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mercoledì 14 dicembre 2016

Il muro invisibile (H. Bernstein)

In realtà quello che avevamo lì era un ghetto in miniatura, poichè c'era un muro invisibile fra le due parti, e sebbene lo spazio che le separava fosse solo di pochi metri, in quanto la strada era molto stretta, la distanza sociale avrebbe potuto essere chilometri e chilometri. Era una piccola strada tranquilla, che si notava difficilmente in mezzo alle altre ben più ampie, ma ciò che la rendeva eccezionale era il fatto che noi vivevamo da una parte e loro dall'altra. Noi eravamo gli ebrei e loro i cristiani.
E' concentrato qui, in queste righe, il senso del libro Il muro invisibile. La voce narrante è quella di un bambino, Harry, che vive sulla sua pelle la realtà di quell'epoca: la rigida divisione tra ebrei e cristiani. 
Quel piccolo Harry mi ha fatto pensare immediatamente all'autore. La sua storia personale, quella della sua famiglia, ha ispirato il romanzo e credo che ci sia molto di autobiografico. A partire dalla foto di copertina che mi ha fatto pensare ad una vera foto d'altri tempi, al vero Harry.

Siamo nel periodo della prima guerra mondiale. Harry ha quattro anni. Vive con suo padre, sua madre e cinque fratelli nel quartiere operaio del Lancashire. Sono una famiglia povera, con un padre assente ed impegnato solo nel lavoro e nello sperperare ogni danaro nei pub della città. Sua madre, una donna che non ha mai avuto la forza di opporsi agli atteggiamenti despotici del marito, tira avanti la baracca con quel poco di cui dispone.

La famiglia vive in una strada caratterizzata da una netta separazione tra ebrei e cristiani. Quel muro invisibile a cui l'autore fa riferimento nel titolo è ciò che separa le due comunità. Un muro che non si vede ma la cui presenza incombe, costantemente, su tutto e su tutti. Non c'è persona che non sappia della sua esistenza. Tutto sommato e malgrado l'esistenza di questo muro, le famiglie dei due lati della strada cercavano di avere dei buoni rapporti. Ma questo non bastava per fare in modo che quel muro cadesse. Le differenze c'erano e in più d'una occasione sarebbero emerse con estrema violenza.
E' proprio Harry a raccontare tutto ciò con una narrazione chiara e profondamente toccante, con descrizioni molto verosimili e tali da dipingere davanti agli occhi quelle situazioni e quelle persone.

E' un libro scritto molto bene. Un libro scritto con il cuore. E si sente.

Accanto a lui sfilano personaggi che, seppur secondari, non restano in ombra ma hanno tutti un ruolo importante nella narrazione.

Tante le emozioni alimentate da questa lettura: la rabbia per un passato che nessuno può cambiare ma che ha portato tanta sofferenza, paura per una guerra che porta via tutto e tutti, profonda pena per quei giovani che non possono veder coronato il loro amore in quanto l'uno ebreo e l'altra cristiana o viceversa. Mi sono commossa davanti alla sorte spettata a Freddy, mi sono arrabbiata per gli insulti subiti in particolare dagli ebrei... Ho provato orgoglio per il coraggio di un personaggio femminile che mi è molto piaciuto: Lily, sorella maggiore di Harry, ha avuto il coraggio di seguire il suo cuore sfidando tutto e tutti pur avendo dovuto subire delle umiliazioni per mano, in particolare, del padre. Ho provato tanta rabbia per la figura di quel padre così assente ma, allo stesso tempo, così dominante su tutta la famiglia. Un uomo capace di terrorizzare tutti senza alzare un dito. Un padre che nessuno sente come tale e del quale viene anche narrata la storia per far comprendere al lettore da dove arrivassero quei modi di fare.

Lily è senza dubbio il personaggio che mi è piaciuto di più.              
Quanto ad Harry... ho sentito quella voce narrante molto vicina, proprio come se l'autore stesse mettendo sul piatto ricordi ancora vivi nel suo profondo. A lui va dato merito di aver raccontato la vita di quel tempo senza mirare alla compassione del lettore di oggi, senza calcare la mano su situazioni che si sarebbero ben prestate ad essere spettacolarizzate. Il suo è un racconto lucido e molto toccante, racchiuso in un libro che non può certo essere definito leggero. Non è un libro leggero perchè, comunque, ricalca una storia di vita vera che è assimilabile a quella di tanti nostri nonni, ragazzini di allora, che hanno vissuto la guerra sulla loro pelle. La scrittura è fitta fitta tanto che le 314 pagine di cui consta il libro sembrano molte di più in fatto di contenuti.

