lunedì 31 agosto 2026

La concessione del telefono (A. Camilleri)

 

Il romanzo La concessione del telefono di Andrea Camilleri, pubblicato nel 1998, è ispirato al ritrovamento di un autentico decreto ministeriale di fine dell'Ottocento. Grazie ad una struttura narrativa originale Camilleri mette in scena le peripezie di Filippo Genuardi: un commerciante di legname della Vigàta storica, che scatena senza volerlo un caos amministrativo e politico nel tentativo di ottenere una linea telefonica privata. La narrazione evidenzia la paranoia delle autorità dell'epoca, che scambiano una semplice richiesta tecnologica per una pericolosa cospirazione socialista o un insulto personale. Tra funzionari dello Stato sull'orlo di una crisi di nervi e dinamiche mafiose locali, ho avut a che fare con una satira pungente sulla follia burocratica e i malintesi della Sicilia post-unitaria.

Una precisazione va fatta subito. Non ho letto La concessione del telefono di Camilleri, ho ascoltato l’audiolibro. La struttura del romanzo si presta molto bene e la lettura di Gaetano Bruno ha fatto la sua parte. Camilleri organizza la narrazione alternando rigorosamente due registri formali: le "Cose scritte" (lettere ufficiali, verbali burocratici, faldoni prefettizi) e le "Cose dette" (dialoghi serrati, conversazioni intime, scontri verbali). L'interpretazione vocale restituisce appieno la musicalità del dialetto vigatese, quella lingua inventata da Camilleri che è un impasto sapiente di italiano/siciliano che conosco ormai molto bene per aver letto tanto di suo. Sebbene la lettura o l'ascolto iniziale abbiano richiesto, come al solito, un certo sforzo di adattamento per comprenderne ogni sfumatura nell'ascolto, l'inflessione natia e il ritmo impresso dalla voce del lettore hanno trasformato il testo in uno spartito teatrale che non mi è dispiaciuto affatto ascoltare. Le parole, proprio come nota lo stesso protagonista Filippo Genuardi, hanno il brutto vizio di "intrecciarsi", e la lettura, che diventa recitazione pura, mi ha permesso di immergermi fisicamente in quegli ambienti di fine Ottocento, tra i mozziconi di sigaro lasciati negli androni di Vigàta e la brezza marina passeggiando lungo il molo.

Al centro dell'ingranaggio comico e paradossale del romanzo c'è una richiesta apparentemente innocua che, tuttavia, si scontra con la mente deformata dalla paranoia burocratica del Prefetto di Montelusa, Vittorio Marascianno.

Da un banale equivoco linguistico si genera una spirale surreale. Genuardi, uomo del tutto privo di idee politiche, viene etichettato come un pericoloso cospiratore socialista e un "senza Dio", unicamente per le sue insolite e costose passion.

Camilleri dipinge con spietata lucidità una costante storica della Sicilia: la condizione del cittadino stretto in una morsa soffocante, diviso "tra lo Stato e la maffia". Genuardi finisce vittima di un atroce fraintendimento che lo indurrà, per difendersi, a fare qualcosa che mai avrebbe immaginato di dover fare. Un gesto che lo porterà in tribunale dove si consumerà un’altra scena grottesca.

Il grande colpo di genio del romanzo arriva con il vero movente che spinge Genuardi a volere a tutti i costi quel telefono che porterà alla catastrofe finale.

L'epilogo è dominato, più che mai, e davanti a vicende estremamente personali e private, dall'ipocrisia delle istituzioni.

La concessione del telefono è un romanzo molto particolare che, dietro una comicità tragica e irresistibile, dietro a dialoghi scintillanti, svela il volto amaro di un'epoca storica dominata dall'ingiustizia strutturale.

Credo che se l’avessi letto l’effetto non sarebbe stato lo stesso di averlo ascoltato.

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La concessione del telefono

Andrea Camilleri 

pag. 328 

 


martedì 25 agosto 2026

I narcisisti perversi e le unioni impossibili (E. M. Secci)

 

Avvicinarsi per la prima volta a tematiche psicologiche complesse come il narcisismo e la dipendenza affettiva può spaventare, soprattutto se, come nel mio caso, non si possiede alcuna competenza o formazione pregressa in materia. Tuttavia, il libro di Enrico Maria Secci (che tra l'altro è auto-pubblicato) si è rivelato un punto di partenza capace di tradurre concetti clinici profondi in un linguaggio chiaro, fluido e mai banale.

