venerdì 5 agosto 2016

Magie di Lavinia & C. (B. Pitzorno) - Venerdì del libro

Bianca Pitzorno è un'autrice che mi incuriosiva da tempo. Di tanto in tanto mi capita di leggere libri per ragazzi e l'altro giorno ho sentito che fosse arrivato il momento di fare la sua conoscenza. Così, ho iniziato a leggere Magie di Lavinia & C. che avevo preso in prestito in biblioteca non molto tempo fa. La scusa (ma, poi, serve forse una scusa per chiedere in prestito un libro per ragazzi?) era quella di proporre una nuova lettura a mia figlia ma alla fine l'ho letto molto volentieri io per prima. Ora, a lettura ultimata, sento di poterlo consigliare anche a lei.

Si tratta di una raccolta di storie tutte collegate tra loro. Quattro, per la precisione, che hanno il sapore di quattro capitoli di una storia unica anche se sono stati proposti, nel tempo, in volumi separati. Una raccolta la cui protagonista credevo fosse una fata di nome Lavinia. Invece no.
Lavinia non è la fatina con il vestito azzurro e lo strano cappello luccicante in testa che si vede in copertina e, ogni tanto, nelle illustrazioni interne. No no. Lavinia è quella bambina che le sta accanto e che avrà dalla Fata Madrina (ecco chi è quella in azzurro) un dono speciale: un anello magico che le permette di trasformare tutto ciò che vuole in... cacca.

Eh si. In cacca fumante e puzzolente. Lavinia è una piccola fiammiferaia, sola al mondo e sfortunata. Dal momento in cui, però, la Fata Madrina entra nella sua vita, le cose per lei cambiano. E sarà lei l'artefice dei cambiamenti che l'avranno per protagonista perché sarà lei a dover decidere come e quando usare l'anello magico per cambiare la sua condizione.
Se a ciò aggiungiamo, poi, una bambola altrettanto magica, che grazie ad un bottoncino che ha dietro l'orecchio può trasformarsi in una bambina vera che, alimentata con acqua o liquidi produce nel pannolino lingotti d'oro, ecco che le storie fantastiche sono due. Si intrecciano, si completano e divertono il lettore.

Le storie sono divertenti, scorrevoli e accompagnata da illustrazioni in bianco e nero (di Quentin Blake). Illustrazioni che, a dire il vero, aiutano anche ad inquadrare meglio i personaggi e che compaiono non solo durante la narrazione ma nelle quattro pagine iniziali per presentare i personaggi di tutte le storie. 

Questo libro mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 4: un libro nella cui copertina compaia un cappello. Un cappello un po' particolare, ma sempre cappello è!
Lo consiglio per questo Venerdì del libro così come l'ho consigliato ai miei figli: è un libro carico di avventure, con personaggi simpatici e particolari, scorrevole... l'unico piccolo neo è la pesantezza del volume. E' un libro con copertina rigida ed è poco adatto per essere tenuto agilmente in borsa, visto che pesa un pochino. E' comunque un peso sopportabile ed essendo un libro per ragazzi - come tale è stato pensato - i giovani lettori non hanno certo la mania di tenere libri in borsa per averli sempre al seguito come capita a me anche se, devo ammettere, mia figlia sta prendendo il mio stesso vizio ma ha anche deciso che per i libri "da viaggio" c'è un elenco di libri leggeri mentre gli altri, quelli da leggere a casa, possono essere anche un po' più grandi e pesantini.

mercoledì 3 agosto 2016

Inés dell'anima mia (I. Allende)

Inés Suárez si racconta. O meglio, Isabel Allende racconta la storia di quella donna che combattè nell'America meridionale all'epoca della conquista del Cile. L'autrice rende Inés voce narrante della sua storia e non solo visto che per il suo racconto passa la storia della conquista del Cile in un arco temporale che va dal 1500 al 1553.


Ancora una volta la Allende pone al centro di un suo romanzo una donna. Non una donna qualunque, stavolta. E, soprattutto, non una donna che è frutto della sua fantasia: Inés è realmente esistita ed a lei viene riconosciuto il merito di aver difeso la città di Santiago dall'attacco dei Mapuche. E quando dico "aver difeso" non lo dico in senso lato: spada alla mano, Inés ha letteralmente difeso la città di Santiago al pari di un qualsiasi altro valoroso guerriero! E questo è solo un dettaglio, solo una piccola parte della vita avventurosa che viene narrata in quello che vuole essere un memoriale che Inés lascia a sua figlia. O, meglio, alla sua figliastra visto che di figli suoi, nonostante amori travolgenti, non ne ha avuti.

