lunedì 17 agosto 2026

L'uomo del destino (M. Soldani)

Ci sono storie che nascono non solo dalla penna, ma da un incontro fortuito con il passato. È questo il caso de L’uomo del destino, il romanzo di Massimiliano Soldani che si apre con un’immagine quasi cinematografica: una villa rinascimentale isolata tra i boschi, un mattone murato con incise tre api d’oro e un profumo elettrico di ozono che sembra immobilizzare il tempo.
Da questo seme del mistero autobiografico, Soldani tesse una trama ambiziosa che attraversa i secoli, collegando la caduta di Costantinopoli alle colline toscane, fino a giungere alle radici segrete della famiglia Buonaparte.
Ammetto di non essere un’assidua lettrice del genere storico - e dunque lascio volentieri agli accademici il compito di vivisezionare il rigore delle ricostruzioni - è innegabile che il romanzo possieda una forza narrativa trascinante. La storia non si limita a riportare fatti, ma cerca di dare un’anima ai protagonisti: dalla fiera Arianna Paleologo, custode di un sangue imperiale in fuga tra i gorghi del Tevere e le imboscate in Toscana, al giovane Giulio, orfano in cerca di identità tra le mura della fortezza del Volterraio all'Isola d'Elba.
Il cuore pulsante dell’opera risiede proprio in questa ricerca del destino, un filo rosso (o meglio, oro, come le api dello stemma) che lega personaggi lontani nel tempo ma uniti da una missione comune: la difesa di un'eredità ideale.
La scrittura di Soldani è impetuosa, quasi febbrile, riflettendo chiaramente l'urgenza dell'autore di trasmettere un messaggio che sente profondamente suo. Non ho condiviso alcune scelte grammaticali - ma si tratta di una osservazione del tutto personale - e, onestamente, un editing più attento avrebbe esaltato ancora di più la bellezza del racconto. Ciò non toglie che L’uomo del destino sia un viaggio affascinante che parla di radici, di simboli (come l'aquila bicipite o il sole di San Bernardino) e di sfide alle stelle. È un libro consigliato non solo agli amanti della storia, ma a chiunque sia attratto dal fascino degli enigmi familiari e da quella sensazione che, in fondo, nulla succeda mai per caso. Una lettura che lascia addosso il sapore del foco grosso di Lepanto e la nostalgia di un tempo in cui gli uomini parlavano ancora la lingua del destino.
Copertina molto suggestiva. 
L'uomo del destino
Massimiliano Soldani
pag. 237
Casa editrice: Bré 

Il cuore non va a dormire (E. Galiano)

Ogni volta che mi arriva tra le mani un libro di Galiano finisco per metterlo tra i suggerimenti di lettura per mia figlia. Perché trovo, ogni volta, che l’autore abbia una particolare sensibilità nei confronti dei sentimenti dei più giovani e li sappia leggere oltre che rendere al lettore in modo efficace.

Stavolta ho iniziato ad ascoltare l’audiolibro per finire, poi, per comprare anche il cartaceo da lasciare sulla scrivania di mia figlia. Con un post-it: “Credo ti possa piacere. La protagonista ti somiglia molto”.

Non so se lei si rivedrà in Sasha ma io ci ho letto un po’ di lei. Un’anima inquieta, scelte che non sempre sono in linea con quelle che la sua famiglia vorrebbe che facesse, qualche difficoltà nel comunicare i propri sentimenti ed incontro che le cambia la vita. Un professore. Questa parte non ha niente a che fare con mia figlia ma la descrizione di lei, sì. Lui è molto più grande. Lei una ragazzina. Ma il cuore, si sa, non si comanda e non guarda la carta d’identità. Al suo diario confessa tutti i suoi pensieri e lì, tra quelle pagine, si sente finalmente capita. Ascoltata.

