mercoledì 8 settembre 2010

L'ultima riga delle favole (Massimo Gramellini)

Questa volta faccio una gran fatica a trovare le parole giuste per esprimere il mio pensiero in merito ad uno degli ultimi libri che ho letto. Forse è perchè il pensiero stesso non si è formato con chiarezza in merito a L'ultima riga delle favole che ho ricevuto come regalo di compleanno. Un regalo inaspettato e, soprattutto, un autore ed un titolo a me sconosciuti.

Il nome di Massimo Gramellini - autore del libro - non mi era affatto familiare. Solo nel leggere la breve biografia stampata sulla bandella del libro ho capito che ha un ruolo di rilievo nell'ambito del quotidiano "La Stampa" di cui è vicedirettore. Si tratta di un mio collega, dunque. Un giornalista, intendo dire, alle prese con il suo primo romanzo ma che non è nuovo nel trattare gli argomenti che poi sono proposti (in modo molto originale, devo dire) nel libro visto che cura da tempo la rubrica "Cuori allo Specchio" del quotidiano in cui scrive. Proprio da lì, dalle lettere che hanno popolato la rubrica nel tempo, sono arrivati degli spunti per il libro ai quali l'autore fa chiaro riferimento in coda al romanzo.

Dare un'idea di questo libro è davvero difficile per me. E' un romanzo che parla d'amore ma non è propriamente un romanzo rosa.
Si tratta di un viaggio introspettivo compiuto dal protagonista della storia attraverso il quale l'autore intende dare delle risposte ad interrogativi quali "...qual è il senso dell'amore?", "esiste davvero l'anima gemella?", "come trovarla e dove?". Si tratta di una specie di favola raccontata in chiave moderna, con un linguaggio semplice ma non per questo scontato, uno stile di scrittura chiaro, non troppo ricercato ma comunque non piatto e noioso. Una favola moderna che ha come protagonista Tomàs, una persona comune, più avvezza a subire le vicende che non ad esserne protagonista. Un uomo che è alle prese con amore agli esordi, con una donna dalla quale - come di consueto - è pronto a scappare trincerandosi dietro una montagna di scuse e di vittimismo.

Il libro inizia così, con una telefonata in cui le gli dice di avere tanta voglia di incontralo ma di avere impegni per cui si deve rimandare ad altro momento. Lui si sente vittima. Proprio come accade a quelle donne che di solito è lui a scaricare proteggendosi dietro ad una banalissima scusa, quella di un, generico, "altro impegno".

Ma mentre cerca di trovare un momento di solitudine viene aggredito da un gruppo di teppisti e finisce in acqua (era sul lungomare). Non affoga. Non torna a galla. Resta sotto. E approda in un mondo di mezzo che gli era sconosciuto, in una specie di limbo dell'anima dove incontra dei singolari personaggi. Si trova alle Terme dell'Anima dove, in varie stanze e con varie "trovate" gli sarà indicata la via per ritrovare la sua anima e tornare a vivere.

Come ben si capisce è un romanzo sui generis, una via di mezzo tra un fantasy ed un romanzo rosa nel quale, però, ad avere la meglio è la fantasia, il racconto intonato con le note della fiaba, che potrebbe tranquillamente iniziare con il classico "...c'era una volta".

Una tipologia di romanzo che non ho mai preso in considerazione: si parla di cure dell'anima, della necessità di guardarsi dentro, di trovare se stessi, di affrontare le proprie paure. Una sorta di manuale da applicare per mezzo di una fiaba.

Ad essere sincera non mi ha entusiasmata più di tanto. L'ho trovato anche artificiosamente intricato in alcuni passaggi. Ma riconosco all'autore il merito di aver inventato ambientazioni e situazioni fantastiche d'effetto, raccontate con dovizia di particolari e, al tempo stesso, con estrema semplicità lessicale. Io in alcuni punti mi sono persa, però. Probabilmente bisogna essere predisposti a recepire l'invito che l'autore fa ad immedesimarsi in quel personaggio facendo volare la fantasia verso ciò che potrebbe tranquillamente essere un sogno fantastico ma che lascia, nel protagonista, dei segni.

Ebbene, Tomàs esce cambiato da questa esperienza ma il suo cambiamento mi sembra un po' troppo repentino. Ok, gli insegnamenti che gli sono stati dati in quelle terme fantastiche sono stati più d'uno però mi è sembrato un po' troppo scontato il cambiamento che mostra di aver subito dopo quell'esperienza.

In uno degli ultimi capitoli ho appreso che i corsi da seguire per arrivare a quel "...e vissero felici e contenti" (l'ultima riga delle favole, appunto) sono sette. E al termine del romanzo ho trovato scritto: fine del primo corso. Ho interpretato il senso di tali parole come una specie di "continua"... in attesa dei prossimi sei corsi che, credo, possano tradursi in sei romanzi consequenziali l'uno all'altro.

Io non sono per niente curiosa di sapere il prosieguo, di sapere come andranno i prossimi sei corsi e non credo proprio che comprerò o leggerò eventuali prossimi libri.
Non me ne voglia l'autore ma non è proprio un genere di lettura che mi prende e mi coinvolge anche se, ammetto, che di spunti di riflessione - seppur tradotti in chiave fantastica - ce ne sono.

Per avere un'idea del tipo di romanzo con cui ho avuto a che fare mi limito a riportare l'elenco dei capitoli, piuttosto eloquente:
* Prologo
* L'accoglienza
* La visita medica
* La palestra
* Il bagno turco
* La tisana della volontà
* La vasca dell'Io
* La vasca del Noi
* La tisana del distacco
* La vasca della Luna
* La vasca del Sole
* La tisana del coraggio
* La vasca del Drago
* La vasca dell'Agape
* Epilogo
Il tutto per 259 pagine in un'edizione Longanesi che porta in copertina una bella immagine di una mano che va a liberare un cuore in gabbia. All'interno, tra i vari capitoli, si trovano anche delle immagini in bianco e nero, dei disegni di Paolo D'Altan.