Gran parte del valore di questo testo risiede nella professionalità dell'autore rispetto al quale mi sono documentata per capire, in partenza, se fosse un autore affidabile oppure no. Non è per mancanza di fiducia ma, vista la delicatezza del tema, non volevo iniziare in modo scorretto il mio approfondimento sul tema. Da quel che ho potuto capire (perchè non lo sconoscevo priam d'ora) Enrico Maria Secci è uno psicologo e psicoterapeuta specializzato in psicoterapie brevi ad approccio strategico e nel trattamento delle "dipendenze senza droga", tra cui spiccano proprio quelle affettive e relazionali. La sua esperienza clinica sul campo emerge in ogni pagina, ma senza il peso di un freddo manuale accademico; l'autore ha infatti scelto la formula del "blog-book", nata dal dialogo e dall'interazione con i lettori del suo blog, offrendo un taglio agile, accessibile e mirato alla risoluzione pratica dei problemi nel "qui ed ora" delle relazioni.

Per chi affronta questo viaggio per la prima volta, il libro offre una mappa chiarissima grazie a una struttura estremamente didattica ed empirica. 

Elenchi e schematizzazioni: la scomposizione della materia in punti chiari - come i sei stadi attraverso cui si scivola progressivamente nella dipendenza, le "Sette grandi A" per la ricostruzione di sé o i quattro subdoli "piani di ricattura" del manipolatore - permette di assimilare la teoria senza mai sentirsi sopraffatti dal gergo specialistico.

Esempi e casi reali: le storie e le testimonianze concrete tratte dalla pratica clinica dell'autore (come le vicende di Licia, Monica o Giorgio) aiutano a calare i concetti nella quotidianità, mostrando in modo empatico la sofferenza e la "psico-logica" che si nascondono dietro dinamiche all'apparenza inspiegabili.

Un test di autovalutazione: la presenza di un questionario mirato (Ho a che fare con un narcisista patologico?) rappresenta uno strumento interattivo prezioso, che consente al lettore di misurarsi con situazioni concrete e comprendere dove finisce una relazione paritaria e dove inizia il "codice rosso" di un rapporto sbilanciato.

Questo libro ha avuto il merito non solo di farmi comprendere la complessità dello spettro narcisistico, ma anche di accendere in me una forte curiosità, dandomi gli strumenti e la motivazione necessari per voler proseguire l'approfondimento di questo tema con nuove letture.

Ho intenzione di cercare altri testi di approfondimento ma anche romanzi che abbiano a che fare con questo argomento. Ora che ho avuto una infarinata sull'argomento, mi auguro di trovare qualche cosa di utile a meglio conoscere questo particolarissimo, ma quanto pare fin troppo comune, mondo.

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I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi.

Enrico Maria Secci

pag. 184 

 

Il custode (N. Ammaniti)

 

Il custode di Ammaniti mi ha spiazzata e incuriosita al tempo stesso. Spiazzata perché, non avendo letto molto altro di lui, non sapevo bene a cosa stessi andando incontro. Incuriosita perché scrive bene e perché volevo delle risposte.Che non sono arrivate.

Il protagonista della storia è un ragazzino di 13 anni, Nilo, della famiglia Vasciaveo. Una famiglia che ha qualche cosa di speciale visto che custodisce un segreto. Cosa che fa a pieno titolo anche il piccolo di casa.

Vivono in un piccolo borgo della Sicilia, Triscina. Per Nilo, ma anche per gli altri a dire il vero, il mondo inizia e finisce lì. A Triscina. Perché quel segreto, quella presenza misteriosa, inquietante e pericolosa richiede massima attenzione, massima cura. E chiede di essere costantemente sorvegliata. O, meglio… non è lei a chiederlo. Ma ne ha bisogno per evitare che accada qualche cosa di irreparabile.

Come se ciò che avviene quotidianamente in quel posto non sia, già, irreparabile.

Come se il compito che i Vasciaveo portano avanti da secoli (così si dice) non sia qualcosa di tremendo e definitivo. Anche se viene narrato come qualcosa di estremamente normale.

Agata, la mamma di Nino, è il perno della famiglia. L’autorità riconosciuta da tutti anche in paese. La donna che decide cosa fare, come farlo e se farlo. La donna i cui ordini non di possono discutere, le cui richieste, richieste non sono mai. Ordini. Questo sono. Sempre.

La famiglia lavora il marmo. Questo è ciò che si vede da fuori. Ma la verità è un’altra. Legata, è vero, alla produzione di marmo. In un piccolo bagno chiuso con tre lucchetti la famiglia nasconde una presenza che arriva da un’epoca lontana (e proprio attorno a tale figura ho atteso risposte che non sono arrivate) e a cui è stata data in sorte una maledizione tanto antica quando attuale.