Poi c’è Alessandra. Quarant’anni li ha compiuti da un po’ ed ha una vita della quale non avrebbe motivo di lamentarsi. Eppure… non tutto è così come sembra. Non lei, che all’improvviso si scopre diversa, come tanto tempo prima era stata.

Il tutto, collegato dal fil rouge dell’arte sui muri, e da una intuizione narrativa dell’autore che mi ha piacevolmente colpita.

Ho letto con piacere una storia che mi ha catturata e che, ne sono certa, catturerà anche mia figlia. Ho sottolineato un sacco di frasi. Su questo Galiano è un maestro: inserire nel punto giusto quelle frasi che poi diventano citazioni emozionali. Mai a sproposito.

Non vedo l’ora di riavere tra le mani quel volume dopo che mia figlia, ne sono certa, vi avrà applicato un sacco di post-it e appuntato pensieri a matita.

Non è la prima volta che leggo suoi libri. E credo proprio che non sarà l’ultima.

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Il cuore non va a dormire

Enrico Galiano

pag. 456

Einaudi Editore 

 

 

lunedì 3 agosto 2026

Figli per i Bastardi di Pizzofalcone (M. De Giovanni)

 

Questa volta condivido i miei pensieri iniziando da qualcosa che ha un po’ stonato in un volume che, come al solito, mi ha catturata.

Ed è qualcosa che ha che fare con il personaggio che, secondo me, in questo ultimo volume dei Bastardi di Pizzofalcone è riuscito meglio: una bambina. Non una bambina qualunque ma la figlia di Elsa. Quella bambina che viene descritta secondo me in modo contrastante: molto intelligente, un piccolo genio dalla mente acuta e piuttosto intraprendente che, però, viene apostrofata spesso come “una bambina così piccola”, come la chiama suo padre oppure con altri vezzeggiativi che la declinano come una bimba più piccola della quattordicenne che è. Fa la terza media. E le ragazzine di oggi, a quell’età, sono delle piccole ragazze a cui poco si addicono vezzeggiativi di quel tipo.

Alla luce, poi, delle macchinazioni che mette in atto, tutto depone contro l’uso di aggettivi che tendono a renderla come un batuffolo ancora lontano dall’adolescenza.

Detto questo, e ribadito che Vittoria, la bambina appunto, secondo me è il personaggio meglio riuscito, De Giovanni non stupisce per originalità circa la struttura del volume proposto sempre alternando le vicende personali dei protagonisti con una voce fuori campo del colpevole che riflette a voce alta (coinvolgendo anche il lettore, ovviamente) e le indagini del caso che, stavolta, ha a che fare con la morte di un uomo rispetto al quale sembra non si riesca a trovare niente di niente che possa portare ad un colpevole. Perché è vero che l’uomo è stato investito, ma tutto pare lontano mille miglia da un incidente stradale, seppur mortale.

Ancora una volta su Pizzofalcone pesano i pregiudizi di chi non dimentica la storia di coloro che vi operano e, ancora una volta, De Giovanni mette in condizione il lettore che iniziasse a leggere da questo volume di non perdersi più di tanto. Cosa che, per chi come me ha letto tutti i precedenti volumi, inizia a diventare un po’ ripetitivo. Se, però, si guarda al lato positivo di questa cosa, si riesce ad approfittare di informazioni che rinfrescano la memoria anche del lettore più attento.

Sul fronte delle indagini si arriva io non avevo immaginato, stavolta, dove si volesse andare a parare. E, lo ammetto, più che le indagini sono rimasta incollata ad alcune vicende personali dei protagonisti che mi sono sembrate molto interessanti. In particolare, per quel che riguarda Alex e la sua compagna oltre che la sua famiglia, Romano e la sua storia d’amore tormentata ma anche Pisanelli e il suo ospite sgradito. Ammesso che sia davvero così.

Non tanto il caso, che alla fine viene chiuso e archiviato, ma i risvolti delle storie personali lasciano intendere che non finisce qui. La storia dei Bastardi, intendo. Aspetterò!