Non in senso dispregiativo, ma trovo che sia una lettura "da ombrellone". Lo consiglio a chi ama il genere, a chi avesse seguito le rubriche di Gramellini nel quotidiano e a chi avesse la curiosità di fare un giro nelle Terme dell'Anima.

Comunque, al termine della lettura non credo di aver imparato nulla di nuovo, che non sapessi già...

***

L'ultima riga delle favole

Massimo Gramellini

Longanesi Edizioni

259 pag.

martedì 7 settembre 2010

Favole al telefono (Gianni Rodari)

Sono le storie che il ragioniere Bianchi, di Varese, raccontava alla sua bambina, ogni sera, chiamandola al telefono. Perché lui, il ragioniere, rappresentante di commercio, in casa ci stava poco e vedeva poco la sua bambina. Ma non mancava mai di raccontarle una favola, anche se per fare questo era necessario affidarsi ad un telefono.
Alle nove in punto il telefono squillava e dopo la favola raccontata dal suo papà, la piccina se ne andava, serena, a dormire.
"Favole al telefono" è un libro in cui Gianni Rodari ha raccolto delle brevi storie (alcune più di altre... dipende dal tempo che il ragionier Bianchi aveva a disposizione quella sera) che potessero essere raccontata per telefono. Brevi, perché non si poteva stare al telefono più di tanto. Simpatiche, perché le storie non possono essere di certo noiose o antipatiche.

Ecco, dunque, che dall'estro di Gianni Rodari hanno preso vita settanta brevi storielle che hanno un inizio ed una fine, non sono cioè collegate tra di loro nemmeno quando il protagonista è lo stesso (è il caso, ad esempio, di Giovannino Perdigiorno che compare in più favolette). Alcune sono storielle, altre filastrocche... Ci sono spesso dei discorsi diretti (a questo i bimbi più piccoli sono meno abituati) ma sono sempre racconti piuttosto brevi. Tali da durare il tempo di una telefonata!

Io ho avuto per le mani due diverse edizioni di questo libro e ciò mi ha permesso di fare delle valutazioni anche in merito all'estetica, al modo di presentarsi di un libro piuttosto che un altro e dell'effetto sui piccoli lettori che, nel mio caso, non sanno ancora leggere ma aspetto che a leggere le favole sia io.

La prima edizione, trovata in biblioteca, è del 1994, Einaudi Scuola, e al suo interno non sono presenti altro che parole. Solo le favole del leggere senza nemmeno una illustrazione. Non so dire se la versione originale sia così o con qualche immagine: certo è che i bambini più piccoli si stancano in fretta, soprattutto se non hanno disegnini da guardare mentra ascoltano. Questo libro riporta, nell'etichetta, un prezzo di 14.500 lire!

L'altra (e che preferiamo alla prima), che ci è stata regalata da Maria Luna e Marco Maria, è invece una reinterpretazione molto più colorata e ricca di immagini: si tratta di un libro edito da San Paolo Editore e distribuito in allegato con il periodico per ragazzi "Il Giornalino", parte della collana "I Favolosi". Proprio perchè si tratta di un allegato (al Giornalino n. 12 del 23 marzo 2003) questo libro non ha un prezzo stampato sull'ultima di copertina: non ho idea di quanto possa essere costato libro + Giornalino. Si tratta di un'edizione speciale pubblicata su licenza Edizioni El srl.

I testi sono gli stessi: sono favole che a volta sono un po' difficili da capire per i piccoli soprattutto quando le immagini mancano. Abituati come sono, almeno i miei bimbi, a seguire le immagini, quando c'è solo lo scritto da ascoltare fanno un po' più di fatica. Nell'edizione San Paolo le cose migliorano visto che ci sono dei disegni piuttosto colorati che aiutano a seguire e rendono più gradevole l'ascolto del racconto.

Questo libro mi ha dato una grossa mano, nei giorni scorsi, quando ho avuto con noi anche due cuginetti (di un anno e mezzo e di quasi cinque anni). Ho iniziato a leggere qualche storia ma mi sono resa conto che seguivano a fatica così ho preso spunto dalle favole al telefono di Rodari per poi arricchire la storiella di fondo con qualche elemento di mia invenzione, un po' "drammatizzando" il racconto e rendendolo più scenografico. Una lettura piatta non rende bene ...

Segnalo, in particolare, nell'edizione Einaudi Scuola, in appendice (terminate le storie), dei "percorsi di lettura" nei quali l'autore aiuta a capire come costruire una storia, come arricchirla, come renderla interessante anche partendo da elementi semplici. Vengono poi analizzate alcune delle favole inventate da Rodari e raccontate nel libro e si tratta di un'analisi piuttosto dettagliata che mira a far capire le caratteristiche di un racconto divertente ed interessante. In questi percorsi viene suggerito anche come inventare delle storie nuove e come fare in modo che siano il più possibile efficaci. Una serie di "esercizi" guidati per dare vita a storie sempre nuove e diverse giocando con le parole, con i numeri, con i soggetti e le ambientazioni.

lunedì 6 settembre 2010

La separazione del maschio (Francesco Piccolo)

Sei pronta ad una lettura forte? Molto forte? Una di quelle che può farti arrabbiare di brutto?
Quando mi sono sentita dire queste parole, in biblioteca, mentre mi veniva proposta la lettura del libro La separazione del maschio non ci ho pensato su due volte e l’ho chiesto in prestito. Un po’ per curiosità, un po’ per capire cosa si intendesse per forte e capace di farmi arrabbiare di brutto. Un po’ anche perché mi piace lasciarmi andare a letture sconosciute, di quelle meno blasonate e meno pubblicizzate. Questo libro ricadeva appieno nella categoria dei mai sentiti prima così come il nome del suo autore, tal Francesco Piccolo.
Uno sconosciuto, per me, fino a quel momento. Ora che ho letto il suo libro lo conosco un po’ e credo proprio che eviterò di incontrarlo di nuovo lungo la mia strada di lettrice!