Come non soffrire davanti all'arrivo di quella piccola postina che portava notizie di morte nelle case con telegrammi che nessuno avrebbe voluto ricevere?
Come non soffrire con Lily che vede spezzate le sue aspirazioni per via di un padre tiranno che ha deciso altro per lei? 
Come non gioire per ciò che un bambino appena nato può significare per un'intera collettività?
Come non soffrire per Sarah e con Sarah, chiamata a scontare la colpa di essersi innamorata di un cristiano!
Questo libro mi è piaciuto per la capacità di arrivare dritto al cuore del lettore pur narrando una storia che è stata - seppur non con gli stessi protagonisti - raccontata in tanti modi e da tanti autori.
E' anche un invito a superare le divisioni, di qualunque tipo esse siano.

Il muro invisibile è un libro che consiglio senza ombra di dubbio. Mi permette, tra l'altro, di partecipare alla Challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole e ringrazio chi lo ha suggerito: è un libro molto bello, che non si dimentica. Harry resta nel cuore, con i suoi modi, il suo occhio attento, il suo cuore grande ed anche con tutta la sofferenza che racconta e che gli è rimasta addosso, segnata con tratti indelebili. 
Inoltre,  mi permette di partecipare anche alla quarta tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: un libro ambientato nel Regno Unito. 
       

domenica 3 gennaio 2016

La scacchiera di Auschwitz (J. Donoghue)

Quanta sofferenza, quanti crimini sono stati commessi, quanta morte, quanta disperazione!
Leggere libri che parlano di Auschwitz fa risuonare alla mente, ogni volta, considerazioni di questo tipo. Le tante testimonianze che sono arrivate a noi mantengono traccia di una realtà che non può essere dimenticata, di un passato che non ci si può buttare alle spalle con indifferenza anche se, per nostra fortuna, non lo si è vissuto. 
Qualcuno prima di noi l'ha vissuto. Davvero.
E ricordo la voce di mio nonno, tremante, ogni volta in cui parlava della guerra, delle violenze, delle ingiustizie. Lui non ha avuto, per sua fortuna, un'esperienza diretta ad Auschwitz ma sapeva bene cosa accadeva. E' stato un soldato, e le medaglie che aveva al petto quando, anni dopo la fine della guerra, partecipava alle commemorazioni del 4 novembre o del 25 aprile, sono lucide e brillanti davanti ai miei occhi ancora oggi, dopo tanti anni dalla sua morte.

Spero mi venga perdonata una premessa tanto lunga ma obbligata per dire che letture di questo tipo, per quanto le storie narrate possano essere di fantasia, non lasciano indifferenti.
Quella di Emil è una storia di fantasia ma le barbarie che vengono narrate, il contesto di Auschwitz, non lo sono affatto.

L'autore del libro La scacchiera di Auschwitz è al suo esordio letterario e credo di poter dire che è stato capace di mettere in piedi una buona trama. Nonostante lo sfondo ben noto di quell'epoca di cui tanti hanno parlato nel tempo ha messo in piedi una storia originale, pur nella sua cruda realtà.

La storia, in breve e - soprattutto - senza svelare troppo.

Ad Auschwitz è necessario alzare il morale delle guardie proponendo qualche attività che possa raggiungere lo scopo. Tale compito viene assegnato all'SS Paul Meissner che vi viene trasferito dal fronte russo: è un invalido di guerra e non può più partecipare ad azioni attive pertanto deve occuparsi di amministrazione nei reparti delle SS. In questo contesto gli viene dato l'incarico di alzare il morale delle guardie e propone un club degli scacchi con l'organizzazione di relativi tornei.
Le guardie iniziano a sfidarsi l'una l'altra ma, quando si viene a sapere che tra i prigionieri c'è un abilissimo ed imbattibile giocatore di scacchi, un ebreo giunto al campo dalla Francia, qualche cosa cambia. Ad Emil, questo il suo nome, verrà dato il compito di scontrarsi con guardie delle SS: ad ogni sua vittoria corrisponderà la vita di un prigioniero. Ma se dovesse perdere, bhè, il discorso cambierebbe.