Dopo due anni di studi attorno alla figura di Inés, la Allende ha dato vita ad un romanzo appassionato, intenso, da cui emerge la figura di una donna forte, capace di restare all'ombra del proprio uomo pur essendo, invece, dominatrice. E' una donna caparbia, che ha saputo rialzarsi dopo le delusioni che la vita le ha riservato e che ha saputo vivere appieno le esperienze che si sono susseguite nel tempo. Inés è una donna coriacea, coraggiosa, decisa, capace di prendere decisioni importanti e di guidare il suo uomo a decisioni altrettanto importanti senza mai travalicarlo e nel pieno rispetto del suo orgoglio maschile.
Non era uomo incline a chiedere apertamente consigli, e men che meno a una donna, ma nell'intimità con me rimaneva zitto, passeggiando per la stanza, finchè io non trovavo il momento giusto di esporre la mia opinione. Cercavo di porgergliela in modo vago, di modo che alla fine potesse credere che la decisione fosse sua. Questo sistema mi ha sempre dato buoni risultati. Un uomo fa quello che può, una donna fa qeullo che lui non può.
Inés è una donna che combatte per i suoi ideali, per la sua terra, per il suo sogno. Suo e dell'uomo con cui lo ha condiviso.

Tre sono stati gli uomini della sua vita e ne parla con passione e rispetto, anche quando ha dovuto inghiottire bocconi amari. 

La Allende propone personaggi realmente esistiti e aggiunge un tocco di fantasia e la affilata capacità narrativa per dare vita ad un romanzo che può essere definito romanzo storico a tutti gli effetti. Non sono avvezza a catalogare romanzi nell'uno o nell'altro genere ma i tanti riferimenti a vicende storiche che hanno portato alla conquista del Cile portano il lettore in un'epoca da cui non riesce a sfuggire, dalla prima all'ultima pagina.
Romanzo storico, è vero. Ma anche grande storia d'amore. Io ho letto una storia d'amore molto intensa, quella tra Inés e Pedro de Valdivia. L'eroina spagnola vivrà tre importanti storie d'amore: quella con Juan de Málaga, che sposa contro la volontà della sua famiglia ma che la abbandona per cercare fortuna nel Nuovo Mondo e che perderà in quanto morto in battaglia. C'è poi la storia d'amore con Pedro de Valdivia: Pedro è sposato ma abbandonato quel matrimonio deludente e privo di sentimento per andare a combattere per la Corona. Incontra Inés e se innamora profondamente tanto da compiere un grande sacrificio pur di salvarla. I due non si possono sposare in quanto lui una moglie ce l'ha già... E suo marito diventerà Rodrigo de Quiroga, con cui passerà trent'anni d'amore e felicità. Sopravvivrà a tutti e tre e, oramai settantenne e vicina all'appuntamento con la morte, Inés decide di raccontare la sua storia affinché venga lasciata memoria non tanto della sua figura quanto di ciò che accadde.

La Allende conferma le sue capacità narrative delle quali, a dire il vero, non avevo molti dubbi. Va detto che si tratta di un libro molto intenso e ricco di riferimenti storici che a volte lo rendono poco scorrevole. La lettura non è difficoltosa, non è questo che intendo. Voglio solo dire che 322 pagine di Isabel Allende, in particolare in questo libro, sono molto più ricche di 322 pagine di un qualsiasi altro romanzo meno impegnativo.

Ecco, spero di essermi spiegata! 

Sapevo che non sarebbe stata una lettura veloce ma mi ha comunque coinvolta anche, se, lo ammetto, avrei fatto volentieri a meno delle descrizioni delle violenze perpetrate a danno dei popoli indigeni, delle torture, delle morti e delle atrocità che sono state commesse durante la guerra, durante la conquista. Ma la guerra è così. E la Allende pur avendo romanzato alcune parti del racconto, su altri credo proprio che sia stata molto fedele alla realtà dell'epoca.
Era ritenuto esemplare lo spagnolo che si rivelava crudele e ammazzava quanti più indios poteva, e codardo chi non seguiva tale esempio. Valdivia deplorò questi episodi, convinto che lui avrebbe spauto evitarli, ma capiva anche che nel disordine della guerra potessero aver luogo, come lui stesso aveva constatato di persona durante il Sacco di Roma. Dolore, e ancora dolore, sangue per strada, sangue delle vittime, sangue che degrada gli oppressori.
Spesso vengono usati termini che non sono immediatamente comprensibili e che richiedono un certo approfondimento per meglio capire ciò di cui si sta parlando, come nal caso dei mapuche, o del cabildo, o degli yanaconas. Per chi, come me, non ne sa più di tanto della cultura di quei luoghi e di quell'epoca, credo che per afferrare appieno il significao di ciò che si legge sia necessario fare qualche ricerca man mano che compaiono termini di questo tipo. 