La separazione del maschio è un libro edito da Giulio Einaudi Editore nel 2008: 198 pagine contenute all’interno di un libro dalla sovra copertina piuttosto eloquente: un nudo di donna (Carla Cerati, Nudo; 1974) che fa già capire quale sia il tenore di ciò che si andrà a leggere.
Se non altro a grandi linee perché poi, in realtà, di erotico ho trovato ben poco. Questo, almeno, secondo i miei gusti e per la mia sensibilità di donna.

Tanto per cominciare non ricordo il nome del protagonista. L’autore narra in prima persona, il protagonista racconta presente e passato senza mai far riferimento al suo nome (o almeno io proprio non me lo ricordo!) e nessuno lo chiama mai per nome. E' il Maschio... O se qualcuno lo ha fatto, l’ho del tutto rimosso dalla mente per cui per parlare del protagonista gli darò il nome dell’autore perchè chiamarlo maschio proprio non mi piace. Per me è il protagonista è Francesco (poi su questa potenziale identità tra autore e protagonista tornerò più avanti).

* Francesco è un uomo di quarant’anni che vive una tranquilla vita matrimoniale. Ha una moglie che ama (così dice) ed una figlia che ama (così dice). Di mestiere fa il montatore. Monta film (che avevate pensato? Anche se non nego che in alcuni passaggi giocare con il doppio senso che sta sotto a questo mestiere all’autore è piaciuto un po’, almeno questa è l’impressione che ho avuto) ed ha una doppia vita. Ad una tranquilla (dice lui) vita matrimoniale abbina una vivace vita sessuale fatta di amanti più o meno occasionali, storie più o meno lunghe, con donne più o meno conosciute da sua moglie (una di loro, quella con cui ha la storia più lunga, è la sua migliore amica). E lo fa senza il minimo senso di colpa. Si definisce un “maschio” perché si sente assetato di sesso, perché ama i fondoschiena delle donne, perché ama vivere in quel modo, godendo e facendo godere sessualmente uno svariato numero di donne, sua mogli compresa. Si definisce un maschio perché non può resistere al richiamo del sesso anche quando ci si mette con tutte le intenzioni. “Maschio”.

* Teresa è sua moglie. Una donna che non si accorge minimamente della doppia vita del marito e che, alla fine, sarà lei la causa della loro separazione ma non perché scopre il suo tradimento. No no. L’autore-protagonista è talmente maschilista e pieno di se (ovviamente si tratta di un giudizio personale) da palesare un rapporto definitivamente incrinato per via di un tradimento di lei. Scoperto da lui ma ignorato perché, infondo, non era tanto il fatto che fosse un altro uomo a fare sesso con la sua donna ad interessargli, quanto il fatto di poterla riavere con se come sempre, tutti i giorni e tutte le notti, quasi come se non fosse successo niente. Trovo che sia un modo poco originale di trovare una specie di equilibrio tra il suo modo di vivere e quello di lei. I suoi continui e duraturi tradimenti è come se trovassero un bilanciamento con il tradimento di lei, tanto da poter continuare a vivere normalmente come se nulla fosse successo, per nessuno. Un poligamo soddisfatto non solo della sua situazione in quanto tale ma anche del modo in cui conduce la sua vita in generale seppur sente che la minaccia di essere scoperto è sempre dietro l’angolo. Soddisfatto anche quando scopre che sua moglie lo tradisce con un altro. Sereno e tranquillo. Indifferente, direi.

* Silvia è una delle sua amanti. Un architetto che incontra di tanto in tanto ma da un bel po’ di tempo.

* Valeria, cara amica di Teresa, moglie di Vittorio, entrambi amici di famiglia di lunga data. Altra amante fissa, da nove anni.

* Elena è a sua volta amante di Valeria: entrambe saranno le protagoniste di un menage a tre che rappresenta il capitolo più piccante, se vogliamo, con descrizioni esplicite di ogni singolo momento del rapporto sessuale che viene consumato.

* Francesca è una collega di lavoro del nostro protagonista. Altra amante fissa e di lunga data.

E a queste il protagonista racconta di aver aggiunto tutte le donne che gli sono piaciute e che “ci sono state”.
Ciliegina sulla torta: racconta anche di aver avuto un rapporto, molti anni prima, anche con sua suocera. Ed è tutto un dire.

Non è mia intenzione criticare il modo di vivere di alcuno. Tanto più di chi riesce ad avere una vita sessuale tanto piena, intensa e varia con l’accondiscendenza (o alle spalle) di tutte coloro che rappresentano il piccolo harem moderno di questo protagonista “maschio”. Ognuno della sua vita fa quel che vuole. E se non ha sensi di colpa posso pure crederci (perché non dovrei… non tutti hanno lo stesso modo di percepire il senso della fedeltà, della fiducia, del rispetto… ed ognuno è libero di comportarsi come crede) così come posso credere che ami ognuna di queste donne in modo diverso e sempre intenso… Ciò che mi ha fatto proprio ridere e che mi è sembrato davvero inverosimile è il ritmo sessuale che dichiara di tenere da anni. Inverosimile, secondo me… Tanto più se penso alle descrizioni, da vero Superman sempre e comunque, che l’autore fornisce delle performance sessuali del nostro protagonista. Una macho moderno che passa con nonchalance da un letto all’altro sempre con estrema soddisfazione delle sue partners oltre che sua (anche se ognuna ha un suo modo di godere del rapporto intimo in quanto tale) senza risparmiare, nel racconto, termini pesanti, ridondanti, che a volte sono proprio a sproposito secondo me.