*

Figli per i Bastardi di Pizzofalcone

Maurizio De Giovanni

Pag. 222

Einaudi Editore


sabato 1 agosto 2026

Pioggia per i Bastardi di Pizzofalcone (M. De Giovanni)

Tornano i personaggi che tanto ho amato. Che De Giovanni mi ha insegnato ad amare. Tornano con le loro storie, le loro fragilità, le loro debolezze ma anche con la loro abilità nel fare squadra e nel dimostrare a tutti – perché pare che ce ne sia ancora bisogno – che i Bastardi di Pizzofalcone sono i migliori nel loro lavoro.

De Giovanni apre, come oramai di consueto, questa nuova avventura facendo il punto – anche se non in modo approfondito – sulle vite dei vari personaggi in modo tale che chi iniziasse qui la serie non possa sentirsi del tutto smarrito. Ma io, l’ho detto molte volte e lo ripeto, consiglio di iniziare la serie in ordine, dal primo volume, come ogni serie che si rispetti. Perché se è vero come è vero che le indagini non sono mai lasciate in sospeso da un volume all’altro, è anche vero che le vicende personali vanno comprese nel giusto ordine per conoscere (e affezionarsi, come nel mio caso) ai vari personaggi.

La prima cosa che ho notato, stavolta, è che Lojacono resta in secondo piano rispetto al vicequestore Luigi Palma. A dire il vero, per rispettare la gerarchia, è giusto così. Ma nei volumi precedenti ho notato maggiore protagonismo da parte sua rispetto a Palma che, però, ha tutto il titolo di trovarsi nella posizione cui sta.

Prima di scendere nei dettagli, però, va detto che avendo visto la serie tv, ad accompagnarmi nella lettura sono stati anche i volti dei vari personaggi che vengono citati e che ho imparato a riconoscere non solo per le caratteristiche delle loro vite ma anche per il loro fisico, la loro voce.

Detto questo, Leonida Brancato è la vittima di turno. Un avvocato in pensione, malato, sulle soglie della morte per malattia viene ucciso in casa sua. Le indagini sembrano proseguire in modo concentrico attorno ad un costante nulla di fatto e questo non depone certo a favore dei Bastardi che, ancora una volta, hanno tutti gli occhi puntati addosso ed il fiato sul collo di chi vorrebbe privarli di un’indagine così importante per sancire definitivamente il loro fallimento.

Alla narrazione legata alle vicende che hanno segnato la vita della vittima si somma quella delle vicende personali che consegnano un rapporto sempre più difficile tra Ottavia e suo marito, un Lojacono sempre più preoccupato per sua figlia Marinella che sembra essere alle prese con una profonda ed inspiegabile crisi, di Alex che fa i conti con fragili equilibri familiari e così via discorrendo. Dettagli di vite che ho continuato a seguire con piacere ed anche con una certa preoccupazione, in alcuni casi.

Quanto al caso, senza nulla svelare, devo ammettere che ad un certo punto mi è sembrato di capire in quali contesti si sarebbe dovuta indirizzare l’indagine ma poi ho lasciato correre per poi rendermi conto che non ero così lontana dalla verità.

De Giovanni mi cattura ogni volta. Il suo stile mi piace. Il suo modo di intrecciare pensieri e ricordi, presente e passato, situazioni e speranze mi piace.

Leggerò anche il prossimo.

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Pioggia per i bastardi di Pizzofalcone

Maurizio De Giovanni

Pag. 233

Einaudi editore

mercoledì 29 luglio 2026

La fabbrica dei corpi (P. Cornwell)

 

La protagonista mi piace sempre di più e, anche quando l’autrice decide di dare un po’ più di spazio a vicende personali, anche intime, che la riguardano, lo stile non scade e non viene meno la suspense che caratterizza la serie. Kay Scarpetta, è di lei che parlo.

