sabato 31 gennaio 2026

Le regole infrante (S. Gentilini)

 

All'interno di Villa delle Rose, Silvia Gentilini tesse una trama dove il confine tra cura e prigionia è sottilissimo. La clinica psichica nel Chianti diventa il teatro di una storia che non si limita al mistero, ma scava nelle dinamiche di potere e fragilità.
Rappresentare il disagio mentale è un esercizio di stile rischioso. L’autrice lo affronta con in modo misurato. Non calca la mano sugli aspetti più crudi (anche se il discorso delle dipendenze dai farmaci emerge in tutta la sua tragicità) ma evita anche ogni superficialità. Ne esce un ritratto umano, profondo e mai "gridato", che restituisce dignità ai pazienti che si trovano in quel posto non perché malati di mente, ma nel corpo. Perché dipendono da qualcosa.
Un aspetto curioso riguarda la protagonista. Per gran parte del libro ho faticato a inquadrare la sua età reale. O mi sono distratta io durante la lettura (e questo non sarebbe un buon segno perché vuol dire che qualche cosa è mancato nella trama, tanto da lasciare che mi perdessi un elemento così importante) eppure è stato volutamente omesso per rendere il personaggio quasi etereo… senza un tempo definito.
La trama è costruita su un crescendo di tensione che arriva ai livelli più alti nell’ultima parte della narrazione. Tuttavia, ho avvertito una piccola dissonanza logica riguardo alla gestione del controllo nella clinica. Ci sono dinamiche sotterranee (c’è chi riesce a procurare con facilità ciò che per forza di cose dovrebbe essere vietato) e intrusioni nella privacy dei pazienti che sollevano importanti dubbi.
Questo "buco" nella catena degli eventi mi ha lasciato con qualche interrogativo sulla coerenza del sistema di sorveglianza (palese o occulto che sia).
Il libro chiude con un ritmo serrato e un colpo di scena che ribalta le carte in tavola. Eppure, proprio nelle battute finali, resta sospesa un'ombra di incertezza. Il destino di uno dei personaggi chiave — colui che incarna la figura del controllo — non appare del tutto delineato, lasciando al lettore un'alea di dubbio che può risultare stimolante o, come nel mio caso, un po' spiazzante. Avrei voluto conoscerne la sorte in modo chiaro. Un noir psicologico intenso in un ambiente particolare, una morte misteriosa, la ricerca di un colpevole che non si scopre… e un finale che non spiega tutto ma lascia addosso una sottile inquietudine.

sabato 17 gennaio 2026

La montagna nel lago (J. De Michelis)


Ho letto in precedenza il libro La stazione di De Michelis e devo dire che La montagna nel lago si distacca completamente, sia per genere sia per stile di scrittura. Questo cambiamento mi è piaciuto molto: mentre La stazione era un’opera corposa e stratificata, con molteplici personaggi, sottotrame e un’ambientazione urbana e labirintica, La montagna nel lago propone una narrazione più centrata, con un filo investigativo chiaro e un equilibrio interno che rende la lettura più scorrevole pur mantenendo complessità e suspense.

All’inizio ho avuto l’impressione che l’autore mettesse troppa carne al fuoco: dettagli su dettagli, storie dentro altre storie, come se volesse “allungare il brodo”. Tuttavia, a differenza di quanto mi aspettassi, nulla è superfluo: tutto trova un senso nel finale. La narrazione si sviluppa su diversi piani temporali, con il passato raccontato attraverso flashback che, pur essendo ricordi, sono narrati al presente. Questo rende la lettura coinvolgente e mai dispersiva, anche se inizialmente può sembrare complessa.

Forse l’aspetto che meno mi ha convinto è il continuo riferimento del protagonista allo sniffare e al bisogno di droga, che però scompare improvvisamente nel corso della storia. Da un giorno all’altro smette di fare uso di sostanze come se nulla fosse, un dettaglio che mi è sembrato un po’ forzato e poco credibile.

Il protagonista, giornalista squattrinato, porta avanti le indagini quasi come un detective stellato, un dettaglio forse inverosimile, ma in quanto giornalista anch’io mi è subito rimasto simpatico. Curiosamente, senza volerlo, in questi primi giorni dell’anno ho letto due libri con protagonisti giornalisti (una lei e un lui), il che mi ha fatto riflettere su quanto questo mestiere possa affascinare in letteratura.