Di erotico ho davvero trovato poche pagine, se questa era l’intenzione.

Così come non ho trovato, fondamentalmente, una storia da raccontare. Episodi che si alternano tra il presente ed il passato, la narrazione di un fatto in corso interrotta ed intercalata da ricordi di tempi passati, racconti che sembrano quasi buttati là per caso anche se, a ben guardare, hanno un perché.
Nella bandella della sovra copertina, in presentazione del libro, leggo: Ascoltanto il suo racconto ci ritroviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole.Io ho riso e sorriso poco. Anzi, per niente, direi. Verità magari ne vengono pure dette quando si parla del rapporto di coppia, delle abitudini, del rischio di abituarsi troppo all’altro… Ma ho trovato anche molte esagerazioni e molte affermazioni pesanti e del tutto gratuite, l’uso di termini volutamente volgari per dare il senso del chiodo fisso in testa ad un “maschio” così….

Non ho trovato la minima tenerezza , nemmeno quando parla di sua figlia Beatrice, a dire il vero. Nemmeno un accenno al trasporto dei sentimenti, quello vero ed intenso che va oltre il sesso e l’atto sessuale (che ovviamente viene più e più volte citato con un termine molto meno elegante e soft) in se.

Leggo, ancora, sul retro copertina: “…un romanzo scandaloso e disarmante come una confessione”… Io l’ho trovato un tentativo di abbattere verso il punto più basso possibile della scala dei valori tutto ciò che gravita attorno ai desideri umani, riducendo tutto ad un bel fondoschiena (mai chiamato tale) come biglietto indispensabile per un buon atto sessuale (mai chiamato così) e poco più.

Il genere femminile viene descritto come assetato di sesso a prescindere da qualsivoglia sentimento, a prescindere dall’amicizia e dal benché minimo valore morale che si possa immaginare. Donne sempre disponibili, sempre intensamente soddisfatte, sempre pronte ad un si e a salutare congedandosi in silenzio davanti al “marito e padre di famiglia”. Ma io mi chiedo quante siano, davvero, le donne così! Ce ne sono poi così tante in giro? Ed è questo ciò che si intende per “maschio”?

Il tutto, poi, viene incorniciato in uno stile di scrittura a dir poco irritante per periodi lunghissimi, lo scarso rispetto delle regole grammaticali….

Un solo periodo a mo’ di esempio.
In quanto maschio, ho sempre ragionato così – potrei perfino dire, mi sono sentito costretto a ragionare così: se, per esempio, sono seduto di fronte a una donna bella in treno, mi sento in dovere di cominciare a chiacchierare; anche se vorrei starmene tranquillo a leggere, anche se dico sempre che spero di non incontrare nessun chiacchierone in treno perché voglio starmene in santa pace a leggere, una donna bella rompe ogni intento in modo quasi doveroso: che ne abbia voglia o no, non ha più importanza, devo rivolgerle la parola (mi sento, appunto, costretto); se la donna risponde e partecipa alla conversazione, dopo poco tempo al me in quanto maschio entra un pensiero in testa – ripeto, a prescindere dalla volontà, anzi entrerebbe lo stesso anche se provassi a schiacciarlo.
E’ un esempio tra tanti. Incisi che vengono aperti con il trattino e mai chiusi, due punti e poi ancora due punti sulla stessa frase farciti di punto e virgola poi di nuovo punto e virgola… Poi di nuovo un inciso aperto e mai chiuso… Un modo di scrivere irritante, poco corretto e che rende la lettura ancor meno scorrevole di quanto non lo sia già di suo.

Non è una lettura che consiglio anzi… Non dà nulla, non lascia nulla e se fossi in voi non ci spenderei 17.50 euro (pure un bel prezzo) per comprarlo. Per fortuna l’ho preso in biblioteca e mi sono risparmiata, almeno, di comprarlo.
***
La separazione del maschio
Francesco Piccolo
Giulio Einaudi Editore
198 pagine

domenica 5 settembre 2010

Dinosauri (Dami Editore)

I dinosauri hanno sempre affascinato generazioni di bambini. Di ogni epoca. Ed i miei non fanno eccezione. Così, quando tra i libri che ci sono stati regalati da Maria Luna e Marco Maria abbiamo trovato due fascicoli a tema, non hanno resistito dallo sbirciare tra le pagine ed iniziare a fare un sacco di domande. Ieri sera, poi, visto che per oggi era in programma una trasferta in un parco di dinosauri nella mia zona, abbiamo cercato di conoscerli un po' usando Dinosauri, una pubblicazione della collana Super Activity Album pubblicata da Dami Editore. Uno dei due ricevuti in dono, insomma.

Si tratta di una pubblicazione ricca di attività, non solo di informazioni sui dinosauri (da leggere a cura di mamma o papà) ma anche di immagini - che ai bambini piacciono sempre tanto, giochi, disegni da colorare, adesivi da appiccicare nel posto giusto e tanto altro ancora.

Il tutto concentrato in 32 pagine per una spesa di 5.50 euro. Abbiamo anche trovato un'etichetta appiccicata sul retro del fascicolo con indicato uno sconto del 15% pertanto alla mamma dei nostri amichetti questi Dinosauri debbono essere costati 4,67 euro.

Le pagine da colorare non sono fine a loro stesse ma accanto ad ogni esemplare di dinosauro disegnato c'è scritto il relativo nome e c'è anche un testo che li presenta in modo semplice ed immediato, senza dilungarsi troppo. Tutti i giochi che seguono hanno, si, lo scopo di divertire i bambini ma anche uno scopo educativo tematico visto che sono tutti presentati da informazioni sulle varie specie.