La Allende rende alla perfezione la cultura dell'epoca. Un esempio?
Una cosa era violentare in guerra e spassarsela con le indie che non contavano nulla, un'altra aggredire una vedova spagnola che era stata ricevuta dal governatore in persona.
Bhè, certo, come se la violenza di un uomo su una donna avesse un diverso valore in base a chi la subisce! Ma siamo nel 1500... allora era così!
Concludo riportando la nota dell'autrice all'edizione del 2006 (Universale Econominca Feltrinelli).
Inés Suárez (1507/1580), spagnola nata a Plasencia, intraprese il viaggio verso il Nuovo Mondo nel 1537 e partecipò alla Conquiesta del Cile e alla fondazione della città di Santiago. Ebbe grande influenza politica e potere economico. Le imprese di doña Inés Suárez, menzionate dai cronisti dell'epoca, furono dimenticate dagli storiografi per oltre quattrocendo anni. In queste pagine narro gli avvenimenti così come sono stati documentati. Mi sono limitata a filarli con un esercizio minimo di immaginazione. Questa è opera di intuizione ma qualsiasi somiglianza con eveni e personaggi delal Conquista del Cile non è casuale. Mi sono anche presa la libertà di modernizzare il castigliano del XVI secolo per evitare il panico dei miei eventuali lettori.
Pur essendo una storia d'amore, non è una lettura adatta a chi ama romanzi rosa, storie leggere, letture che richiedono poca concentrazione: qui c'è da perdersi nei meandri delle vicende se ci si pone alla lettura con superficialità. 
Consigliato a chi ama l'avventura, perché la vita di Inés cosa è stata se non una grande avventura?

La Allende, la mia autrice preferita, mi permette di partecipare con questo libro alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice. 

venerdì 29 luglio 2016

Out of the blue. Rinascere mamma (V. Colmi) - Venerdì del libro

Valentina Colmi si racconta in un e-book. La blogger Valentina Comi, del blog www.post-partum.it, si racconta nell'e-book Out of the blue. Rinascere mamma. E' il secondo libro sul tema della depressione post-partum che leggo nell'arco di due mesi, dopo quello di Simona Redana.

L'argomento è lo stesso, le protagoniste sono donne alle prese con la propria gravidanza e tutto ciò che ne deriva, sia a livello fisico che psicologico. Entrambe si raccontano ma lo fanno in modo diverso. 
Valentina rende partecipi le proprie lettrici di un racconto diretto, schietto ed oggettivo. Simona aggiunge un pizzico di ironia. Valentina no. Ognuna ha il suo modo di raccontarsi, di raccontare la propria esperienza. Entrambe parlano delle difficoltà legate all'essere madre quando l'istinto materno manca, quando ancora non si riesce ad essere la mamma che si immaginava di essere, quando non si prova niente (o quasi) per quell'esserino che fino a poco tempo prima andava in giro dentro la pancia della sua mamma.

Valentina decide che è il momento di avere un figlio ed arriva alla gravidanza in fretta. Forse troppo in fretta. Se ne rende conto nel momento in cui si trova ad affrontare un parto più difficile di quanto previsto e, poi, quando si trova ad avere accanto una bambina per la quale non sente alcun trasporto se non quello che simula ogni volta che qualcuno dei suoi cari la va a trovare. Valentina ha bisogno di attenzioni ma le attenzioni, ora, sono tutte per sua figlia. Valentina non sta affatto bene e solo nel momento in cui ammetterà di stare male e di dover affrontare la sua malattia riesce a capire cosa le sta succedendo e ad affrontare la situazione.

Fino ad un certo punto del racconto ho pensato che fosse proprio deprimente per una mamma in dolce attesa che, leggendo la storia di Valentina, avrebbe potuto farsi prendere dal panico. Alla fine, però, il messaggio che viene lanciato è chiaro: donne, non temete di mettervi a nudo, non temete di chiedere aiuto quando sentite di non stare bene, dopo il parto. Non c'è vergogna che tenga davanti alla necessità di essere aiutate e di venir fuori da una situazione che non è affatto irreversibile e che, soprattutto, non è poi così rara come può sembrare.
Grazie alla terapia Valentina scopre molto di se stessa, del suo rapporto con la sua famiglia e tutto ciò le sarà utile per affrontare il suo problema con gli strumenti giusti.

