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venerdì 29 settembre 2017

La pietà dell'acqua (A. Fusco) - Il Venerdì del libro

Il Commissario Casabona torna con una nuova indagine. 

Un'indagine che lo porta sempre più lontano dai suoi affetti tanto da rischiare di darci un taglio netto.
Tommaso Casabona torna con un caso che si rivelerà più intricato del previsto e che lo porterà a lavorare fianco a fianco con una nuova collega che avrà un ruolo importante nella sua vita, in quel particolare momento storico. Oppure no? Credo che questo sia un elemento che potrebbe trovare degli sviluppi in futuro anche se, per come si mettono le cose, ci sono tutte le caratteristiche affinché sia una storia aperta e chiusa.

Anche questa volta mi ha un po' innervosita il modo di chiamare il Commissario per cognome in abbinamento a persone chiamate per nome.
Nel precedente libro era Casabona e Cristina, stavolta è Casabona e Monique. Come ho già detto, non c'è una regola da seguire ma a me suonano meglio due cognomi abbinati tra loro o due nomi.
Un dettaglio.

La storia è piuttosto intricata ma gli elementi emergono, pian piano, con una certa facilità.

Questa volta è un caso di vendetta. Una vendetta che si consuma in un borgo molto particolare ed in un periodo altrettanto particolare: siamo sulle colline toscane, ai confini di Valdenza. E siamo in un periodo storico particolare visto che dopo lo svuotamento della diga costruita nel dopoguerra, con il prosciugamento del lago torna alla luce il vecchio borgo di Torre Ghibellina. Tornano alla luce le case di pietra, il campanile ed anche un piccolo cimitero. Ma tornano alla luce, pian piano, anche vecchi delitti rimasti impuniti e risalenti al periodo nazista.

Qualcuno sapeva ma ha fatto finta di non sapere. Qualcuno ha preferito ignorare la verità. Ma alla verità si può mettere il bavaglio? Si può impedire alla verità di tornare alla luce?
E, soprattutto, per quanto tempo si può covare nel proprio profondo il desiderio di vendetta per atroci delitti dimenticati o sconosciuti ai più ma rimasti scritti sulla pelle di chi è sopravvissuto?

La pietà dell'acqua è il secondo libro della serie delle indagini del Commissario Casabona che leggo.
L'ho odiato per la facilità con cui ha dimenticato di avere una moglie e mi è sembrato anche un po' troppo semplice che gli venga permesso di tornare alla normalità come niente fosse. Anche nel suo caso, per quanto potrà la verità restare nascosta, per quanto potrà essere taciuta? Non so se sarà così ma ci sono tutte le carte in regola per poter dare un seguito alla vicenda personale. 

Certo è che un elemento caratterizzante di questo commissario è il suo rapporto altalenante con sua moglie. 
Un personaggio secondario, questo, che credo possa essere preso in considerazione - magari in futuro - per avere più spazio e per caratterizzarsi un po' meglio.
Questi commissari, che vita tormentata che hanno! Come non pensare a Montalbano e alla sua Livia? Alle difficoltà che si affrontano nel tenere in piedi un rapporto di coppia quanto si fa un mestiere in cui le emergenze sono all'ordine del giorno e dove non c'è vacanza che tenga?

Scrittura fluida, intreccio non eccessivamente complicato, colpo di scena finale al quale si arriva con una certa delicatezza. Quella stessa delicatezza che la situazione richiede. 

Sono sincera: dopo il primo romanzo che mi aveva convinta per metà, ora ho voglia di leggere altro di Fusco, vorrei proprio sapere come si sviluppa soprattutto la sfera personale del Commissario. Ed avere la curiosità di leggere altro credo che sia proprio un buon segno.

Letto in e-book, tranne un piccolissimo errorino del tutto trascurabile devo dire che non ho trovato errori o i classici strafalcioni che, in più d'una occasione, mi hanno fatto odiare i supporti telematici a tutto vantaggio del libro tradizionale.

Con questa lettura partecipo alla quarta tappa della The Hunting Word Challenge con la parola ACQUA che trovo nel titol e rappresentata in copertina visto che tra le abitazioni si vede il mare.

Inoltre, partecipo con Fusco al Venerdì del libro di questa settimana lasciando il mio pensiero su quello che è stato il suggerimento di lettura di Paola venerdì scorso.
Inutile dire che il genere mi piace un bel po'. Ho appena preso in mano un altro giallo e la lettura successiva sarà dello stesso genere (libro già preso in prestito in biblioteca e in attesa sulla libreria di casa).

domenica 13 agosto 2017

Morte a domicilio (M. Masella)

Altro commissario che si aggiunge alla lunga serie ma che non riesce - secondo il mio parere - ad avvicinarsi nemmeno lontanamente ai suoi colleghi più famosi.