Una donna che fa quasi paura per la sua freddezza – taglia a fette i cadaveri, per mestiere, e li analizza per arrivare alle cause della morte – ma che, stavolta, manifesta in modo più marcato il suo lato più fragile. Inizia a provare una certa insofferenza per gli ambienti che frequenta, per il lavoro che fa (anche se non perde in termini di professionalità e precisione oltre che di acume investigativo) manifestando anche preoccupazione per sua nipote, sempre più vicina a diventare parte di quel suo stesso mondo.

Questa volta Kay, l'agente Pete Marino e lo psicologo Benton Wesley hanno a che fare con l’omicidio di una bambina di undici anni in North Carolina. Un delitto inaccettabile, brutale e molto vicino, per caratteristiche, a quelli compiuti dal serial killer Temple Gault, ancora a piede libero.

Si indaga in diverse direzioni, si mettono le mani nel torbido fino ad arrivare ad un di ricerca sulla decomposizione dei cadaveri. La fabbrica dei corpi che troviamo nel titolo.

Le descrizioni sono sempre minuziose, l’autrice dimostra ancora una volta tutta la sua preparazione. Alle volte, lo ammetto, ho trovato tanti, troppi dettagli di carattere tecnico che mi hanno fatta un po’ perdere chiedendo uno sforzo di attenzione maggiore del solito. Ma ci sta. Dovizia di particolari da anatomopatologo, dettagli descritti alla perfezione che portano il lettore “dentro” la storia.  

Non mi aspettavo che gli sviluppi dell’indagine andassero nella direzione in cui effettivamente vanno ed ho temuto in più momenti per alcuni dei personaggi collaterali… compresa la nipote di Kay che, però, mi è sembrata una figura attorno alla quale stavolta si è calcata un po’ troppo la mano. È protagonista di vicende che mi sono sembrate poco verosimili e un po’ forzate… ma nel complesso la sua situazione non stona.

La serie è sempre più intrigante e l’arrivo di elementi che riguardano la vita della protagonista, inizialmente trattati quasi di sfuggita, mi intrigano ancora di più.

Oltre che le descrizioni degli ambienti, delle situazioni che riguardano le vittimi e delle scene dei delitti, molto efficaci sono anche le descrizioni delle personalità. Stavolta quella del colpevole mi ha anche fatto pensare a qualcuno che conosco, purtroppo.

Intendo andare avanti con la serie. E brava Patricia!

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La fabbrica dei corpi

Patricia Cornwell

Mondadori Editore 

Pag. 358


lunedì 20 luglio 2026

Insolito e crudele (P. Cornwell)

 

Lei che ha sempre avuto la situazione sotto controllo, che non ha paura ad affrontare niente e nessuno, questa volta viene messa in discussione. Dal lato professionale, intendo. Kay Scarpetta nel quarto volume della serie viene presa di mira frontalmente e si trova a doversi difendere. Impegnata con la perizia di sempre nel suo lavoro, questa volta diventa protagonista in prima persona, non solo per le sue mansioni.

Il racconto si apre con la morte di Ronnie Joe Waddell , finito sulla sedia elettrica per un terribile delitto e il cui cadavere è in procinto di arrivare tra le mani della dottoressa Scarpetta che, però, viene coinvolta anche nell’autopsia di un ragazzino orribilmente mutilato la cui morte fa pensare, per le modalità con cui è stata indotta, al delitto per il quel Waddell è stato condannato a morte. Le due situazioni, però, non collimano perché alla morte del ragazzino, Waddell era già cadavere. Si accendono i riflettori, dunque, sull’effettiva identità di quel cadavere che è stato bruciato sulla sedia elettrica e iniziano le indagini e non saranno solo due i delitti. In questo groviglio di situazioni finisce Kay Scarpetta che viene addirittura additata come la prima delle sospettate e della quale viene minacciato sia il lato professionale che personale.