L'autrice racconta la sua esperienza senza filtri, racconta come non sia tutto rosa e fiori come spesso si vuole far credere ad una gestante, come i problemi possano essere dietro l'angolo e, soprattutto, come non vada mai ignorata la necessità di farsi aiutare.
Da qui l'invito alle donne che si trovano in questa sua stessa situazione a non mettere la testa sotto la sabbia ma a trovare il coraggio e la lucidità necessari a farsi aiutare.
Nonostante il racconto possa davvero mettere addosso un bel po' di panico a chi si appresta a partorire (questo è quel che ho pensato, non posso farci niente) il libro si chiude con un messaggio di speranza e con la testimonianza di come, con l'aiuto giusto, ogni donna possa farcela anche quando la situazione sembra oramai sfuggita di mano.

E' una lettura positiva, che vuole aiutare le donne che vengono a trovarsi in una situazione simile e che potrebbero sentirsi abbandonate, incomprese, diverse. Valentina dice loro che non è affatto così e la sua storia, così come la storia di Simona, ne è una prova. 

Lo propongo per il Venerdì del libro di oggi a cui arrivo sul filo di lana e lo propongo anche come spunto di riflessione sull'argomento.
E' scritto da una donna pertanto mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice. 

mercoledì 27 luglio 2016

La settima onda (D. Glattauer)

Doppio record per me in questi giorni. Il primo, in assoluto, è un record di lettura: La settima onda, preso in prestito ieri pomeriggio in biblioteca, letto stanotte (notte insonne per via del caldo) ed oggi pomeriggio, terminato e pronto a tornare in biblioteca. 
Il secondo è un record in fatto di libri della stessa serie, dello stesso autore letti a poca distanza l'uno dall'altro. La settima onda è il seguito del primo libro di Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del nord, recensito giusto dieci giorni fa!

Tornano Emmi e Leo. Eh si, tornano! A giudicare dal come era terminato il primo libro non c'era da aspettarsi un proseguimento di questo tipo e, soprattutto, un epilogo come quello che mi sono trovata davanti agli occhi.
E posso essere sincera? Ho preferito il primo, di libro. Sia per l'originalità dell'idea - la narrazione sotto forma di scambio di e-mail tra i due protagonisti - sia per le caratteristiche dei personaggi che per il finale. Eh si, secondo me era quello il finale giusto!

Emmi, in questo secondo libro, è più antipatica e contorta di quanto non lo fosse nel primo. Se nell'altro libro ho apprezzato la sua ironia, il suo modo di essere e di relazionarsi con Leo e con il resto del mondo, stavolta avrei voluto averla davanti a me per prenderla a schiaffi.

L'autore torna a raccontare un rapporto epistolare, un rapporto moderno che si sviluppa a colpi di e-mail. Stavolta, però, ci sono delle novità. Prima tra tutti la conoscenza diretta tra i due protagonisti. Non c'è spoiler, tranquilli... Fin dalle prime pagine i due si incontrano. Questo incontro cambierà il corso delle cose? Che tipo di incontro sarà? Sarà determinante o niente di che? Tutto da scoprire!

Non dico altro. Ricordo, velocemente, che nel primo libro i due si erano conosciuti per sbaglio via mail ed avevano iniziato a conoscersi e a stringere un rapporto profondo senza essersi mai conosciuti di persona. Poi la storia aveva avuto una svolta ed il finale non era affatto un finale aperto. 
Poi l'autore ha pensato, invece, di renderlo tale riaprendo la storia in modo piuttosto banale a dire il vero e, secondo me, un po' la storia ha perso. L'impianto in generale mi è sembrato più confuso soprattutto in alcuni dialoghi davvero intricati tra i due. Resta l'ironia di Emmi come elemento di fondo. Il tira e molla tra i due stavolta mi ha un po' irritata e... non avrei concesso questo finale. A lui magari sì, ma se fosse stato per lei proprio no.

Non posso dire altro: è un libro che si legge velocemente e per il quale non possono essere dati altri dettagli su una trama che, a dire il vero, è piuttosto scarna. Forse l'altra volta, nella lettura del primo libro, c'era stato l'effetto sorpresa per i dialoghi tra i due. Stavolta mi è sembrato tutto molto scontato.

In ogni modo, questo libro mi permette di partecipare  alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: un libro con una donna raffigurata in copertina.

lunedì 25 luglio 2016

Le tartarughe tornano sempre (E. G. Napolillo)