Antonio Mariani è un commissario di casa nostra - frutto della penna di un'autrice italiana che propone uno stile semplice ed essenziale - per sua stessa ammissione è un po' la pecora nera della situazione nel senso che ha attorno donne che gli usurpano il ruolo con una certa disinvoltura ed efficacia.
Sua moglie Francesca, ingegnere informatico, è la mente che lavora di più per la soluzione di alcuni casi di omicidio che il commissario ha per le mani e che, è subito chiaro, riguardano la sua famiglia molto più di quanto si potrebbe pensare.

Morte a domicilio è un libro del 2002 che mi ha fatto conoscere un'autrice di cui non avevo mai sentito parlare. Un'autrice che costruisce una buona trama ma che non riesce a farmi affezionare al personaggio. Sembra davvero un po' troppo smarrito davanti agli eventi e l'influenza, decisiva, di sua moglie lo fa passare troppo in secondo piano.

L'assassino non si limita ad uccidere ma manda dei segnali molto chiari al commissario. Elementi concreti che fanno pensare al serial killer e che sono piuttosto inquietanti, oltre al fatto di essere collegati a degli omicidi: viene minacciata da vicino la famiglia del commissario ma Mariani non riesce a capire il perché. Almeno all'inizio. Quando gli elementi iniziano ad emergere, prima timidamente poi con sempre maggiore chiarezza, allora Mariani ben comprende cosa sta accadendo.
Indubbiamente il personaggio più forte è quello di Francesca. Una donna di successo nel suo lavoro, un ottimo rapporto con una bambina che, dalle poche descrizioni che vengono fornite, è molto più matura di una qualsiasi altra bambina di sei anni, un pessimo rapporto con suo marito.

E qui vorrei spendere due parole. Considerato che l'autrice è una donna, onestamente credo che abbia costruito un personaggio poco credibile. Manca la sensibilità femminile alla base della figura di Francesca. Antonio è un uomo che ha tradito più volte la sua donna: per sua ammissione, con continui riferimenti a ciò da parte di lei... Eppure... lei sembra quasi indifferente a questa cosa: se non fosse per il fatto che dorme nella stanza degli ospiti (e lui se ne dispiace pure!) per il resto sembra essere del tutto accondiscendente ad una situazione di questo tipo.  Devo dire che questa cosa non mi è piaciuta affatto. Avrei preferito che avesse più carattere sul fronte dei rapporti personali.
Posto che la vita extraconiugale del commissario diventa importante ai fini della soluzione del caso, per essere una donna di successo così come viene descritta, intuitiva, acuta, intelligente, Francesca mi ha deluso dal punto di vista dei rapporti con suo marito. 
E, inutile dirlo, mi ha deluso anche lui, così propenso a non dare alcun valore alle sue continue scappatelle e pronto a ricucire un rapporto per il quale non si capisce bene quali siano gli elementi che dovrebbero tenerlo in piedi.

Mariani non mi ha affatto convinta. Non regge proprio il confronto con altri commissari che mi hanno letteralmente rapita e, onestamente, non ho nessuna voglia di leggere altri libri della serie.
Mi spiace ma non è scattata la scintilla.

Se poi aggiungiamo che nell'e-book ho trovato anche qualche errore (poca cosa, ma comunque sgradevole), allora il quadro è completo.
Storia scorrevole, buona trama, stile semplice ma libro non del tutto efficace. Io non l'ho amato, mi dispiace.

Con questa lettura partecipto alla Challenge La ruota delle letture per l'obiettivo OBIETTIVO 2 - libro pubblicato in Italia prima del 2010.
 
Questo libro mi è utile anche per la terza tappa della The Hunting Word Challenge per la parola BONUS che è MORTE.

martedì 9 maggio 2017

Il senso del dolore (M. De Giovanni)

Finalmente ho fatto la conoscenza del Commissario Ricciardi, altra creazione della fantasia e della penna di Maurizio De Giovanni che ho amato con Lojacono e che mi incuriosiva da tempo con quest'altra serie. Serie precedente, dal punto di vista temporale, a quella dei Bastardi di Pizzofalcone ma che è arrivata tra le mie mani solo ora, quando dei Bastardi ho letto quasi tutto.

