lunedì 20 luglio 2026

Insolito e crudele (P. Cornwell)

 

Lei che ha sempre avuto la situazione sotto controllo, che non ha paura ad affrontare niente e nessuno, questa volta viene messa in discussione. Dal lato professionale, intendo. Kay Scarpetta nel quarto volume della serie viene presa di mira frontalmente e si trova a doversi difendere. Impegnata con la perizia di sempre nel suo lavoro, questa volta diventa protagonista in prima persona, non solo per le sue mansioni.

Il racconto si apre con la morte di Ronnie Joe Waddell , finito sulla sedia elettrica per un terribile delitto e il cui cadavere è in procinto di arrivare tra le mani della dottoressa Scarpetta che, però, viene coinvolta anche nell’autopsia di un ragazzino orribilmente mutilato la cui morte fa pensare, per le modalità con cui è stata indotta, al delitto per il quel Waddell è stato condannato a morte. Le due situazioni, però, non collimano perché alla morte del ragazzino, Waddell era già cadavere. Si accendono i riflettori, dunque, sull’effettiva identità di quel cadavere che è stato bruciato sulla sedia elettrica e iniziano le indagini e non saranno solo due i delitti. In questo groviglio di situazioni finisce Kay Scarpetta che viene addirittura additata come la prima delle sospettate e della quale viene minacciato sia il lato professionale che personale.

Mi è sembra assurdo, a dire il vero, che tutto sembrasse deporre verso di lei ma ho trovato comunque interessante questa scelta narrativa che offre una prospettiva diversa e, soprattutto, descrive un lato nuovo della dottoressa considerata fredda e calcolatrice.

Ciò che mi ha colpita maggiormente, però, è stato un altro aspetto: la scelta dell’autrice di mettere in secondo piano, questa volta più che mai, le vicende personali della protagonista. Perde una persona importante e quello che avrebbe potuto essere l’argomento portante di mezzo libro, viene invece proposto come se fosse qualche cosa di passaggio, un piccolo dettaglio che, a ben guardare, in effetti non lo è.

Noto ancora di più la differenza con autori che, invece, nel proporre personaggi seriali puntano molto sul legame affettivo che si crea tra lettore e figure centrali del racconto in modo da fidelizzare anche per via delle storie personali a prescindere da quelle professionali, legate al delitto di turno.

Leggerò anche il successivo.

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Insolito e crudele

Patricia Cornwell

Pag. 384

Oscar Mondadori editore 


mercoledì 1 luglio 2026

Quel che rimane (P. Cornwell)

 

Non c'è due senza tre, e così eccomi qui, dopo aver concluso la lettura di "Quel che rimane", il terzo capitolo della saga di Kay Scarpetta. Se con i primi due volumi Patricia Cornwell mi aveva convinta, con questo ha decisamente confermato che la mia curiosità per questa serie non è destinata a esaurirsi presto.
 
La trama questa volta è particolarmente inquietante: coppie di giovani fidanzati che scompaiono nel nulla per poi essere ritrovati mesi dopo, ormai ridotti a resti scheletrici nei boschi. L'unico indizio lasciato dall'assassino? Un fante di cuori. Kay si trova ad affrontare un'inchiesta complessa che vede coinvolti anche l'FBI e la CIA, in una caccia all'uomo che mette a dura prova ogni sua risorsa. E c'è di mezzo un personaggio famoso, madre di una delle vittime, con tutto ciò che la fama si porta dietro in termini di visibilità e di attenzioni da parte della stampa.
 
Ancora una volta, ciò che mi ha colpita è l'incredibile competenza dell'autrice. C’è un’immagine che mi è rimasta letteralmente cucita addosso: una mano che tampona una ferita con un panno appallottolato per "evitare che il buco permetta il risucchio dell'aria che farebbe collassare il polmone". Beh, che dire... precisione chirurgica. Forse per chi mastica di primo soccorso è una manovra nota, ma il modo in cui la Cornwell la descrive, con quella naturalezza e nonchalance, trasmette una padronanza della materia che trovo affascinante.
 
Ritrovo con piacere Kay Scarpetta: la sua professionalità è un elemento di grande orgoglio per noi donne. almeno io la penso così. E così sarebbe se fosse una persona reale.
 
E, a proposito di donne forti, in questo volume entra in gioco una giornalista; non so se sia per la mia deformazione professionale, ma ho apprezzato moltissimo il suo ruolo e la sua grinta.
 
Sul fronte della vita privata, l'autrice continua a essere coerente con la sua linea: le vicende personali di Kay e del fido Marino entrano in scena quasi in punta di piedi. Le informazioni su questioni di cuore o equilibri familiari vengono date con il contagocce. Se da un lato questo mi spiazza, abituata come sono all'approccio più "emotivo" di autori come Maurizio De Giovanni, dall'altro ammetto che questa parsimonia non fa altro che alimentare la mia voglia di saperne di più.
 