L'Isola. Questo luogo a cui l'autore non attribuisce un nome proprio ma che identifica con chiarezza, grazie a tanti dettagli, è il fulcro del racconto.
Una storia d'amore come potrebbero esserne tante altre ma che, a ben guardare, come tante altre non è. Come tante altre non può essere e solo loro due sanno il perchè.
Perchè Giulia e Salvatore non condividono solo un forte sentimento, un'empatia ed una passione che li lega a doppio filo - anima e corpo - ma condividono qualche cosa di più.
Sono legati anche dall'orrore che i loro occhi hanno visto quando quell'Isola si è vista restituire, proprio davanti a loro, il cadavere di un bambino, seguito poi da un altro e un altro ancora.
Un orrore che resta inciso nella loro anima anche quando si allontanano da quel luogo. Anche quando cercano di dare una svolta alla loro vita. Anche quando credono di aver voltato pagine. 
Quell'orrore resta in loro e continua a legare le loro anime anche quando ci sono chilometri e chilometri a separarli, anche quando quell'amore che si è alimentato un'estate dopo l'altra, quando lei passava le vacanze sull'Isola, viene relegato (senza troppo successo) in un angolino del loro cuore.
L'autore, Enzo Gianmaria Napolillo, nel libro Le tartarughe tornano sempre racconta la storia di un amore adolescenziale che si alimenta nonostante la lontananza ma che, alla fine, subisce gli effetti di una lontananza che diventa un problema. Non ci saranno più estati insieme quando i genitori di Giulia decide di vendere la casa che la famiglia possiede sull'Isola e dove, da sempre, la famiglia trascorre le vacanze. Una scelta, questa, dovuta a qualche cosa di più della semplice voglia di trascorrere l'estate altrove. L'Isola sta diventando scomoda. E lasciare Milano per trasferirvisi in estate non equivale più a lasciarsi alle spalle mesi di lavoro per un periodo di tranquillo relax al mare ma sta diventando andare incontro ad un serio problema. Eh si, pechè l'Isola sta diventato testimone silenziosa di continui sbarchi di persone che scappano dalla loro terra per lasciarsi alle spalle la fame, la guerra, la paura e cercare un futuro altrove, tentando di approdare sull'Isola per arrivare poi a vivere una nuova vita. Ma non è questo quello che succede. Gli arrivi di migranti iniziano a moltiplicarsi così come si moltiplicano i cadaveri che galleggiano in acqua. Si moltiplica la presenza di forze dell'ordine su quell'Isola che perde pian piano quelle sue antiche caratteristiche di piccolo paradiso in mezzo al mare. L'Isola di Salvatore sta diventando tutt'altro che un paradiso.

Quando anche loro, Giulia e Salvatore, vengono travolti da una realtà fino a quel momento per loro sconosciuta, le loro vite si allontanano, le loro scelte li portano su binari differenti, il loro amore si appanna o, almeno, questo è quel che sembra. 

Il racconto del legame tra i due ragazzi, da come cresce, si alimenta e si modifica nel tempo viene alternato dall'immagine di barconi che portano povere anime alla deriva. Vite alla deriva, se non alla morte. Un ritratto tristemente attuale di quanto sta accadendo e di come quell'Isola abbia avuto ed abbia la forza di rispondere a ciò che avviene. Gli isolani non restano indifferenti. Salvatore non resta indifferente così come suo padre.

L'autore racconta, così, la storia di due ragazzi indissolubilmente legata a quella dell'Isola e lo fa usando un linguaggio che mi ha positivamente colpita. Mi è piaciuto lo stile, la scelta dei termini, la delicatezza e allo stesso tempo l'efficacia delle descrizioni. E' riuscito a trasmettermi emozioni anche se, a ben guardare, quei due ragazzi ad un certo punto mi hanno fatto un tantino innervosire... Sono stata tentata di dire loro "...ragazzi miei, crescete un po' e mettete i piedi sulla terra, affrontanto ciò che tutto questo porta con se" ma i loro comportamenti mi hanno fatto pensare a ciò che può davvero accadere a due ragazzi messi davanti a situazioni più grandi di loro. Ed anche le loro reazioni, i loro meccanismi di difesa - perchè sono proprio dei precisi meccanismi di difesa che si attivano in loro - ch e mi hanno fatto apprezzare la storia in ogni suo dettaglio.

Un autore che non conoscevo, Napolillo, ma che mi ha positivamente sorpresa tanto che con questo libro ho intenzione di partecipare all'edizione 2016 dell'iniziativa Asino chi non legge.
Si tratta di una maratona di lettura nell'ambito della quale ogni partecipante ha la facoltà di scegliere il libro che vuole: lo scorso anno non è stata una scelta casuale ed anche questa volta vorrei proporre qualche cosa di significativo.

Quest'anno l'argomento scelto dalla rassegna è "Preferisco il rumore del mare": ho pensato a diverse letture su questo tema ed ho scelto alcune pagine piuttosto significative del racconto di Napolillo. 
Spero che nessun altro abbia proposo lo stesso libro. Mi dispiacerebbe dover cambiare titolo.

Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori.
Ps. purtroppo la mia pignoleria emerge sempre, non me ne voglia l'autore. Ogni tanto l'uso della punteggiatura mi ha un pochino innervosita anche se, probabilmente, è lo stile dell'autore che ha richiesto delle frasi particolari.
Sente il peso delle pietre ingoiate, delle rinunce, si guarda le dita delle mani e non trova più il filo srotolato da bambino che lo legava a Giulia. Quando lo ha perso?, si chiede, con sgomento, come ha potuto credere che il tempo sarebbe stato infinito e che li avrebbe aspettati?
E poi l'uso del punto dopo le virgolette chiuse, ad esempio. A volte inserito all'interno della frase prima di chiudere le virgolette, a volte dopo, a volte non viene messo per niente perchè la frase si conclude dentro le virgolette con un punto interrogativo... Ancora non sono riuscita a fare pace con l'uso delle virgolette che gli autori fanno, ognuno a suo modo... Probabilmente è un problema mio. Anche la virgola prima che si chiudano le virgolette per non essere più riaperte a me proprio stona... Anche questo probabilmente è un problema mio.
Lasciamo stare le pignolerie.
Il libro mi è piaciuto e ne consiglio la lettura.

venerdì 22 luglio 2016

Scrivere è un mestiere pericoloso (A. Basso) - Il Venerdì del libro

Che mi fosse simpatica l'ho detto già in precedenza. Lo confermo ora, dopo aver letto Scrivere è un mestiere pericoloso. Mi riferisco alla protagonista, a Vani Sarca ma anche all'autrice Alice Basso. Le vorrei conoscere tutte e due di persona per stringere loro la mano. Per motivi diversi ma mi piacerebbe davvero poterlo fare con entrambe.
La Vani l'immagino nel suo look dark che nasconde una donna che sa anche essere femminile quando vuole - e in questo libro, suo malgrado, ne abbiamo una prova. Mi par di sentirla in uno dei suoi discorsi ironici, pungenti, farciti di riferimenti letterari. Una donna intelligente, schiva per sua natura ma capace di stringere forti rapporti umani quando incontra le persone giuste.
Alice la immagino sorridente e soddisfatta per aver reso ai lettori un personaggio che piace. Eh si, perchè credo che sia questo il sentire comune di chi incontra questa ragazza così particolare nel suo modo di essere e nel suo modo di fare, ma anche nel suo modo di esprimersi nella maggior parte dei casi.

Posta tale premessa, Scrivere è un mestiere pericoloso è un libro che propone il prosieguo della storia di Vani Sarca proposta ai lettori ne L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome. E' un libro scritto in continuità con il primo ma l'autrice fa in modo che anche chi l'avesse perso (ed a cui consiglio di recuperare questa mancanza perchè ne vale davvero la pena) possa seguire la storia. Ovviamente per chi ha letto il primo libro è tutto più chiaro e tutto collegato.

Dunque. La trama, senza dire troppo.
Ora Vani è ufficialmente una collaboratrice del commissario Berganza. E qui apro una parentesi. Questo cinquantenne che sa cucinare e s'intende di scalogno e tutto il resto, ha un fascino tutto suo. E' un tipo acuto, di poche parole ma a suo modo affascinante e l'autrice riesce a rendere molto bene questa immagine grazie alle descrizioni (e alle sensazioni) di Vani. 
Chiusa parentesi.

La nostra gosthwriter, perchè è questo il suo mestiere principale, è alle prese con un nuovo libro da scrivere per contro di altri e dovrà farsi violenza visto che si tratta di un libro che ha a che fare con la cucina, attività che lei rifiuta categoricamente di prendere in considerazione. Fino ad ora. Perchè un incarico è sempre un incarico e bisogna che sia informata su ciò di cui andrà a scrivere. Tra le altre cose, ricette!
Vista la sua collaborazione con il commissario, però, spunta anche un'indagine molto particolare, collegata proprio al libro che deve scrivere. Un bel nodo da sciogliere: la protagonista del suo libro confessa improvvisamente un delitto che è stato attribuito ad altri, l'indagine è stata chiusa da tempo con un colpevole che sta scontando la pena e... conti che non tornano quando di mezzo ci sono l'astuzia di Berganza e l'intuito di Vani Sarca.

La nostra protagonista è un personaggio divertente, capace di strappare un sorriso con estrema naturalezza. Non si esprime con un linguaggio d'alta società, sia chiaro! Ma questo non stona affatto in un racconto che rende alla perfezione il suo personaggio.

Mi auguro davvero che la storia di Vani non finisca qui. Se potessi chiederei ad Alice Basso di farci un pensierino su un'altra avventura che porti avanti la storia. Un libro che si legge che è un piacere, con un'indagine che - seppur con ironia - è sempre un'indagine, con un mistero da svelare, con una Vani Sarca che trova persone con cui si sente in sintonia, ed un nuovo libro da scrivere. 
Una lettura che consiglio anche per questo Venerdì del libro e, lo ripeto, che consiglio di leggere dopo essere partiti dall'inizio, dal primo. Che è meglio!