Ricciardi è diverso. 
Diverso da tutti i Commissari di cui io abbia mai letto fino ad ora.
Lui ha un dono - che poi, a ben guardare, è davvero un dono? O piuttosto una condanna? - che lo accompagna nel suo quotidiano, fin da quando era ragazzino.
Lui vede i morti. Li vede nel loro ultimo momento di vita e ne sente il dolore. Un dolore che lo attanaglia, che lo pervade e con il quale convive da sempre.
Come fa, tutto ciò, a non influenzare il suo modo di essere? Ricciardi non ride mai, si capisce che porta un peso sulle spalle ma nessuno sa cosa sia. Un peso che in alcune circostanze lo aiuta - nel suo lavoro - ma che peso è e peso resta. 

L'amore e la fame: questo secondo Ricciardi che porta ad armare mani assassine. Come quella che ha chiuso definitivamente la carriera di Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale, trovato ucciso nel suo camerino in un lago di sangue. Ed è proprio il sangue che esce a fiotti dal suo collo ad accompagnare l'immagine della vittima che segue Ricciardi. Canta, Vezzi. Canta e piange nell'ultimo momento prima di morire. E Ricciardi lo sa. Perchè? E' morto per mano di chi? Sarà l'amore o sarà la fame alla base di questo caso sul quale il Commissario sta indagando.
E pensare che Ricciardi ha sangue blu nelle vene! Eppure, vive nel tormento, perennemente a contatto con un mondo fatto di morti viventi, che vivono solo per lui e non lo lasciano in pace. 
Potrebbe vivere di rendita, avvantaggiarsi della sua discendenza. Ma non è questo quello che vuole. Ricciardi persegue il suo senso di giustizia che lo porta a lavorare senza distrazioni fino a che non trova il colpevole. 
Stavolta cerca di districarsi nel mondo del Real Teatro di San Carlo: all'interno di un camerino come tanti, ma appartenuto al più grande tenore di tutti i tempi, vede quel pagliaccio con le lacrime agli occhi e la gola squarciata e sente il suo canto. Pagliacci: era quella l'opera che Vezzi avrebbe dovuto mettere in scena ma rispetto alla quale si è solo limitato a vestire gli abiti di scena ed a portarne il trucco nel volto. 
Una scena che non abbandona Ricciardi tranne che in alcuni, volatili momenti: quando si affaccia alla finestra di casa sua per osservare - convinto di non essere visto - una giovane dall'altra parte della strada. Elena è il suo nome. I due si scambiano furtivamente sguardi che vanno oltre le parole mai dette. 

Ricciardi non regge il confronto con Lojacono. Anzi, mi correggo. Ricciardi non può essere confrontato con Lojacono perchè sono diversi: diversa l'epoca in cui vivovo e indagano, diverso il contesto in ci lavorano (Lojacono in squadra, Riccardi in solitudine con un solo collaboratore accanto), diversa la storia personale ed anche l'estrazione sociale.
Eppure, hanno in comune l'essere nati da una penna sapiente che li fa restare nella mente del lettore.

In questo libro - e credo anche negli altri, proprio per via della caratteristica di Ricciardi - le continue immagini di spettri, di morti-viventi mi hanno fatto pensare al film Sesto senso: non sono forse, anche in questo caso, anime che lasciano qualche cosa di incompiuto e che lanciano messaggi ad una persona speciale? Non un bambino, come nel film, ma un commissario.

Ricciardi viene descritto con la solita maestria di De Giovanni. Quel naso aquilino, quel ciuffo ribelle mi hanno dato degli elementi chiari sui cui far volare la mia immaginazione per dare un volto a quel personaggio così particolare e a suo modo magnetico.

Interessante il riferimento, anche se di passaggio, a Pizzofalcone.

Personaggio molto interessante per una serie che mi intriga un bel po'.
Con questa lettura partecipo alla gara di lettura The Hunting Word Challenge. La parola utile per la challenge è DOLORE che compare nel titolo.


Inoltre, propongo questa lettura per la nuova edizione della Challenge From Reader to Reader 2.0 e ringrazio chi ha suggerito questo titolo dandomi, così, l'occasione di conoscere Ricciardi.