Qualche esempio soltanto:
* due immagini affiancate che presentano una scena di vita quotidiana dell'epoca ma con il classico gioco Trova le differenze preceduto, però da spiegazioni sul Triceratopo che è poi illustrato nell'immagine;
* adesivi da attaccare (che piacciono tanto alla mia bimba, di qualunque tipo essi siano) ma non vanno attaccati a casaccio bensì nelle giuste sagome che sono sistemate nelle varie parti del mondo in cui, nel tempo, hanno vissuto le varie specie;
* il classico labirinto va a collegare uno Pterosauro al suo cibo preferito: una libellula. Qui è scattata la domanda della mia bimba. "Ma come? Un dinosauro così grande mangia solo una libellula così piccina?"...
* ricostruisci lo scheleto: viene mostrato un esemplare di Allosauro, o meglio, viene mostrato il suo scheletro al quale mancano alcuni "pezzi" che sono disegnati di lato. Il bimbo viene invitato a sistemare le ossa mancanti al posto giusto:
* il Gioco dell'Oca... che sarebbe meglio chiamare Il Gioco del Dinosauro visto che su ogni casella ci sono delle immagini di dinosauri collegate a delle relative informazioni.

Insomma, una serie di attività strutturate a tema e tali da fornire informazioni che, sottoforma di gioco, vegliono meglio recepite dai bambini.

Ci siamo proprio divertiti con questa pubblicazione a nostra disposizione e questa mattina, quando siamo partiti per la nostra visita presso la Valle del Drago di Matelica (MC) eravamo preparati sull'argomento. Un parco ad un'oretta da casa nostra, al quale siamo arrivati con tanto entusiasmo e che ci è piaciuto un bel po' sia per i 16 esemplari a grandezza naturale che abbiamo trovato ad aspettarci (con tanto di targhette e spiegazioni specifiche) che per il parco verde che abbiamo trovato attorno e nel quale abbiamo potuto giocare, fare un pic-nic e giocare fino a stancarci. Abbiamo trovato anche dei giochi gonfiabili che, seppur poco a tema con il mondo dei dinosauri, ci hanno davvero fatto divertire un mondo. Nell'area pic-nic abbiamo approfittato di uno dei vari gazebo messi a disposizione per fare pranzo ed è stata davvero una bella mattinata. Alle 15.00 eravamo a casa, stanchi, sfiniti ma felici... Ed abbiamo di nuovo preso in mano il nostro fascicolo sui dinosauri sulla scia dell'entusiasmo dell'esperienza vissuta in mattinata...

Inutile dire che le domande sono continuate anche a casa soprattutto circa la sorte di questi pachidermi, del perchè fossero delle statue e non si potessero vedere vivi come gli animali allo zoo e di come mai non sono riusciti a sopravvivere, grandi e grossi com'erano. Ammetto che le informazioni lette nel nostro fascicolo sono state utili anche per fornire risposte che altrimenti avrei fatto fatica a dare in modo esauriente e chiaro... Ma convinti del tutto, però, i miei bimbi mica lo sono!!! La storia dell'estinzione proprio non gli è andata giù!

sabato 4 settembre 2010

Io sono Dio (Giorgio Faletti)

Pazzia, onnipotenza pura.
Tutto ciò è sinonimo di Io sono Dio.

E' lo stesso autore - Giorgio Faletti - che ha avuto occasione di spiegare il senso del titolo del suo ultimo lavoro: un libro di oltre 500 pagine che ho appena finito di leggere.
Mi è finito in mano anche stavolta per caso: mi ero recata in biblioteca per chiedere in prestito un libro decisamente diverso ma mentre il ragazzo della biblioteca controllava la disponibilità nell'archivio telematico, una signora accanto a me aveva il libro che cercavo io in mano. Non mi sono persa d'animo ed ho chiesto il primo titolo che mi è venuto in mente e che avevo notato dare bella mostra di se tra gli scaffali.

Io sono Dio di Giorgio Faletti. Quello stesso Faletti di Drive In ma anche quello stesso Faletti di "Io uccido", "Niente di vero tranne gli occhi" e "Fuori da un evidente destino", i tre suoi libri che ho letto tempo fa.

Il genere oramai è consolidato: un libro che è una via di mezzo tra azione e thriller che stavolta vede come protagonista una detective ed un reporter, alla ricerca di un serial killer che ha in scacco una città come New York facendo esplodere cariche piazzate in luoghi in cui il numero delle vittime non può che essere elevato.
Un uomo misterioso, dall'identità altrettanto misteriosa e dal presente sconosciuto a tutti. Un presente che ha una sola certezza: ha una carica d'odio tale da uccidere con precisione e con una freddezza inaudita.

Un uomo attorno al quale si scatena una caccia all'uomo decisamente fuori dalle righe in quanto coinvolge solo la detective Light e il suo compagno (divenuto tale) Russel.
I primi capitoli del libro mi sono sembrati un po' lenti ma capita spesso quando si hanno diverse storie da raccontare per poi farle confluire in un'unica realtà come se si trattasse di tessere incastrate l'una all'altra ma ognuna con qualche cosa da raccontare. Qualcosa che il lettore deve tenere a mente per trovare, più avanti nella lettura, l'incastro giusto.
Nei primi capitoli Faletti racconta diverse storie, introduce diversi personaggi apparentemente slegati tra loro, ognuno con un proprio vissuto ed una propria realtà. Tutti apparentemente diversi e slegati, tutti destinati ad avere un ruolo importante nel prosieguo del romanzo.
Ho fatto un po' di fatica a mettere a fuoco tutti i personaggi, lo ammetto. Un po' perché ho iniziato a leggere questo libro in modo un po' distratto, un po' perché i nomi americani vanno memorizzati e ad ogni nome va dato un volto nel proprio immaginario. Ma questo va fatto subito, mentre il profilo di ognuno viene dipinto con toni più o meno decisi. Se non lo si fa subito e non si presta la giusta attenzione si rischia di perdere dettagli importanti. Mi sono resa conto strada facendo che in alcuni passaggi avevo riservato ai capitoli che mi erano sfilati sotto gli occhi una lettura troppo superficiale.