In definitiva, una lettura densa e avvincente che si divora tutta d'un fiato. Inutile dire che il quarto volume, "Insolito e crudele", è già lì che mi aspetta sul comodino.
 
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Quel che rimane 
Patricia Cornwell  
pag. 386  
Mondadori editore

Oggetti di reato (P. Cornwell)

 

La curiosità di vedere come si sarebbe evoluto il mondo di Kay Scarpetta era troppa per lasciar passare troppo tempo tra una lettura e l’altra. Così mi sono tuffata in "Oggetti di reato", il secondo volume della serie, e devo dire che la dottoressa Scarpetta non ha deluso le mie aspettative.
La trama questa volta ci porta nel terrore vissuto da Beryl Madison, una scrittrice di successo che, dopo mesi di minacce e la sensazione di essere costantemente osservata, finisce per aprire la porta proprio al suo assassino. Quando un altro famoso scrittore viene ucciso poco dopo, Kay si ritrova tra le mani un caso che si trasforma presto in un incubo personale. Al centro di tutto c'è il mistero affascinante di un manoscritto, un elemento che ho apprezzato molto e che funge da perno per un'indagine che guida noi lettori in un viaggio estremamente strutturato tra diverse ipotesi investigative.
 
Ciò che continua a incantarmi di questa serie è la competenza della protagonista. Kay Scarpetta non è una detective qualunque; è un medico legale che usa la scienza - DNA, fibre e impronte - per far parlare i morti. Per chi, come me, è fermamente convinta che le donne possano fare tutto ciò che desiderano, e spesso con una marcia in più rispetto agli uomini, Kay è un vero motivo di orgoglio: una donna con la D maiuscola che si muove con autorità in un mondo complesso. Una donna competente e molto intelligente, tra l'altro. 
 
Dal punto di vista stilistico, ho ritrovato quella precisione chirurgica e minuziosa già incontrata nel primo libro. Patricia Cornwell conferma la sua scelta di puntare meno sulle vicende personali della protagonista e del suo collaboratore Marino, preferendo concentrare l’attenzione sui dettagli tecnici del caso. Eppure, l'autrice semina qua e là piccoli elementi che accendono la curiosità: in questo volume, ad esempio, fa capolino la figura di Mark, che ricompare dopo anni nella vita di Kay. Ammetto che questo spiraglio sulla sua vita privata mi ha lasciata con la voglia di saperne di più, facendomi sperare in un approfondimento maggiore nei prossimi capitoli.
 
È una lettura densa, che richiede concentrazione ma che ripaga con una suspense costruita pezzo dopo pezzo. Per chi cerca un giallo dove la scienza si trasforma in pura adrenalina, Kay Scarpetta è il personaggio perfetto.
 
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Oggetti di reato  
Patricia Cornwell  
pag. 366  
Mondadori editore

mercoledì 10 giugno 2026

Postmortem (P. Cornwell)

 Postmortem

Postmortem è il romanzo che nel 1990 ha dato il via alla celebre saga di Kay Scarpetta. A casa credo di averne più di una copia ma... hanno tutte stazionato silenti tra gli altri volumi per un bel po'.

Devo fare una piccola confessione: prima di approcciare il libro, di recente, ho provato a guardare alcuni episodi della serie TV. Beh, l’ho abbandonata quasi subito. L'ho trovata troppo macchinosa, mentre cercavo qualcosa da seguire con più leggerezza. Ma, come ho capito leggendo, la "leggerezza" non abita in casa Scarpetta. Ancora una volta, il libro batte lo schermo dieci a zero, anche se devo ammettere che la lettura ha richiesto una bella dose di concentrazione.
 
La trama ci porta a Richmond, dove un serial killer agisce sempre prima dell'alba di sabato, strangolando e violentando le sue vittime.  
Quando una telefonata della polizia sveglia Kay nel cuore della notte, lei capisce subito che l'assassino ha colpito ancora, ma questa volta la minaccia è molto, molto vicina...
 
Kay Scarpetta non è la classica detective; è un medico legale che usa la scienza DNA, fibre, impronte - per ricostruire il modus operandi dell'assassino. Patricia Cornwell ha letteralmente creato un nuovo filone del giallo, trasformando l'analisi tecnica in pura suspense. Non a caso, questo è l'unico romanzo ad aver vinto ben sette premi letterari in un solo anno. E io che, come al solito, cerco sempre di stare alla lontana dai romanzi più blasonati... rischiavo di perdermi un personaggio che, ne sono certa, potrà darmi delle soddisfazioni.
 