Ps: nell'edizione che ho preso io in prestito in biblioteca, in copertina non compare il sottotitolo che, invece, è ben visibile in altre edizioni: L'inverno del commissario Ricciardi. A parte ciò, la copertina mi piace.

giovedì 3 settembre 2015

Non deve accadare (A. Holt)

Un finale come quello che mi sono trovata davanti agli occhi non me l’aspettavo proprio. Sulle prime mi è rimasto un po’ di amaro in bocca ma, ripensandoci bene, non è proprio così.
Vik e Stubø  tornano con una nuova indagine. Vengono proposti dei richiami al libro precedente, quello che ha aperto la serie, ma la storia si regge alla perfezione anche se non si partiti dall’inizio della storia dei due, dell’investigatore e della profiler.
Li avevamo lasciati collaboratori e li ritroviamo spostati con prole. In effetti sul finale del libro si era lasciato intendere un certo reciproco interesse tra i due, si era accennato ad una potenziale storia d’amore che ora è sbocciata appieno.
Stavolta viene fornito qualche dettagli in più sui personaggi. E l’ho apprezzato perché mi hanno aiutata a fare un quadro più preciso dei protagonisti.
Vik ha qualche scheletro nell’armadio che, però, resta tale anche al termine di questa storia. Probabilmente qualche sviluppo lo si avrà, da questo punto di vista, nel libro successivo (ho letto la trama e mi è parso di capire qualche cosa del genere). Ha una specie di segreto, legato ad una sua relazione precedente, di cui non vuole parlare ma che pesa su tutta la storia. E’ una mamma molto inquieta, sente su di se la responsabilità moltiplicata per due, per le sue figlie, ma la sente in modo amplificato. E’ una donna fragile almeno nella parte iniziale del libro. Fragile ma capace di tirare fuori le unghie.
Stubø invece si è svelato più di quanto non avesse fatto in precedenza. Ha quasi 50 anni, lavora in polizia da quando ne aveva 22, è finito nella Kripos (la polizia criminale) dopo diverse esperienze: dopo aver pattugliato le strade come poliziotto in divisa, dopo aver arrestato vagabondi e ubriachi, dopo aver guidato una squadra cinofila ed aver trascorso alcuni anni (a disagio) nella sezione antitruffe. Un uomo di grande esperienza, dunque. Intuitivo (questo era emerso già nel precedente libro) ma consapevole di non riuscire a fare tutto da solo.
Anche stavolta ha bisogno di una donna, della sua donna, per cercare di capire cosa sta accadendo in città: scenografici omicidi stanno turbando l’esistenza di molti, le vittime sono personaggi a loro modo famosi e non si riesce a trovare nulla che possa permettere di avere anche un piccolo sospetto…
Non mi sento proprio di dare altre indicazioni sulla storia perché qualsiasi cosa direi toglierebbe il gusto della lettura. Posso dire che questa volta Vik vuole proprio tenersene fuori (anche nell’altro libro, quando si trattava di bambini scomparsi) ma neanche questa volta riesce a tenere fede al suo proposito pur avendo una neonata ed una bambina difficile a cui badare. Lei non riesce proprio a starne fuori, questa volta più che mai. Perché sente che qualche cosa, nei casi che ha per le mani grazie a suo marito (è lui che porta a casa i fascicoli del caso per avere l’aiuto di sua moglie in modo ufficioso) la riguarda da vicino. Molto da vicino. Questa sensazione pervade per tutta la prima parte della storia fino a diventare una certezza.
La protagonista femminile, così come avvenuto in precedenza, non ha un ruolo secondario. Tutt’altro. Sono le sue deduzioni che permettono di fare un po’ di luce su uno scenario buio come la notte. Infondo, a ben guardare, chi scrive il libro è una donna e sa il fatto suo grazie ad una vasta esperienza lavorativa e umana al suo attivo, una conoscenza diretta dei meccanismi investigativi e legali appresi non per sentito dire ma per essere stata Procuratore e persino Ministro della Giustizia. Un’autrice donna che assegna ad una protagonista donna un ruolo importante: una specie di riscatto nei confronti dei tanti, tantissimi ispettori, commissari, poliziotti, investigatori che dilagano nel genere giallo.

Ritmo sostenuto, narrazione precisa e ricca di particolari, nessun eccesso sulle scene del crimine.
Concludo chiedendomi e chiedendovi: il bene ha sempre la meglio sul male? I buoni vincono sempre? Nella vita sicuramente no... nei romanzi?

Ps. un piccolo appunto in merito alla copertina. 
Quella dell'edizione italiana secondo me non rende bene rispetto al contenuto del libro.  Fa pensare che anche stavolta le vittime siano delle bambine (guardando la copertina si vedono piedi di una bambina). E non è così.
Soprattutto per chi ha letto Quello che ti meriti la sensazione che passa nel guardare la copertina è che si abbia ancora a che fare con dei bambini.
Ci sono due bambine nella storia, è vero... ma hanno un ruolo ben diverso da quello che si può pensare a prima vista.
Trovo molto più in linea con la storia (anche se non posso dire che sia una copertina particolarmente bella) quella della versione originale... 
Chi lo ha letto capisce al volo perchè. 
Chi non lo ha letto ha un motivo in più per farlo... e togliersi la curiosità!