Mi è sembra assurdo, a dire il vero, che tutto sembrasse deporre verso di lei ma ho trovato comunque interessante questa scelta narrativa che offre una prospettiva diversa e, soprattutto, descrive un lato nuovo della dottoressa considerata fredda e calcolatrice.

Ciò che mi ha colpita maggiormente, però, è stato un altro aspetto: la scelta dell’autrice di mettere in secondo piano, questa volta più che mai, le vicende personali della protagonista. Perde una persona importante e quello che avrebbe potuto essere l’argomento portante di mezzo libro, viene invece proposto come se fosse qualche cosa di passaggio, un piccolo dettaglio che, a ben guardare, in effetti non lo è.

Noto ancora di più la differenza con autori che, invece, nel proporre personaggi seriali puntano molto sul legame affettivo che si crea tra lettore e figure centrali del racconto in modo da fidelizzare anche per via delle storie personali a prescindere da quelle professionali, legate al delitto di turno.

Leggerò anche il successivo.

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Insolito e crudele

Patricia Cornwell

Pag. 384

Oscar Mondadori editore 


mercoledì 1 luglio 2026

Quel che rimane (P. Cornwell)

 

Non c'è due senza tre, e così eccomi qui, dopo aver concluso la lettura di "Quel che rimane", il terzo capitolo della saga di Kay Scarpetta. Se con i primi due volumi Patricia Cornwell mi aveva convinta, con questo ha decisamente confermato che la mia curiosità per questa serie non è destinata a esaurirsi presto.
 
La trama questa volta è particolarmente inquietante: coppie di giovani fidanzati che scompaiono nel nulla per poi essere ritrovati mesi dopo, ormai ridotti a resti scheletrici nei boschi. L'unico indizio lasciato dall'assassino? Un fante di cuori. Kay si trova ad affrontare un'inchiesta complessa che vede coinvolti anche l'FBI e la CIA, in una caccia all'uomo che mette a dura prova ogni sua risorsa. E c'è di mezzo un personaggio famoso, madre di una delle vittime, con tutto ciò che la fama si porta dietro in termini di visibilità e di attenzioni da parte della stampa.
 
Ancora una volta, ciò che mi ha colpita è l'incredibile competenza dell'autrice. C’è un’immagine che mi è rimasta letteralmente cucita addosso: una mano che tampona una ferita con un panno appallottolato per "evitare che il buco permetta il risucchio dell'aria che farebbe collassare il polmone". Beh, che dire... precisione chirurgica. Forse per chi mastica di primo soccorso è una manovra nota, ma il modo in cui la Cornwell la descrive, con quella naturalezza e nonchalance, trasmette una padronanza della materia che trovo affascinante.
 
Ritrovo con piacere Kay Scarpetta: la sua professionalità è un elemento di grande orgoglio per noi donne. almeno io la penso così. E così sarebbe se fosse una persona reale.
 
E, a proposito di donne forti, in questo volume entra in gioco una giornalista; non so se sia per la mia deformazione professionale, ma ho apprezzato moltissimo il suo ruolo e la sua grinta.
 
Sul fronte della vita privata, l'autrice continua a essere coerente con la sua linea: le vicende personali di Kay e del fido Marino entrano in scena quasi in punta di piedi. Le informazioni su questioni di cuore o equilibri familiari vengono date con il contagocce. Se da un lato questo mi spiazza, abituata come sono all'approccio più "emotivo" di autori come Maurizio De Giovanni, dall'altro ammetto che questa parsimonia non fa altro che alimentare la mia voglia di saperne di più.
 
In definitiva, una lettura densa e avvincente che si divora tutta d'un fiato. Inutile dire che il quarto volume, "Insolito e crudele", è già lì che mi aspetta sul comodino.
 
***
 
Quel che rimane 
Patricia Cornwell  
pag. 386  
Mondadori editore