Messi a fuoco i personaggi, la storia prende una piega che mi è sembrata più "tranquilla" di quanto non sia stato in precedenza, con i suoi precedenti libri. Poi però mi sono detta che ogni libro è a se stante e non si possono fare confronti soprattutto nelle more della lettura.
In questo caso ho trovato meno suspance di quanta non ne abbia trovata in precedenza ma ammetto che il finale non me l'aspettavo proprio. Anzi, quando mancava proprio alla fine ero convinta di aver capito chi fosse l'uomo a cui Vivien Light e Russel davano la caccia ma sono dopo qualche pagina ho realizzato che avevo sbagliato tutto.
La trama non è facile da raccontare. Intricata al punto giusto da legare vite diverse ad un'unica realtà: la minaccia all'incolumità di migliaia di persone.

Vivien Light è la detective che si occuperà del caso e che avrà sulle sue spalle una grossa responsabilità: quella di agire quasi completamente da sola con il rischio di dover pagare in prima persona (oltre che con la pelle di migliaia di persone) ogni minimo errore. La sua è una vita segnata dal dolore e dalla sofferenza: una sorella che combatte con la malattia da un lettino d'ospedale, una nipote in una comunità di recupero per tossicodipendenti, una vita personale praticamente ridotta a zero. Nelle more delle indagini Vivien dovrà affrontare anche importanti prove personali, non del tutto felici. Un personaggio che mostra tutta la sua fragilità in più occasioni ma che, allo stesso tempo, sa mostrare il suo coraggio e la sua determinazione nell'ambiente lavorativo. Quell'ambiente che spesso le permette di scappare dalla sua vita e che le offre un rifugio sicuro anche se temporaneo.

Russel Wade è un reporter che ha commesso qualche errore di troppo nella vita. Ed ha anche pagato a caro prezzo le sue follie. Arriva per lui l'occasione giusta per riscattarsi agli occhi di suo padre, del mondo intero ma prima di tutto per riscattarsi davanti a se stesso.
Si trovano fianco a fianco in un'indagine piuttosto anomala che li vede impegnati quasi sempre l'uno accanto all'altra ma anche separati per "cause di forza maggiore". Tra i due nasce un'intesa che va ben oltre l'incarico ottenuto e si trasforma in una storia che però stenta a decollare. Anzi, si arena troppo presto e resta in sospeso, come un palloncino impigliato tra i rami di un albero.

Accanto ai due protagonisti principali ovviamente gravitano altri personaggi, sia nell'ambiente lavorativo della detective che nella sua vita... Tutti apparentemente lontani l'uno dall'altro ma, a ben guardare, più vicini di quanto si possa pensare.

Lo stile narrativo questa volta è particolare visto che Faletti alterna scene presenti a scene passate. Racconta il presente intervallando la narrazione con parti scritte in grassetto che raccontano cosa è capitato in precedenza, prendendo così per mano il lettore in un salto temporale che non mi è risultato affatto sgradevole.

Nel finale, poi, le ultime pagine sono riservare ad una narrazione in prima persone di tre personaggi - Vivien, Russel, la nipote di Vivien e il padre di Russel - altra particolarità che non mi è dispiaciuta mentre tutto il resto del romanzo è narrato in prima persona.

Nel presentare i personaggi, in particolare nel raccontare la storia di colui che seminerà il panico in città, Faletti narra vicende che in qualche modo possono motivare un comportamento tanto violento. Soprusi subiti, ingiustizie, l'orrore della guerra... Non subiti in modo diretto, però. Non è la personalità dell'assassino ad essere segnata in modo tanto profondo da queste vicende ma quella della mano che arma la sua... Un particolare, questo, che va scoperto leggendo il libro e che non intendo chiarire ulteriormente visto che si toglierebbe il gusto di leggere.
La storia è un po' intricata ed anche assurda a tratti ma si lascia leggere volentieri, almeno da parte di chi ama questo genere di romanzi e da chi non avesse pregiudizi nei confronti di Faletti scrittore. Perchè in entrambi questi casi si potrebbe fare davvero fatica ad andare avanti nella lettura.

Ho trovato alcune esagerazioni, in alcuni passaggi... Faletti ha calcato un bel po' la mano sulla fantasia ma in un romanzo di questo tipo ci può pure stare. Degli episodi, poi, li ho trovati un po' troppo affrettati, dalla soluzione un po' troppo scontata.

Dopo un'iniziale difficoltà ad "entrare" nella storia devo dire che la lettura è proseguita con interesse crescente anche se, devo ammetterlo, "Io uccido" mi ha tenuta sulle spine molto di più di quanto non abbia fatto "Io sono Dio". Con "Io uccido" ho trovato un certo filo comune... Un episodio di sdoppiamento della personalità che alla fine, avendo letto il primo romanzo di Faletti, mi è sembrato un po' ripetitivo e poco originale. Per questo non mi sento di assegnare a questa lettura cinque stelline.

Il finale mi ha lasciata un po' perplessa... Perchè non mi aspettavo che l'identità misteriosa fosse quella che ho scoperto essere. Un po' assurda come situazione ma visto che anche nella realtà la follia a volte non ha limiti in un romanzo di pura fantasia ci può pur stare.
Non è sicuramente un romanzo chissà quanto impegnativo ma comunque si lascia leggere. Scritto bene, con linguaggio scorrevole e chiaro, con un uso corretto della grammatica (non è sempre scontato, e la lettura di altri libri - non di Faletti, però - me n'è testimone) ed una buona padronanza sul fronte descrittivo. Tutto sommato una lettura piacevole per chi ama il genere.