Emil ha sulle sue spalle una grande responsabilità tanto più se si pensa al contesto in cui tutto ciò accade: prigionieri malnutriti, picchiati, sfiniti dal lavoro, morti di freddo e di fame che gli cadono ai piedi durante le marce quotidiane, l'arroganza e sfrontatezza delle guardie, la violenza gratuita e che sembra non avere mai fine.

Ogni vittoria di Emil corrisponde ad un colpo per le SS: un ebreo dimostra che i tedeschi non sono poi una razza così superiore perchè può essere battuta anche se il campo di battaglia è una scacchiera.
La storia viene narrata su due piani temporali: venti anni dopo tutto ciò, Emil Clément - meglio conosciuto ad Auschwitz come "L'orologiaio" per via della sua abilità nel riparare e costruire orologi - incontra Meissner che lo va a cercare e lo mette in contatto con un altro personaggio che, all'epoca, era dalla parte degli oppressori e non degli oppressi, seppur in un'altra veste.
Da questo incontro inizia la storia attuale che porterà i vari personaggi a ricordare il passato per meglio comprendere il presente. 

Cosa possono avere in comune, a distanza di anni, un ebreo torturato e costretto in schiavitù con un ex  generale delle SS?

Nelle more del racconto emergeranno risvolti inaspettati, che nemmeno Emil avrebbe mai pensato potessero emergere.

Pur considerando la premessa fatta in apertura, circa il fatto che in ogni modo il contesto è tremendo e terribile, il romanzo mi è piaciuto. Emerge una storia originale e terribile allo stesso tempo. Terribile, come sono stati quei tempi per gli ebrei.
La lettura, almeno per me, è stata scorrevole anche se ogni tanto mi sono imbattuta in termini per me difficili; quelli che, in tedesco, identificavano i vari gradi delle SS utilizzati nel libro. Sommare questi termini a cognomi poco comuni per noi ogni tanto ha inceppato la scorrevolezza della lettura. L'autore, comunque, ha avuto l'accortezza di inserire al termine del libro un glossario con traduzione in italiano dei vari termini che per me risultavano incomprensibili (anche se poi, a furia di leggerli, erano diventati quasi familiari). Una volta fatta l'abitudine all'intercalare di questi termini, nessun problema con il racconto.

Pur non amando romanzi storici mi sono soffermata anche sull'appendice, leggendo le note storiche nelle quali l'autore ha chiarito il contesto con riferimenti reali. Un contesto definito "il peggior crimine contro l'umanità che la storia ricordi".

Con questa lettura partecipo alla Challenge 2016 - Le Lgs sfidano i lettori.
Per la prima tappa propongo questa lettura per il raggiungimento dell'obiettivo n. 5: un libro di almeno 400 pagine.

martedì 2 giugno 2015

Il pettirosso (J. Nesbø)

Mi ero ripromessa di leggere altro di Jo Nesbø e nemmeno questa volta ho iniziato dal primo. 
Ho trovato Il pettirosso in biblioteca e l'ho preso senza pensarci troppo... anche se si tratta del terzo della serie che vede come protagonista Harry Hole.
Devo dire che questa volta l'autore mi ha fatta impazzire con i tanti personaggi proposti.
Mentre nel libro letto in precedenza mi sono resa conto che avrei dovuto fare più attenzione alle date riportate all'inizio dei vari capitoli, stavolta raccomando di concentrarsi sui personaggi che sono davvero tanti ed ognuno ha un ruolo - piccolo o grande che sia - nella storia.
Le date ad inizio capitolo sono importanti anche stavolta: la narrazione soprattutto all'inizio si svolge su due piani temporali diversi mentre andando avanti nella lettura ci si accorge che la data è la stessa (e comunque sono tutti giorni consequenziali l'uno all'altro) ma, magari, cambia il luogo in cui si svolgono le azioni. 
Ciò che più può spiazzare, stavolta, è l'entrata in scena di un sacco di personaggi... ammetto di aver fatto fatica a metterne a fuoco alcuni andando avanti con la lettura.