Ho avuto l’onore di presentare De Michelis in una diretta online dedicata al suo libro precedente e proprio il fatto di conoscerlo per quel tipo di storia mi ha reso questa nuova esperienza letteraria sorprendente e spiazzante. E l'ho pure conosciuto di persona, pur se con la dovuta distanza... visto che stavamo uscendo dal covid. 

Se La stazione era un mosaico corale con molti protagonisti e trame intrecciate, La montagna nel lago concentra l’attenzione su un arco narrativo più chiaro e su un protagonista centrale. L’ambientazione passa dalla Milano sotterranea e complessa della prima opera all’isola di Montisola e al Lago d’Iseo, con un respiro più naturale e riflessivo. La densità narrativa di La stazione può risultare a volte dispersiva, mentre La montagna nel lago mantiene ricchezza di dettagli e flashback senza appesantire la lettura.

In termini di stile, si percepisce una maturazione dell’autore: da un esordio ambizioso e sperimentale, De Michelis arriva a un romanzo più equilibrato, in cui la complessità dei piani temporali e dei dettagli serve a costruire suspense e approfondire i personaggi, senza perdere il filo della storia.

 La montagna nel lago è un thriller coinvolgente, sorprendente e ben costruito, che conquista per la sua capacità di intrecciare storie e tempi diversi senza annoiare, con un finale che ripaga la pazienza del lettore. Rispetto a La stazione, mostra uno stile più maturo e focalizzato, pur mantenendo l’ambizione narrativa che caratterizza De Michelis.

domenica 4 gennaio 2026

L’orologiaio di Brest (M. De Giovanni)

 

Ho letto tutto di De Giovanni. Premessa dovuta.

Detto ciò, con il libro "L'orologiaio di Brest" il mio autore preferito cambia rotta sul fronte stilistico ed è evidente già dalle primissime righe.

Dimentichiamo Ricciardi o i Bastardi di Pizzofalcone, ma anche Sara, giusto per arrivare alle storie più recenti. Stavolta mi sono trovata per le mani un noir che si allontana dalle atmosfere napoletane classiche ed arriva in territori internazionali e più oscuri, scavando sui misteri d’Italia (la Notte della Repubblica). La figura chiave di tutto il racconto è un uomo abile ad aggiustare gli ingranaggi esperto non solo di meccanismi legati agli orologi ma, soprattutto, un esperto di armi ed esplosivi. Tutto ruota attorno a lui anche se la sua presenza, per la maggior parte del libro, sembra aleggiare leggera sopra le nuvole, pur con tutta la zavorra che la sua storia gli ha appiccicato addosso. È un ex militante e custode di segreti inconfessabili e qualcuno si mette sulle sue tracce.

Dello stile di De Giovanni ho ritrovato l’abilità nel legare vite e raccontarle in modo apparentemente indipendente l’una dall’altra ma con fili che, piano piano, si legano e si stringono sempre di più. Tanti i personaggi che entrano in gioco, diversi i piani temporali su cui si struttura la storia. Inizialmente ho fatto un po’ di fatica a capire quali fossero gli incastri giusti ma con De Giovanni sono abituata ad avere pazienza perché so che ne vale la pena e non tutto viene svelato subito. Soprattutto sul fronte di tali legami.

Ho incontrato una donna molto testarda e pronta a tutto pur di avere risposte. E il fatto che fosse una giornalista me l’ha resa subito simpatica. Sarà per deformazione professionale ma a me donne così piacciono proprio: determinata, impavida, ferma nei suoi propositi, intelligente, attenta.

E da giornalista quale sono anche io posso dire che De Giovanni è stato molto preciso nel descrivere il metodo: la testardaggine, la ricerca della fonte, quel "fiuto" che non ti fa mollare la pista.

Questa volta De Giovanni è meno evocativo, meno romantico ma più concentrato su una narrazione complessa, precisa, come un orologio svizzero mi verrebbe da dire. Stavolta il ritmo è più serrato e c’è meno spazio per l’inclinazione romantica e lirica cui ci ha abituati in passato. Scrive "per sottrazione", togliendo l'aggettivazione lirica a favore di un ritmo più sincopato, tipico del noir d'azione o del reportage di approfondimento. Sono rimasta attaccata alle pagine. Ma stavolta è stato diverso. In precedenza sono state, spesso, le storie personali a legarmi al ritmo narrativo. Stavolta, invece, è stato proprio l’intreccio della trama a tenermi lì per capire come andasse a finire. E sta proprio qui il punto debole, secondo me: il finale aperto. Non che non sia abituata ai racconti seriali di De Giovanni ma in passato le storie, in un modo o nell’altro, si aprivano e si chiudevano mentre a restare sospese erano le vite dei personaggi. Le situazioni narrate, invece, arrivavano a compimento. O, per lo meno, il finale non lasciava amarezza per dover necessariamente cercare (e aspettare) il volume successivo. Stavolta la storia non si chiude per niente. Il finale è sospeso e bisognerà attendere necessariamente il seguito.