Le guerre finiscono. L'odio dura per sempre.
... l'odio covato per anni aveva portato un uomo a disseminare una città di bombe.
L'odio ne aveva portato un altro a farle esplodere.
L'illusione di tornare a New York in uno stato d'animo diverso era crollata davanti alla realtà.
Sapeva che per tutto il viaggio di ritorno avrebbe pensato alle conseguenze di quel gioco insano che era la guerra e di come avesse il potere, a distanza di anni, di continuare a mietere vittime.

La guerra cui si fa riferimento è la guerra del Vietnam. Lontana ma mai stata tanto vicina.
***
Io sono Dio
Giorgio Faletti
Baldini Castoldi Dalai Editori
520 pagina
Euro 20.00

venerdì 3 settembre 2010

Siamo arrivati al terzo piano!








Oggi il patrimonio librario dei miei bimbi ha avuto una crescita esponenziale grazie ad un graditissimo dono da parte dalla dolcissima Maria Luna e da suo fratello Marco Maria. I loro libri - quelli che hanno letto e ammirato quando erano più piccolini - sono passati ai miei bimbi con loro immensa gioia.

Così siamo arrivati al terzo piano della loro personalissima biblioteca. L'occasione è stata propizia anche per cercare di mettere in ordine tutti i libri che avevamo in giro per casa e ci siamo accorti che ne manca qualcuno all'appello, probabilmente infilato in qualche cassetto (che al momento non ci viene in mente quale possa essere) o messo al sicuro da qualche altra misteriosa parte.

A dire il vero ne mancano diversi all'appello e l'impegno di questa sera sarà quello di fare una speciale caccia al tesoro alla ricerca dei libri perduti.

Grazie ai nostri due amichetti per aver fatto la gioia dei miei bimbi ed aver fornito loro prezioso cibo per la mente!

mercoledì 1 settembre 2010

Kitchen (Banana Yoshimoto)

Ho sentito così tanto parlare di Banana Yoshimoto che ho voluto cercare in biblioteca qualche cosa di suo. Ho trovato Kitchen, il suo primo romanzo risalente nel 1988 e arrivato in Italia, in lingua italiana intendo dire, nel 1991.

Onestamente sono rimasta un po' spiazzata da questa lettura. Lo stile è molto gradevole, fresco e diretto ma la storia mi ha proprio lasciata perplessa.

L'edizione che ho trovato io è l'ottava nella collana Universale Economica Feltrinelli con indicato il prezzo di 10.000 lire! Un librettino di 148 pagine in cui sono compresi il romanzo che dà il nome al libro (romanzo a sua volta suddiviso in due parti, due capitoli, Kitchen e Plenilunio - Kitchen 2), il racconto Moonlight Shadow che l'autrice presentò come tesi di laurea e che gli permise di vincere un importante premio all'Università che frequentava, un Post Scriptum con i ringraziamenti dell'autrice, una postfazione piuttosto lunga di Giorgio Amitrano (che io ho saltato a piè pari) ed anche un piccolo glossario in coda, per tradurre alcuni termini riportati in lingua originale.
Complessivamente è l'intero libro che mi ha lasciata un po' perplessa. Ed ho molto apprezzato, nel Post Scriptum, ciò che dice di se l'autrice quando definisce il suo primo lavoro un lavoro immaturo: probabilmente è proprio questo il problema. Uno stile di scrittura fresco e giovanile, molto gradevole da leggere ma senza una storia da raccontare in modo "ordinato" probabilmente ha proprio quel difetto: l'immaturità letteraria che poi, da quanto ho capito cercando informazioni sull'autrice, è andata via via scomparendo.

Probabilmente ho scelto il libro sbagliato per il mio primo approccio con questa autrice. Un libro sbagliato la cui lettura non mi ha per niente soddisfatta (anche se non sono mancati spunti di riflessione) ma che non mi ha demoralizzata visto che intendo cercare qualcosa di migliore, scritto dalla sua penna.
O non sono stata in grado io di intuire il "genio" artistico... Non so. Fatto sta che mi aspettavo qualche cosa di diverso e più coinvolgente.

* Kitchen. Cucina. Il romanzo trasmette la passione della protagonista per la cucina intesa non solo come "l'arte di cucinare" ma anche come luogo fisico, luogo di emozioni, luogo di vita. La protagonista è Mikage, una giovane piuttosto sfortunata, orfana di padre e di madre, cresciuta con i nonni. Improvvisamente, dopo la morte del nonno e dopo essere stata cresciuta per anni dal solo amore della nonna, anche lei viene a mancare e la nostra protagonista si trova sola al mondo, ad affrontare una vita che sembra riservarle solo morte tutto intorno.
Incontra in questo frangente un suo compagno di università che la invita a vivere a casa sua, assieme alla sua particolarissima madre: Yuichi è un ragazzo che fino a quel momento non aveva nemmeno notato e che improvvisamente si interessa a lei in modo fraterno. La vita nella nuova casa comporta anche la vita in una nuova famiglia visto che il giovane vive con sua madre Eriko che in realtà è suo padre diventato donna dopo la morte di sua moglie.

* La prima parte del libro racconta il periodo di sofferenza e solitudine di Mikage con la permanenza nella nuova casa e l'instaurarsi di nuovi rapporti con la sua nuova, speciale famiglia.