Harry Hole si trova per le mani un caso che gli impone di tornare indietro nel tempo, nel periodo della guerra. Si trova ad indagare nel mondo dei neonazisti, ex soldati, fanatici di un tempo ancora convinti di essere in missione. E poi nel mondo delle forze dell'ordine dove una mela marcia non manca mai, della politica... 
Oramai è chiaro che Hole è un personaggio piuttosto particolare: un poliziotto della polizia di Oslo un po' particolare... poco incline a rispettare il protocollo, alza spesso il gomito, a volte ha dei modi non troppo ortodossi ma è davvero in gamba. E' il migliore anche se ogni tanto commette un errore. La storia, questa volta, inizia con un suo errore nonostante il quale si ritrova ad indagare attorno ad un traffico d'armi che vede coinvolti un gruppo di neonazisti. Ma le cose sono un po' più complicate di quanto sembra ed Hole lo capisce in fretta tanto che si mette ad indagare, a modo suo, soprattutto quando viene ritrovato un particolare fucile - un  Märklin - che per le sue caratteristiche è particolarmente adatto per essere usato da un killer professionista. Hole cerca di arrivare a lui, a quel misterioso personaggio che secondo Harry è molto più pericoloso di quanto non si possa pensare.

Uno dopo l'altro, alcuni veterani dell'esercito vengono uccisi. C'è un legame tra loro e tra il trafficante di armi che ha comprato quella micidiale arma?
Chi può avere interesse ad uccidere quegli ex soldati? Mosso da cosa? Ecco, dunque, che per arrivare a dare risposte a tutti questi interrogativi, Hole deve inoltrarsi nei meandri dei campi di battaglia del Fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale per arrivare al suo tempo.

In questo contesto si muovono moltissimi personaggi, almeno una cinquantina, ed è questo - secondo il mio parere - l'aspetto più problematico della lettura che, per stile di scrittura e per la storia in se, scorre che è una meraviglia.
Ad un certo punto ho pensato che se avessi appuntato tutti i nomi e scritto accanto ad ognuno quale fosse il suo ruolo avrei avuto meno problemi... oramai, però, ero a metà lettura ed ho lasciato stare. Per quando mi sono resa conto che i tanti personaggi mi stavano facendo un po' di confusione attorno non valeva più la pena di mettersi a prendere appunti.
Io non amo i racconti storici per cui quando ho letto i racconti dal fronte (in quelle parti del libro in cui si torna indietro nel tempo, arrivando nel mezzo della guerra) ho pensato che mi sarei senza dubbio annoiata e che avrei saltato sicuramente delle pagine. Non è stato così. Lo stile di Nesbø mi piace e, se da una parte all'inizio ho storto il naso per i continui racconti di guerra, dall'altra ho apprezzato il fatto che non si tornasse nuovamente a parlare degli ambienti della droga di Oslo su cui tanto l'autore ha puntato negli altri suoi due libri che ho letto.

In conclusione - e senza voler dire altro sulla trama per non togliere il gusto di leggerlo - questo libro mi è piaciuto anche se ho preferito Lo spettro che, come dicevo nella relativa recensione, mi ha letteralmente tenuta sveglia un'intera notte per capire come andasse a finire. Se dovessi mettere i due libri in ordine di gradimento, Lo spettro sarebbe il primo e Il Pettirosso il secondo: per ora ne ho letti solo due della serie Harry Hole per cui non ho altro da aggiungere. Magari, più avanti, potrò aggiornare la classifica visto che non ho intenzione di fermarmi qui. Hole è un personaggio che mi stuzzica la fantasia... voglio saperne di più su di lui e su ciò che lo tiene impegnato nella vita e sul lavoro.

L'edizione che ho trovato io in biblioteca fa parte della collana Maestri del Thriller edizioni Piemme: maneggevole, comodo anche da tenere in borsa anche se i testi sono scritti con caratteri piccini (ma mai piccoli come Capote che mi ha fatto faticare un bel po' per via dei caratteri minuscoli).
Ps. qui conosce Rakel... chi ha letto Lo spettro sa di chi parlo... chi non l'ha letto può dare un'occhiata alle recensione che su quel libro ho scritto di recente per avere un'idea.