Nino non fa domande. Fa quello che gli viene chiesto e basta. Non gli è mai stato necessario fare domante. Tantomeno gli è stato concesso mettere in discussione ciò che da secoli la famiglia tramanda di padre in figlio. E gli sta bene così. Fino a che non arrivano una donna e sua figlia a far tremare le fondamenta di quell’equilibrio imposto, subito, accettato.

Quella narrata è una storia terribile ceduta, però, al lettore, quasi con grazia. Con quella stessa normalità con cui si chiede a Nino di tacere, si chiede al lettore di accettare e non fare domande.

Io qualche domanda me la sono fatta e devo dire che sono rimasta un po’ amareggiata sul finale.

Per diversi motivi. Perché non ho avuto le spiegazioni che attendevo, nemmeno un accenno.

Perché il finale non l’ho capito. Mio limite, di sicuro, ma non l’ho capito.

Perché si normalizza ciò che nella vita di ogni giorno tutto sarebbe tranne che normale. In questa storia ho letto il peso dei segreti che, spesso, grava sulla testa delle famiglie che sanno di dover fare i conti con qualche cosa di sbagliato ma che lo accettano come eredità incontestabile. Questo mi ha lasciato la storia di Nino: l’immagine di chi si deve per forza adeguare a scelte altrui senza avere un minimo di voce in capitolo.

Il personaggio più riuscito? Forse proprio il personaggio misterioso, descritto in modo suggestivo, terribile, inquietante. Ed efficace.

 Non credo che sia una lettura per tutti. E non perchè voglia svalutare i lettori ma perchè riconosco la particoalità dell'opera. Dove il mito sembra essere cosa quotidiana, così come il male. 

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Il custode

Niccolò Ammaniti

pag. 176

Einaudi Stile Libero 

venerdì 21 agosto 2026

Il tempo dell'orologiaio (M. De Giovanni)

 

Sapevo che il secondo volume dell’orologiaio mi avrebbe lasciato addosso le sensazioni che mi pervadono ora. Perché De Giovanni lo conosco. Conosco il suo stile, i suoi personaggi – anche i meno famosi – ed avendo letto tutti i suoi libri precedenti, compreso il primo volume dell’orologiaio, avevo già un’idea.

Sapevo che avrei dovuto leggere il secondo volume per sapere come sarebbe andato a finire il precedente e questa cosa non mi è dispiaciuta affatto visto che mi piace come scrive De Giovanni ed ho massima fiducia in lui.

Non dovrei fare confronti con altre storie. Non va bene farlo. Ma mi concedo un piccolo appunto: se nelle storie di Ricciardi, Pizzofalcone, Sara o Mina Settembre ho provato particolare empatia con i protagonisti (meno con Sara… ma va bene così), nemmeno con il secondo volume sono riuscita ad empatizzare più di tanto con i nuovi personaggi.

Lo stile è asciutto, in linea con la storia raccontata. È quei che ho trovato differenze nello stile di De Giovanni. Quegli incisi, quelle storie nelle storie a cui in precedenza mi ha abituata stavolta mancano. O meglio, nelle storie dell’orologiaio mancano perché anche nel volume precedente era stato così.

Torniamo a dove avevamo lasciato. C’è un rapimento attorno al quale fare luce. Vera, la giornalista che stava portando avanti una particolare inchiesta con l’aiuto di Andrea, viene rapita. Per cercare di salvarle la vita Andrea rimesta nel suo passato e fa i conti con delle verità che ora si palesano in modo molto chiaro.

Entra in gioco una figura che mi è piaciuta particolarmente: la giovane figlia di Andrea che sarà utilissima per cercare di fare luce su un mistero che allunga le sue ombre a distanza di tanti anni. Emerge con sempre maggiore chiarezza la figura di quell’uomo che è rimasto ai margini di una società in cui, a ben guardare, in passato non ha certo vissuto da figurante. Emerge il torbido di un ambiente considerato intoccabile… eppure… potrà essere l’amore la chiave di volta di un mistero che è necessario risolvere per arrivare a dare una speranza a Vera?

Mi sono sentita meno coinvolta che in altre storie, ma la scrittura di De Giovanni è sempre la scrittura di De Giovanni.

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Il tempo dell'orologiaio

Maurizio De Giovanni

pag. 211

Feltrinelli Editore