* La seconda parte ha avvio con un'altra tragedia: la morte di Eriko con conseguente contraccolpo subito da suo figlio Yuichi. Il racconto procede con una altalenarsi di vicende tutte piuttosto piatte e che mi sono sembrate anche molto fantasiose, come fantasioso è il fatto che una ragazza venga ospitata - da un giorno all'altro - da uno sconosciuto in casa sua senza troppi problemi e che si instauri un tranquillo e disinteressato rapporto di convivenza alquanto strano, piatto. Certo, si stringono rapporti di amicizia, di affetto... Si ha un'altra grande sofferenza con la morte di un'altra persona cara (ho pensato che questa ragazza sia davvero sfortunata... o che sia lei a portare sfortuna alle persone che ha attorno? Chissà!) e quanto viene raccontato mi ha trasmesso un senso di tristezza, di smarrimento... Non si capisce bene che tipo di rapporto ci sia tra i due giovani e a dire il vero non ho ben capito se quella svolta amorosa che aleggia tra le righe quando il racconto va avanti nelle pagine si avrà oppure no.

Quando, al termine della seconda parte, ho iniziato a leggere Moonlight Shadow (che onestamente credevo fosse un terzo capitolo... ma che si trattasse sempre della stessa storia) non ho trovato nessuna continuità con i due capitoli precedenti. La protagonista parla di una madre vivente, non si chiama più Mikage ma Satsuki e ancora una volta ha a che fare con una perdita prematura: la morte di suo fidanzato che è avvenuta assieme alla morte della fidanzata del fratello di lui, per via di un incidente stradale. Ancora un personaggio che porta sfortuna... Ammetto di averlo pensato. Stavolta c'è un'alea di mistero nei meandri della storia, un risvolto decisamente fantasy. Stavolta però ho trovato una storia di fondo, un messaggio che rimane nell'aria al termine della lettura. Non è bastato, però per farmi dire che questo libro mi sia piaciuto.

Peccato. Mi aspettavo qualche cosa di meglio. Niente da dire sullo stile di scrittura e - come poi i successivi romanzi credo confermeranno - si capisce che si tratta di un'autrice dalle buone potenzialità. Però in termini pratici il romanzo non mi permette di assegnare più di tra stelline (stiracchiate a dire il vero) e proprio non mi sento di consigliare questa lettura. Credo che Banana abbia scritto di meglio. Consiglio di cercare un'opera più "matura", magari risalente ad anni più recenti. Altrimenti si rischia di rimanere delusi come è capitato a me.
Eppure a partire da questo primo libro si è avuta un'ascesa della scrittrice che l'ha portata ad un successo di grosse proporzioni. Da questo stesso romanzo è stato tratto anche un film (che io però non ho visto e della cui esistenza sono venuta a sapere nel momento in cui - dopo aver letto il libro - ho voluto raccogliere qualche informazione in più sull'autrice) e non è certo cosa da tutti i giorni che da un romanzo di un'autrice alle prime armi si arrivi ad una trasposizione cinematografica.

In Giappone, terra natale dell'autrice, Kitchen si affermò immediatamente conquistanto uno strpitoso successo tanto da arrivare a 60 ristampe solo in quel Paese, senza pensare a tutte quelle che ne arrivarono dal resto del mondo. Non uno, ma due film sono stati girati sul romanzo e proposti l'uno per la televisione giapponese e l'altro, prodotto a Hong Kong nel 1997. Film e non solo. Perchè per Kitchen sono arrivati anche dei premi: il 6th Kaien Newcomer Writers Prize nel novembre del 1987, l'Umitsubame First Novel Prize ed infine il 16° Izumi Kyoka Literary Prize nel gennaio del 1988.
Un'autrice dalle idee ben chiare, Banana: in una intervista nella quale le si chiedeva quali fossero i suoi obiettivi, le sue aspettative per il futuro non ci ha pensato due volte ed ha dichiarato di voler vincere il premio Nobel per la letteratura. Il suo è uno stile che mira a far emergere gli stati d'animo e la condizione giovanile in Giappone. Uno stile che si ispira a due tematiche, in particolare, ricorrenti in tutti i suoi lavori - da Kitchen a tutti gli altri che verranno - come (dice lei) lo sfinimento della gioventù nel Giappone contemporaneo e il modo in cui le esperienze terribili influiscano nella vita di una persona.
Io trovo che la sua sia una visione decisamente negativa della vita, almeno è quanto ho potuto capire da questo romanzo e da quanto mi è parso di capire leggendo le trame di alcune altre sue opere. Un pessimismo che, però, pur rischiando di sfociare nella disperazione ( penso ai tanti momenti di sconforto delle due protagoniste dei racconti di Kitchen ) non chiude le porte alla speranza, alla fiducia in un futuro che comunque riserva delle sorprese.
La presenza, già a partire da Kitchen, di aneddoti divertenti, ironici, accanto alla descrizione della disperazione e del vuoto che le disgrazie lasciano nei protagonisti rendono la lettura non eccessivamente impegnativa ma comunque legata all'ideologia tradizionale giapponese. Le storie portano a riflettere sulla vita, sull'amicizia, sull'amore, sui sentimenti e sulle paure. Tematiche ricorrenti nelle opere dell'artista e trattate con leggiadria e profondità al tempo stesso.

Probabilmente mi sono avvicinata a questa lettura con delle aspettative troppo alte, come a volte mi capita quando cerco libri di autori o autrici di cui sento parlare con entusiasmo da più fronti. Però le sensazioni legate ad una lettura sono soggettive, e ciò che per qualcuno può essere definito un capolavoro non sempre lo è in assoluto. In questo caso a me non è rimasto molto di questa lettura e quando ciò che leggo non mi trasmette nulla, mi scivola addosso per finire presto nel dimenticatoio non ottiene un giudizio molto positivo da parte mia.

A me ha lasciato ben poco!
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Kitchen
Banana Yoshimoto
Universale Economica Feltrinelli 1994
148 pag.
10.000 lire