Ps. Un piccolo appunto (ecco che arriva la mia vena critica e precisina).
Non credo che nessun altro lo noti. Io sì.
E' una frase che proprio non mi piace. Due negazioni (non credo che nessun altro) che potevano essere evitate dicendo semplicemente Credo che nessun altro lo noti. Io sì. Non è più corretto? Oppure Non credo che qualcun altro lo noti. Magari sbaglio, ci mancherebbe, ma mi suonava male. Un dettaglio, comunque.
Scusa Alice ma sono un po' precisina e quando qualcosa mi salta agli occhi è più forte di me farlo notare. Perdonata?
Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori.
E' uno dei libri bonus suggeriti per questa tappa.

giovedì 21 luglio 2016

Nicolai Lilin - Spy Story Love Story - Incontri con l'autore

Non ho letto il libro Educazione Siberiana ma ne ho sentito tanto parlare.
E non conoscevo affatto il suo autore, Nicolai Lilin.
Così, con queste carenze si base ma con tanta voglia di colmare le mie mancanze, ho partecipato ad un incontro proprio con lui, con Nicolai, in occasione del primo appuntamento di una rassegna estiva di incontri con gli autori. 
Onesta fino alla fine: non sapevo nulla di nulla, ne' delle sue origini, ne' dei suoi trascorsi, tantomeno del suo modo di scrivere o degli argomenti trattati (è al settimo romanzo, ed io conosco di fama solo quello poco sopra citato) ma il personaggio mi incuriosiva un bel po' per cui mi ho segnato al calendario l'incontro e ci sono andata.
Sola soletta. Non che ci fossi solo io, s'intende. Sono andata da sola, senza un'amica per chiacchierare o per distrarmi durante l'attesa, insomma.
E poi lui.
Personaggio magnetico, un bell'uomo (il che non guasta) che porta con se una storia che è già di per se un romanzo. Una storia che arriva proprio da Educazione Siberiana (ho fatto delle ricerche, mi sono informata ma a posteriori) e che ha raccontato ai presenti in modo diretto e senza filtri.
Silenzio di tomba durante il suo intervento.
Nonostante le zanzare che tentavano di disturbare - eravamo all'aperto - non volava una mosca.

Atteso in città dall'esordio del suo primo fortunatissimo romanzo (dal 2009), l'autore è stato accolto dalla moderatrice Giovanna Taffetani della Libreria Il Gatto con gli Stivali e dal vice sindaco del comune di Porto Sant'Elpidio (FM) Monica Leoni che gli hanno anche strappato la promessa di tornare per incontrare i ragazzi delle scuole. 
Protagonista del suo nuovo romanzo - Spy Story Love Story - è un personaggio che ha una vita inusuale. Ad ispirarlo è stata una figura realmente esistente nella vita dell'autore.

"Sono nato in un ambiente criminale, eravamo quelli che mettono davanti a tutti le idee del resistere ad un certo tipo di politica. In questo contesto c'era un uomo, un killer, che lavorava con un gruppo collegato al gruppo di mio padre. In un certo periodo della mia vita è diventato il mio idolo: era un uomo impassibile, un uomo di pietra. Zio Sergio, questo il suo nome, pur essendo una persona che uccideva persone sgradite, era un uomo colto. Per un periodo della mia vita sono stato ospite da lui, in Finlandia, e la sua casa aveva le pareti rivestite di librerie stracolme. Vicino a lui mi sentivo protetto, dietro di lui non c'era la sua ombra ma l'ombra della morte. Era un uomo molto bello ma dall'aspetto maledetto. In un certo periodo, mentre ero da lui, viene ucciso un amico comune suo e di mio padre. Sono stato con zio Sergio al funerale ma non ho potuto avvicinarmi a mio padre da cui ero stato allontanato allo scopo di proteggere la mia vita. Tutti piangevano. Zio Sergio no. Quando, in macchina, gli ho chiesto come mai lui non piangesse, mi rispose:
Ragazzo, io piango solo quando leggo.
Da lì ho capito che la vita del killer non era la sua vera vita. La sua vera vita, le sue emozioni, erano nei suoi libri. Zio Sergio è una persona che ho amato pur essendo consapevole che fosse un assassino. Volevo ricordarlo in questo libro costruendo sulla sua base il mio protagonista: un personaggio che è consapevole di essere il male ma che è stanco di essere il male".
Ecco da dove arriva il protagonista, quell'uomo che riscopre il suo lato personale ed inizia ad amare se stesso, nonostante tutto. Il tutto con, sullo sfondo, l'importanza della letteratura anche per una vita come quella del protagonista che della letteratura non ha mai fatto a meno. Nonostante tutto.

