vita diversa, a contatto con quella natura che cerco in ogni situazione. È un po’ smarrito tra i cartelli pubblicitari e le scritte al neon che coprono la visuale della luna e delle stelle, si sente fuori posto anche se appare ben adattato alla vita di città.

La struttura delle varie novelle è, più o meno, sempre la stessa: tra il grigiore della città Marcovaldo cerca i segni dell’avvicendarsi delle stagioni sognando di tornare ad uno stato di maggiore contatto con la natura. Ed ogni volta, puntualmente, per lui è una delusione.

È un ingenuo, un uomo semplice, protagonista di quelle che sembrano delle piccole favole nelle quali, però, il finale porta con sé una buona dose d’amarezza.

Non si comprende in quale città si svolgano le sue avventure, quasi a voler intendere che situazioni di questo tipo potrebbero accadere ovunque, in qualsiasi metropoli industriale. Un’alea di mistero avvolge anche la tipologia del lavoro di Marcovaldo, quel suo caricare e scaricare casse per un’azienda di cui si conosce solo il nome ma non la tipologia, lascia pensare – sulla falsariga di quanto accade per la città – che possa trattarsi di un lavoro qualunque. Un lavoro di fatica, ma qualunque.

Nel corso della lettura ho avuto la sensazione che Calvino sia passato da storielle con sfondo leggermente comico a storielle più malinconiche, meno divertenti. Eppure il protagonista non si rassegna. Segue sempre il suo istinto tanto da apparire anche un po’ sciocco, a volte. Ma sempre ispirando tenerezza – almeno questo è capitato con me – nel lettore.

Non è un uomo fortunato, Marcovaldo. Colleziona anche delle brutte figure, passa anche dei guai di tanto in tanto ma… arriva sempre sera e, con lei, un sonno riparatore d'ogni offesa della giornata.

Un esempio da seguire in questo, riaprendo poi gli occhi con nuova fiducia per affrontare un giorno nuovo.
***
Marcovaldo
Italo Calvino
Mondadori editore
127 pagine
12.00 euro copertina flessibile

mercoledì 30 marzo 2022

Abbandonare un gatto (M. Haruki)

Il primo libro in assoluto che leggo di Murakami è un libro molto personale. Ho letto una storia che, per sua stessa ammissione, l'autore si è portato dentro per anni come una spina rimasta in gola. Una storia che è sedimentata giorno dopo giorno fino a che non si sono rotti gli argini ed ha avuto il bisogno di raccontare. 


 Racconta di suo padre, del loro rapporto, delle loro occasioni mancate, dei silenzi ma anche di momenti condivisi e di aspettative più o meno corrisposte.

Racconta di un uomo che si è sentito abbandonato dalla sua famiglia e che si è portato dentro per sempre il peso che da ciò è derivato.

Un racconto intimo, non romanzato: ho avuto la sensazione che l'autore aprisse il cassetto dei ricordi e tentasse di mettere in ordine immagini che affollavano in modo scomposto la sua mente. Mettere ordine, dare corpo, lasciare che i ricordi prendessero forma non dev'essere stato semplice. E l'idea di essere un figlio qualunque di un uomo qualunque che matura in lui verso la fine del racconto non l'ho interpretata come la volontà di sminuire il loro essere padre e figlio. Tutt'altro. 

Mi ha fatto riflettere su quanto ognuno di noi si elemento semplice di un universo fatto di tanti, tantissimi elementi semplici ma quanto ognuno sia a suo modo speciale. Scontato? Non molto... perchè magari si tende a non pensare che la storia di ognuno, seppur nella sua semplicità, è un tassello importante per la vita di qualcun altro, un esempio importante anche se spesso non sembra che sia così soprattutto nelle esistenze più umili, quelle considerate più ordinarie, uguali a tante altre. 

Ognuno di noi è una delle innumerevoli, anonime gocce di pioggia che cadono su una vasta pianunra. Una goccia che ha una sua individualità, ma è sostituibile. Eppure quella goccia di pioggia ha i suoi pensieri, ha la sua storia e il dovere di continuarla. Non lo dobbiamo dimenticare. Anche se si perde la propria individualità per essere inglobati e annullati in una qualche massa.

Il libro dal punto di vista estetico si presenta molto bene. Belle le illustrazioni, copertina rigida, formato gradevole da tenere tra le mani. Lo stile di scrittura è didascalico. Essendo ricordi non sono presenti dialoghi ma considerazioni che accendono i riflettori non solo sul loro rapporto di padre e figlio ma anche sulla cultura giapponese, sulla guerra, sulle abitudini di un popolo che io, sono sincera, sento molto lontano.

