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giovedì 4 marzo 2021

A piedi nudi, a cuore aperto (P. Zannoner)

Un libro importante. Tematiche attuali proposte senza alcuna superficialità con una scrittura non pesante e scorrevole ma, sempre e comunque, argomenti che non possono essere letti se non con la dovuta attenzione.

Sapevo che il libro di Paola Zannoner, A piedi, a cuore aperto, non sarebbe stata una lettura di svago. E non mi sbagliavo affatto.

Lei è Rachele, lui è Taisir. Lei ha quattordici anni, lui poco di più e frequentano la stessa scuola seppur in classi diverse. Il loro incontro, del tutto casuale e fuori dall'ambiente scolastico, darà il via ad una vera e propria avventura alla scoperta l'uno dell'altra. 

Lui è un tipo misterioso, silenzioso, diffidente. Sembra avere dei segreti, difficile da avvicinare, quasi incomprensibile nel suo modo di fare. Arabo palestinese, vive in un quartiere lontano da quello, più borghese, in cui vive Rachele ma questo non impedisce alla ragazza di tentare un contatto, di tentare di creare le condizioni per vivere un sentimento puro come può essere quello che lega due adolescenti. Non un arabo-palestinese ed un'italiana ma Taisir e Rachele, un ragazzo ed una ragazza in cerca di emozioni, di calore, di amore come avviene alla loro età. Questo è ciò che vorrebbe Rachele ed è ciò che cerca di far comprendere a lui ma anche a tutti coloro che le gravitano attorno.

Se, da una parte, la famiglia di Rachele è sempre stata di ampie vedute, con genitori impegnati l'uno sul fronte educativo ed artistico, l'altra sul fronte politico-amministrativo, dall'altra la famiglia di Taisir non può dirsi altrettanto aperta. Ha un passato alle spalle ed anche un presente che appare poco chiaro.

Non mancano le difficoltà fin dall'inizio ma Rachele è tenace e, pur nella consapevolezza di essersi infilata in una situazione per niente facile, cerca di fare di tutto per abbattere quei muri che secondo il suo parare non esistono ma che per la società in cui i ragazzi vivono, invece, sono non solo esistenti ma anche piuttosto solidi. Culture diverse, abitudini diverse, una storia diversa... 

Il percorso che segue principalmente Rachele per cercare di farsi apprezzare semplicemente come una ragazza innamorata, senza etichette o definizioni è un percorso accidentato e nemmeno per Taisir è semplice abbassare quella cortina di diffidenza che, da sempre, lo avvolge. Pur essendo nato in Italia lui è e resta uno straniero, additato con la sua famiglia, controllato dalle forze dell'ordine, guardato di traverso dai compagni a scuola. Sembra non potersi permettere di essere semplicemente un ragazzo di quindici anni come tutti gli altri perché pare avere un'etichetta appiccicata addosso, un'etichetta che lo identifica con forza.

Non è una storia semplice e ammetto che, soprattutto in alcuni dialoghi, i due ragazzi mi sono sembrati piuttosto impostati. Avendo degli adolescenti in casa, conoscendo i loro amici, sentire certi discorsi messi in bocca a ragazzini della loro età mi è sembrato un po' forzato ma non metto in dubbio che ci possano essere davvero dei giovani maturi al punto di discutere in modo serio e con cognizione di causa della situazione palestinese, del razzismo che aleggia un po' ovunque, della voglia di riscatto, del bisogno di essere accettati come persone, senza etichette.

Rachele ha il coraggio di mettersi in gioco in prima persona, ha voglia di conoscere il mondo in cui vive il ragazzo che le piace e si rende conto che ci sono diversi modi di vivere, diametralmente opposti l'uno dall'altra. Si rende conto che non è poi così scontato avere la lavastoviglie in casa o una stanza ad uso esclusivo. Si rende conto che ci sono due mondi che sembrano viaggiare su piani differenti pur convivendo nella stessa città. E non ha paura di approcciarsi a quel mondo che non è il suo rischiando anche di venire additata dai suoi amici, da chi non comprende il suo modo di fare, la sua voglia di conoscere e non di giudicare.