Lo stile dell'autrice è preciso e minuzioso, soprattutto nelle scene medico-legali. Kay e l'autrice dimostrano di essere donne con la D maiuscola, e questo mi piace molto. Tuttavia, ho avvertito una differenza rispetto al mio amato De Giovanni. Se con Maurizio sono abituata a essere catturata dalle storie personali che creano un legame profondo con il lettore, qui l'attenzione è quasi tutta focalizzata sul caso e sui dettagli tecnici che spuntano piano piano.
 
La personalità della protagonista resta un po' più sullo sfondo, ma la precisione chirurgica della narrazione e i continui colpi di scena legati alle tracce scientifiche mi hanno tenuta incollata alle pagine. È una lettura densa, che non ti permette distrazioni, ma che alla fine ti lascia con la voglia di saperne di più.
 
Nonostante la fatica iniziale, andrò sicuramente avanti con la serie. Kay Scarpetta ha ancora molto da dire, e io sono curiosa di vedere come si evolverà il suo mondo.
 
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Postmortem  
Patricia Cornwell  
pag. 310  
Mondadori editore

martedì 5 maggio 2026

Osservatore oscuro (B. Baraldi)

 

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Barbara Baraldi e posso dire che leggere le sue storie è sempre un'emozione speciale, una conferma del suo talento nel saper raccontare l'oscurità.
 
Dopo aver letto il primo volume della serie (Aurora nel buio) qualche tempo fa, ho approcciato questo secondo capitolo con il timore di non ricordare bene tutti i dettagli della trama precedente. Mi sono dovuta ricredere subito: rientrare nel mondo di Aurora Scalviati è stato immediato e naturale.
Aurora si conferma un personaggio straordinario, per il quale è impossibile non provare empatia. È una donna dalla mente acuta ma profondamente tormentata, con un'esistenza segnata da dolori che l'hanno resa fragile eppure dotata di una determinazione fuori dal comune. Anche in questa indagine, la vediamo correre rischi altissimi, mettendo in gioco se stessa nonostante lo scetticismo di chi le sta intorno e la paura di non essere creduta.
L'evoluzione del mistero — tra cadaveri senza nome, simbologie vichinghe e il minaccioso "Valraven" — è davvero avvincente e mi ha portata a un epilogo che mi ha lasciata letteralmente senza parole.
L'unico piccolo appunto riguarda un passaggio interno legato al personaggio di Bruno. La sua evoluzione e i cambiamenti che lo riguardano (come il suo coinvolgimento in ambienti pericolosi sotto falso nome) mi sono sembrati introdotti con troppa velocità. Inizialmente il suo comportamento sembrava andare in una direzione precisa, poi è arrivata un'interpretazione improvvisa che mi ha colpita come una doccia fredda, quasi come se stessi leggendo due storie diverse.
Nonostante questo, lo sviluppo del personaggio non mi è dispiaciuto, è stato solo un po' brusco. Barbara è stata abile a farmi credere qualche cosa di diverso... mi aspettavo colo una transizione più morbida tra l'apparenza e la realtà dei fatti.
Si tratta di un thriller che consiglio assolutamente.
La tensione resta alta fino all'ultima pagina, il colpo di scena finale è assicurato e io non vedo l'ora di mettermi alla ricerca del terzo volume della serie!
 
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Osservatore Oscuro
Barbara Baraldi
pag. 528
 

sabato 31 gennaio 2026

Le regole infrante (S. Gentilini)

 