Murakami è un autore che non conosco per cui non so fare confronti con altre sue opere. Così come conosco poco la cultura giapponese tanto da avere la sensazione di non avere un grosso feeling con la letteratura orientale. Limite mio, senza ombra di dubbio.

Devo riconoscere, però, pur non potendo fare grandi paragoni, che l'autore riesce a creare un rapporto intenso con il lettore seppur con poche pagine. E non è cosa da tutti.
***
Abbandonare un gatto
Murakami Haruki
Einaudi editore
76 pagine
15.00 euro copertina rigida, 8.99 Kindle

martedì 29 marzo 2022

Il testimone chiave (S. Savioli)

 

Seconda indagine per l'agenzia investigativa Cantoni. Secondo mistero da risolvere. 

Tornano ne Il testimone chiave i personaggi nati dalla fantasia di Sarah Savioli: Cantoni, investigatore privato titolare dell'omonima agenzia, Tonino suo fidato collaboratore ed Anna. Collaboratrice anche lei, fidata anche lei, ma piuttosto sui generis visto che non ascolta e raccoglie le testimonianze di persone informate sui fatti ma... di animali e piante. Una dote, una capacità che non ha sempre avuto ma che ha sviluppato nel tempo, a seguito di una piccola ischemia cerebrale, e che non è del tutto comprensibile da parte di chi gli stà accanto. Qualcuno la compatisce, qualcuno cerca di comprenderla, qualcun altro la consdiera un po' svitata piuttosto che dotata. E lei lascia anche che si pensi questo. Non è certo l'approvazione degli altri ciò che le interessa. Questa è una caratteristica che mi è piaciuta molto di Anna: si accetta, accetta le sue capacità con tutte le stranezze che comportano ma, a livello più umano, si accetta come persona. Ha mal di schiena, è un po' pasticciona, ha dei limiti che conosce molto bene anche nei rapporti personali ma si accetta con ironia.

Devo ammettere che la parte che mi è piaciuta di più di questo secondo romanzo è la descrizione della sfera personale più che l'indagine in quanto tale. Sono i rapporti tra persone che mi hanno incuriosita maggiormente, in particolare quello tra Anna e suo padre (che a ben guardare è un rapporto dolorosamente inesistente) ma anche quello di Anna con sua sorella che arriva ad una stabilità che all'inizio della storia sembrava lontana. E poi anche la sfera umana di Cantoni, il suo capo, mi ha colpita. Quell'uomo così silenzioso e burbero che sembra non avere un cuore ma che invece...

Altro punto di forza della protagonista, secondo il mio parere, oltre ad essere un personaggio molto reale nonostante la sua dote, è l'ironia con la quale affronta la vita. Per lei è una sorta di ancora  di salvataggio che l'aiuta a venire fuori da ogni situazione, anche dalla più dolorosa. L'ironia è un filtro con il quale affronta le varie situazioni che le si pongono davanti e l'uso del quale appare vincente sia nei risvolti concreti che la riguardano che ai fini narrativi, strappando anche qualche sorriso. 

Anna, grazie alla sua particolare capacità, impara ad ascoltare quello che molto spesso il resto delle persone non sente o che, più semplicemente, fa finta di non sentire. Conosce punti di vista diversi, ascolta racconti che a volte sbalordiscono per la loro semplicità ma anche per la loro realtà e sono racconti che invitano a riflettere in modo, a volte disarmante.

Questa volta l'agenzia Cantoni indaga sulla morte di un anziano signore che ha lasciato una cospicua eredità alla sua badante straniera. Cosa, questa, che insospettisce i figli (uno dei due figli in particolare) tanto da indurlo a chiedere l'aiuto di un'agenzia investigativa per fare luce su quella che ritiene essere stata una circonvenzione d'incapace. 

La storia raccontata dal figlio della vittima, però, ben presto si rivela di gran lunga diversa da quella che è in realtà. Nelle more dell'indagine cambiano i punti di vista, cambiano le prospettive ed emergono informazioni inaspettate sempre, guarda un po', suggerite dalle confidenze di piante ed animali più o meno inclini alle chiacchiere. 

Scrittura scorrevole, storia non violenta ma che mantiene alta la curiosità su come si siano davvero svolte le cose, animali determinanti così come determinante è l'acume di Anna che, pur non riuscendo a mettere ordine nella sua vita con troppa semplicità, aiuta a mettere ordine nelle vite degli altri. 

Essendo il secondo volume di una serie consiglio la lettura in ordine pur trattandosi di una storia autoconclusiva (è una raccomandazione che faccio sempre perchè le serie, nate come tali, hanno un loro perchè dal punto di vista cronologico).

Lettura piacevole, non troppo impegnativa, di svago.
***
Il testimone chiave
Sarah Savioli
Feltrinelli editore
304 pagine
16 euro copertina flessibile, 9.99 Kindle