Nel libro si parla di criminali onesti ... un po' una contraddizione in termini....
"Le origini del criminale onesto nascono dalla cultura russa ai tempi dello Zar e vanno ricercate nella necessità di resistere ad un sistema che si impone. Quando mio nonno mi regalò il coltello - quella di mio nonno è un'altra figura a cui sono molto legato - simbolo del momento del passaggio dall'essere un ragazzo all'essere uomo mi ha detto:
Ricorda: il cavaliere del re porta l'armatura ed un'uniforme. Il cavaliere del popolo porta il coltello.
Ecco che ho capito che essere criminali onesti voleva dire essere dalla parte del popolo, di chi subisce e tutto ciò mi ha affascinato: l'opporsi con coraggio ad un sistema considerato corrotto. Ciò mi ha portato molto presto in carcere: quando avevo 14 anni ho sparato ad uno spacciatore di droga. Per noi essere parte della criminalità onesta voleva dire difendere con tutte le tue forze il tuo quartiere, la tua gente, da un male che arriva la droga. Quello era il male arrivato da noi: la droga sotto cui cadevano molti miei amici. Eravamo criminali onesti che difendevano la comunità dal male che arrivava dall'esterno. Questa è la realtà che ho vissuto".

Uno dei personaggi del romanzo è Katia, descritta come malata di possesso. Nella vita è pieno di gente così...
Qui ritrovo un'altra frase detta da mio nonno e che mi è rimasta dentro. Un assunto che arriva da un'antica regola del cacciatore siberiano. Va detto che i cacciatori siberiani hanno delle rigide regole. In Siberia non si caccia per divertimento ma per sopravvivenza e da qui arriva la regola secondo cui non si possa uccidere più di quanto il cacciatore non possa portare via da solo. E qui arriva la frase di mio nonno:
Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore non possa amare
Questo è il senso del mio pensiero nel rapporto con il mondo. Nella mia visione del mondo sono molto attaccato alla fisica quantistica. Di mia impronta culturale sono cristiano e la fisica quantistica è la scienza che più si avvicina alla fede. In soldoni, per la fisica quantistica tutti noi facciamo parte di uno stesso campo energetico. Tutti noi siamo concentrazione temporanea di energia ed è inutile possedere di più perchè tutti torneremo ad essere mera energia alla fine. Credo che chi possiede troppo nel momento in cui si guarda allo specchio non veda ciò che ha ma veda riflessa la sua pochezza interiore. Chi possiede troppo manca di basi culturali ed emotive che cerca di compensare con cose materiali".

Titolo e copertina. Da dove arrivano?
"Il titolo è stato pensato dai miei editori. Io l'avevo chiamato semplicemente romanzo n.7 visto che era il mio settimo romanzo. La copertina l'ho affidata al mio amico Stefano Fusaro: una persona di cui mi fido che ha letto il mio scritto prima ancora che venisse editato ed ha pensato alla copertina. Non so nemmeno chi sia l'uomo che vi compare. Probabilmente un amico di Stefano, non saprei".

Nelle more del racconto si apre, poi, un capitolo particolare. Quello dei tatuaggi. Sollecitato da Giovanna, Nicolai racconta come "... quella dei tatuaggi è l'arte con la quale comunico con le persone. 
E' un'arte che ho conosciuto ad otto anni ed è diventata un mio modo di essere, di comunicare: pratico l'arte del tatuaggio e continuo ad esercitare la tradizione siberiana. 
Le persone vengono da me e mi raccontano la loro storia. Questa loro storia diventa un tatuaggio unico e irripetibile perchè la storia di ognuno è unica e irripetibile. 
Tatuo le persone non per motivi estetici, non è questo ciò che faccio. 
Ascolto la loro storia e la riscrivo con il tatuaggio sulla pelle. Ho uno studio a Milano dove insegno la mia tradizione a due allievi che spero vogliano portarla avanti e considero questo mio modo di concepire il tatuaggio come contrappeso al concetto consumistico che oramai dilaga. Mi faccio strumento per dare un'opportunità a chi cerca qualche cosa di più profondo: ogni storia merita di essere raccontata ed è quello che io faccio. Ogni tatuaggio che realizzo è un sigillo di un legame personale che si crea tra me e chi mi racconta la sua vita. Un po' come avviene tra un confessore ed una persona che va a confessarsi. Ciò che conta è la sincerità, l'autenticità e se vedo che ciò manca non realizzo nessun tatuaggio".