L'orologiaio di Brest non è solo un giallo, ma un'indagine spietata sugli ingranaggi del potere e del rimorso. De Giovanni dimostra di saper evolvere, abbandonando la rassicurante Napoli per un racconto che sa di ferro e polvere da sparo, lasciando il lettore con l'urgenza di scoprire il prossimo capitolo di questa nuova avventura narrativa. Per qualche lettore questo è uno stimolo ad attendere con ansia il seguito. Per altri, magari meno affezionati all’autore, è una nota di demerito. Io, che ho sempre letto tutto di suo, non ho nessun problema ad aspettare il prosieguo anche se, lo ammetto, un po’ male ci sono rimasta. 

Ma a Maurizio concedo tutto!

venerdì 21 marzo 2025

Portami a casa (S. Fitzek)

 

Arrivata all’ultima parola dell’ultima riga mi sono detta: ma qui sono tutti matti. Libro lontanissimo dall’essere credibile. Situazioni assurde. Un serpente che si morde la coda. Un’assurdità dopo l’altra. Tessere sparse ovunque che sembrano andare ognuna al loro posto salvo, poi, ritornare in una confusione tale da far perdere la testa.

Ero pronta a sconsigliare la lettura a persone sane di mente che volessero restare tali.

Poi sono arrivata alla post-fazione dell’autore e… alzo le mani!

Eh, sì perché, se la storia ha dell’assurdo, se la protagonista femminile mi ha fatto venire il nervoso per il suo modo di essere vittima sempre e comunque, se il colpo di scena finale mi ha fatto dire “….ma daiiiiiiiiii”, poi lui, l’autore, ci ha messo del suo.

L’autore – nella postfazione del libro - ammette di essere stato spesso criticato per la mancanza di realismo nei suoi romanzi. E io stessa, a quanto pare, glielo riconosco anche qui, in questa lettura. Ma lui si dice perfettamente consapevole del fatto che molti dei crimini che narra sono estremamente improbabili, prodotto esclusivo della sua immaginazione così come ammette di scrivere per intrattenere, non per descrivere nel dettaglio la vera sofferenza. Ammette di mettere con piacere i suoi personaggi in situazioni critiche, in difficoltà ma in situazioni inverosimili, immaginarie, anche difficili da ipotizzare come concrete e reali perché poi, nel concreto, il piacere di vedere persone in difficoltà scompare quando si passa alla realtà che non ritiene possa essere considerato un terreno fertile per l’intrattenimento legato al genere thriller.

Io devo dire che a tutto questo non avevo pensato. Leggo thriller da sempre e mai, nemmeno una volta, ho preso in considerazione questo punto di vista… l’ho fatto questa volta e devo dire che l’autore non ha tutti i torti.

Per questo, se trovo inverosimile che un servizio telefonico di aiuto a persone in difficoltà non possa attivare una qualsivoglia ricerca automatica del luogo da cui la persona chiama, se la nostra protagonista si trova a vivere situazioni assurde così come si trova appesa ad una telefonata in circostanze piuttosto inverosimili… se il protagonista che dovrebbe avere il compito di aiutarla non è poi ciò che sembra, se la storia si sfilaccia e se ne va in mille direzioni diverse… beh, nell’ottica di quanto detto dall’autore in coda al libro tutto ci sta.

Allora che dire?

Che siamo a Berlino, in una qualsiasi serata dopo le 22. Un uomo è al telefono in sostituzione di un amico che lavora per una linea telefonica che mira ad aiutare donne in difficoltà. Quelle che hanno paura a tornare a casa di notte, quelle che potrebbero aver bisogno di una voce amica prima di rientrare. Jules, questo il nome dell’uomo al telefono, parla con Klara. Non si capisce bene come mai quella donna abbia chiamato. Inizialmente. Poi si apre il sipario su una storia fatta di violenza, di torture, di sottomissione, di morte. Ed ha inizio un incubo. Per lei. Ma anche per lui.