Taisir, da parte sua, è molto più concreto di Rachele e più disilluso ed anche scettico, all'inizio, diffidente.  Mi è sembrato anche antipatico in alcuni frangenti. Ma poi parla (a dire il vero non parla molto)... e io muta!

"Non ti sei accorta della differenza? Tu hai una carta d'identità, io ho dei fogli, perché io non sono un cittadino italiano, anche se sono nato e vivo qui. Non sono né italiano né palestinese, non ho cittadinanza, non ho appartenenza, non ho un bel niente. Sono una specie di detenuto in libertà vigilata, senza aver commesso alcun crimine, o meglio, il crimine è che sono figlio di immigrati palestinesi".
Sulle dinamiche della storia non mi sbilancio perchè va goduta piano piano. Certe scelte vanno capite. Criticate, anche (a me è capitato di farlo) ma bisogna almeno mettersi nella condizione di ascolto. Senza pregiudizi. Senza illusioni ma anche con tanta fiducia in questi ragazzi che sanno stupirci.

Ps. libro per ragazzi ma che io consiglio anche a lettori adulti.
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A piedi nudi, a cuore aperto
Paola Zannoner
Fanucci Editore
236 pagine
12.50 copertina flessibile

martedì 24 maggio 2011

Io, venditore di elefanti (Pap Khouma a cura di Oreste Pivetta)

E’ un libro di venti anni fa ma è molto, molto attuale. Anzi, rispetto a ciò che viene raccontato credo che la situazione sia ulteriormente peggiorata e basta fare mente locale per rendersene conto. Io, venditore di elefanti è un libro curato da Oreste Pivetta e che racconta le tante traversie vissute da un immigrato - Pap Khouma - dll momento in cui ha deciso di lasciare la sua terra in cerca di un futuro migliore. Un futuro che fosse fatto di un lavoro stabile, benessere, una famiglia. Il protagonista, Pap Khouma, racconta la sua storia e quella di tanti suoi fratelli africani che, lasciatisi una vita di povertà alle spalle, hanno trovato tempi duri davanti ai propri occhi con continue umiliazioni, privazioni, fughe ma di tanta fiducia e tanta voglia di andare avanti.

Erano gli anni '80 quando l'arrivo degli immigrati che vendevano la loro merce era accolto con curiosità. Poi il loro numero si è pian piano moltiplicato e le cose sono cambiate. E sono cambiate in peggio. Il libro racconta, in modo diretto e spontaneo, una storia che è uguale - o per lo meno simile - a tante storie di giovani che lasciano tutto con l'illusione di una vita migliore. Il libro si legge senza fatica perchè scritto con un linguaggio diretto, con discorsi diretti che fanno immedesimare nei dubbi, nelle paure, nelle esitazioni di coloro che si trovano ad inventarsi una vita in un ambiente lontano dal proprio e spesso ostile. Eppure la voglia di integrazione resta sempre alta, anche quando le difficoltà sembrano innalzare ostacoli troppo alti da superare.

Alla fine del libro, a dire il vero, avrei preferito sapere quale strada imbocca colui che parla in prima persona, se il mondo del lavoro gli ha aperto definitivamente le porte, come e dove. Ma il racconto è comunque utile per riflettere sulla situazione di tanti immigrati che, soprattutto nei nostri tempi, si trovano in situazioni sempre più difficili.

L'edizione che ho trovato io in biblioteca è del 1990 ma credo che ve ne siano di più recenti: ne ho vista in vendita una, in una libreria on line, con una copertina diversa (e più moderna) rispetto a quella che ho letto io ma poco importa dell'aspetto esteriore. I contenuti parlano da soli.

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Io, venditore di elefanti (Una vita per forza tra Dakar, Parigi e Milano)

Pap Khouma (a cura di Oresta Pivetta)

143 pag.