All'interno di Villa delle Rose, Silvia Gentilini tesse una trama dove il confine tra cura e prigionia è sottilissimo. La clinica psichica nel Chianti diventa il teatro di una storia che non si limita al mistero, ma scava nelle dinamiche di potere e fragilità.
Rappresentare il disagio mentale è un esercizio di stile rischioso. L’autrice lo affronta con in modo misurato. Non calca la mano sugli aspetti più crudi (anche se il discorso delle dipendenze dai farmaci emerge in tutta la sua tragicità) ma evita anche ogni superficialità. Ne esce un ritratto umano, profondo e mai "gridato", che restituisce dignità ai pazienti che si trovano in quel posto non perché malati di mente, ma nel corpo. Perché dipendono da qualcosa.
Un aspetto curioso riguarda la protagonista. Per gran parte del libro ho faticato a inquadrare la sua età reale. O mi sono distratta io durante la lettura (e questo non sarebbe un buon segno perché vuol dire che qualche cosa è mancato nella trama, tanto da lasciare che mi perdessi un elemento così importante) eppure è stato volutamente omesso per rendere il personaggio quasi etereo… senza un tempo definito.
La trama è costruita su un crescendo di tensione che arriva ai livelli più alti nell’ultima parte della narrazione. Tuttavia, ho avvertito una piccola dissonanza logica riguardo alla gestione del controllo nella clinica. Ci sono dinamiche sotterranee (c’è chi riesce a procurare con facilità ciò che per forza di cose dovrebbe essere vietato) e intrusioni nella privacy dei pazienti che sollevano importanti dubbi.
Questo "buco" nella catena degli eventi mi ha lasciato con qualche interrogativo sulla coerenza del sistema di sorveglianza (palese o occulto che sia).
Il libro chiude con un ritmo serrato e un colpo di scena che ribalta le carte in tavola. Eppure, proprio nelle battute finali, resta sospesa un'ombra di incertezza. Il destino di uno dei personaggi chiave — colui che incarna la figura del controllo — non appare del tutto delineato, lasciando al lettore un'alea di dubbio che può risultare stimolante o, come nel mio caso, un po' spiazzante. Avrei voluto conoscerne la sorte in modo chiaro. Un noir psicologico intenso in un ambiente particolare, una morte misteriosa, la ricerca di un colpevole che non si scopre… e un finale che non spiega tutto ma lascia addosso una sottile inquietudine.

sabato 17 gennaio 2026

La montagna nel lago (J. De Michelis)


Ho letto in precedenza il libro La stazione di De Michelis e devo dire che La montagna nel lago si distacca completamente, sia per genere sia per stile di scrittura. Questo cambiamento mi è piaciuto molto: mentre La stazione era un’opera corposa e stratificata, con molteplici personaggi, sottotrame e un’ambientazione urbana e labirintica, La montagna nel lago propone una narrazione più centrata, con un filo investigativo chiaro e un equilibrio interno che rende la lettura più scorrevole pur mantenendo complessità e suspense.

All’inizio ho avuto l’impressione che l’autore mettesse troppa carne al fuoco: dettagli su dettagli, storie dentro altre storie, come se volesse “allungare il brodo”. Tuttavia, a differenza di quanto mi aspettassi, nulla è superfluo: tutto trova un senso nel finale. La narrazione si sviluppa su diversi piani temporali, con il passato raccontato attraverso flashback che, pur essendo ricordi, sono narrati al presente. Questo rende la lettura coinvolgente e mai dispersiva, anche se inizialmente può sembrare complessa.

Forse l’aspetto che meno mi ha convinto è il continuo riferimento del protagonista allo sniffare e al bisogno di droga, che però scompare improvvisamente nel corso della storia. Da un giorno all’altro smette di fare uso di sostanze come se nulla fosse, un dettaglio che mi è sembrato un po’ forzato e poco credibile.

Il protagonista, giornalista squattrinato, porta avanti le indagini quasi come un detective stellato, un dettaglio forse inverosimile, ma in quanto giornalista anch’io mi è subito rimasto simpatico. Curiosamente, senza volerlo, in questi primi giorni dell’anno ho letto due libri con protagonisti giornalisti (una lei e un lui), il che mi ha fatto riflettere su quanto questo mestiere possa affascinare in letteratura.

Ho avuto l’onore di presentare De Michelis in una diretta online dedicata al suo libro precedente e proprio il fatto di conoscerlo per quel tipo di storia mi ha reso questa nuova esperienza letteraria sorprendente e spiazzante. E l'ho pure conosciuto di persona, pur se con la dovuta distanza... visto che stavamo uscendo dal covid. 

Se La stazione era un mosaico corale con molti protagonisti e trame intrecciate, La montagna nel lago concentra l’attenzione su un arco narrativo più chiaro e su un protagonista centrale. L’ambientazione passa dalla Milano sotterranea e complessa della prima opera all’isola di Montisola e al Lago d’Iseo, con un respiro più naturale e riflessivo. La densità narrativa di La stazione può risultare a volte dispersiva, mentre La montagna nel lago mantiene ricchezza di dettagli e flashback senza appesantire la lettura.

In termini di stile, si percepisce una maturazione dell’autore: da un esordio ambizioso e sperimentale, De Michelis arriva a un romanzo più equilibrato, in cui la complessità dei piani temporali e dei dettagli serve a costruire suspense e approfondire i personaggi, senza perdere il filo della storia.

 La montagna nel lago è un thriller coinvolgente, sorprendente e ben costruito, che conquista per la sua capacità di intrecciare storie e tempi diversi senza annoiare, con un finale che ripaga la pazienza del lettore. Rispetto a La stazione, mostra uno stile più maturo e focalizzato, pur mantenendo l’ambizione narrativa che caratterizza De Michelis.