Si tratta di un thriller psicologico ad altissima tensione dove tutto è il contrario di tutto. Chi è la vittima? Chi è il carnefice? Difficile da dire.

Quello che è certo è che molto gravita attorno alla violenza sulle donne, in particolare consumata tra le mura di casa. Tutto ruota attorno a ciò. Non vengono risparmiate scene piuttosto crude e violente, di questo bisogna essere consapevoli. Ed io ammetto anche che avrei voluto prendere a schiaffi quella donna che, seppur messa davanti ad un mostro, continuava ad amarlo e a tornare da lui… però questa mia non vuole essere un’osservazione giudicante, assolutamente. So che nella realtà non sono situazioni facili dalle quali venire fuori. E so anche che nel libro è tutto reso estremo (mi piace pensare così… anche se i fatti di cronaca troppo spesso dicono che la realtà può superare l’immaginazione, a volte).

In conclusione, se lo consiglio? Sì, a chi ha letto questi miei pensieri dall’inizio alla fine e voglia affrontare una lettura del genere con la consapevolezza di quello che troverà. Violenza, sangue, morte, tensione psicologica, tradimenti, follia, vendetta… ma tutto talmente estremizzato da essere palesemente esagerato e finto. Per scelta dell’autore.
***
Portami a casa
Sebastian Fitzek

Pag. 353
Fazi editore

venerdì 28 febbraio 2025

Il maestro delle essenze. La saga dell'Alchimista. Vol. I

 

Magia, mistero, amicizia, arroganza, potere, menzogna e verità: sono tanti gli ingredienti che sono stati mescolati per dare vita alla storia che avvia una serie molto particolare, adatta agli amanti del fantasy e dei romanzi storici. O meglio, agli amanti dei romanzi storici che vogliano volare via sulle ali del fantasy. Il primo volume della saga dell’Alchimista, intitolato “Il maestro delle essenze”, catapulta il lettore in un mondo misterioso e magico, in un regno in cui lui, il vecchio alchimista, è il personaggio cardine attorno al quale ruota tutto ciò che accade. E pensare che è un personaggio da evitare, un pazzo, un tipo che se ne sta per i fatti suoi ed è anche un po’ burbero! Ma è una figura affascinante e magica, misteriosa ed acuta, anche quando mente.

La figura dell’alchimista scende in campo accanto a figure più “normali” e in situazioni molto umane: un soldato della guardia cittadina, durante le investigazioni attorno alla morte misteriosa di un uomo, trova una missiva sigillata con il sigillo regale. È un messaggero del re, lo capisce al volo, e non resiste dal rompere il sigillo per cercare di capire cosa si nasconda dietro a quella morte e per mano di chi sia stata compiuta.

Allo stesso tempo la figlia dello scorticatore ed un suo amico, mentre sono alla ricerca di funghi nel bosco, vengono attirati da qualche cosa di molto particolare in una grotta nascosta alla vista: qualcosa di pericoloso che, però, i due ragazzini non hanno paura di affrontare.

Alchimista, guardia cittadina e ragazzini si troveranno – per un motivo che appare misterioso a tutti ma che, a ben guardare, ha un suo perché – legati da una collaborazione molto stretta nata non solo dalla necessità di capire cosa stia succedendo nel regno, chi siano i responsabili, o chi sia il responsabile, della morte del messaggero e perché ciò sia accaduto. C’è qualcosa di più profondo che li lega, qualcosa che li porta a vivere un’avventura che è agli albori in questo primo libro e che costringe (come ogni saga che si rispetti) a proseguire per mettere ordine nell’apparente confusione che sembra gravitare attorno ai protagonisti.

Molto affascinante la figura dell’alchimista: personaggio che sembra quasi noncurante di tutto ciò che accada al di fuori dei suoi spazi, oltre i suoi alambicchi e le sue pozioni ma che si mostra molto attento, invece, e partecipare soprattutto accanto a quei due ragazzini che fanno breccia nel suo cuore e diventano una parte essenziale della sua esistenza.

Ho affrontato questa lettura con la voglia di evadere un po’ da storie che, ultimamente, mi hanno emotivamente provata. Cercavo qualche cosa di più leggero ma che non fosse banale.

Un’avventura, sì, un’avventura. E l’ho trovata. Quel pizzico di magia che aleggia sempre attorno alla figura di un alchimista – che, volenti o nolenti, compie sempre delle magie con i suoi miscugli – non mi è sembrata di troppo. Anzi.

Si tratta di un’avventura che consiglio anche a giovani lettori impavidi che non si lascino spaventare dalle iniziali descrizioni di morte… si tratta di passaggi marginali che, pure, sono perfettamente contestualizzati e creano quella suspense che non ci sta affatto male.
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Il maestro delle essenze. La saga dell'Alchimista. Vol. 1
Sam Fauerbach
pag. 331

lunedì 10 febbraio 2025

L’angelo del lago (D. Galimberti)

La vita non è una fiaba e non sempre c’è il lieto fine. Lo ricorda l’autore nelle sue note finali e mai come stavolta mi sono sentita di leggerle tutte, quelle note.

 

Tra 1938 e 1939 il quartiere Sassello fu raso al suolo a picconate. Tutti consenzienti, compresi politici (sia di destra che di sinistra) che gli scrittori, gli architetti ed altri intellettuali. Poche voci fuori dal coro. La demolizione del Sassello offriva vantaggi a molti. Era uno dei quattro rioni storici dell'antico borgo di Lugano, la contrada nei pressi dell'odierna Via San Lorenzo e di Via G. Motta. Il luogo in cui, all’inizio del romanzo di Galimberti, viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna. Nuda. Bellissima. Dal volto sereno. Come se dormisse. Tutto ha inizio in un modo che non fa assolutamente presagire a tale tragedia.

E’ una mattinata d’autunno del 1935. C’è da raggiungere un ladruncolo che sta sgattaiolando via dei banchetti del mercato di Lugano, dove ha rubato delle ciambelle. Un poveraccio, probabilmente, mosso dalla fame e Albino Frappolli, giovane gendarme in servizio, si mette all’inseguimento fino ad arrivare proprio alle porte di quel quartiere, il Sassello. Mentre il ladro riesce a seminare il suo inseguitore e a prendere per il naso tutti coloro che l’hanno visto scappare vie, il giovane gendarme viene condotto in un punto preciso di quel quartiere malfamato dove non trova il ladruncolo. No. Trova il cadavere di una giovane donna attorno al quale in molti hanno fatto capannello.

Il ragazzo non può fare altro che mobilitare il suo capo, il delegato di polizia Ezechiele Beretta.

Si aprono così le indagini attorno ad una morte sulla quale appare subito difficile fare luce. L’identificazione della ragazza – Eleonora, una delle due figlie di uno degli uomini più ricchi di Lugano – le indagini sul povero cadavere, le ricerche del colpevole: tutto mostra di essere più difficile del previsto.

La narrazione è scorrevole e l’ambientazione ben resa. Usi e costumi dell’epoca, descrizioni efficaci degli ambienti, personaggi credibili: tutto rende la lettura piacevole (per quanto possa essere piacere leggere dell’assassinio di una giovane donna). L’autore utilizza due piani narrativi che aiutano la comprensione degli eventi: quello presente, con ciò che sta accadendo, e quello che riporta a quanto accaduto in precedenza che, poi, altro non è se non ciò che si sta cercando di far venire alla luce.

Quando si è arrivati al colpevole (o ai colpevoli?) ho pensato che fosse stato tutto così facile da risultare troppo banale… e in effetti andando avanti ci si rende conto che, se il libro fosse finito lì, sarebbe stato proprio così. Invece c’è il colpo di scena…

La storia gravita attorno ad equilibri fondati sull’opportunismo, a rapporti familiari non del tutto sani, al caro, vecchio dio denaro che motiva, a quanto pare, anche le scelte più abiette e vili.

Un giallo senza infamia e senza lode che ho letto con piacere e di cui ho visto che sono stati pubblicati altri due volumi tanto da dare vita ad una serie.

Non svelo oltre per non togliere il gusto della lettura ma mi rifaccio all’introduzione di queste mie considerazioni, alle note dell’autore: un grande protagonista è proprio il quartiere. Quel quartiere che resta protagonista fino alla fine anche se in un modo diverso da quello che, invece, gli è stato riservato nella realtà.
E concludo riprendendo proprio quanto detto sopra: la vita non è una fiaba e non sempre c’è il lieto fine.
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L’angelo del lago
Dario Galimberti
Pag. 250