domenica 11 settembre 2016

Perfino le stelle devono separarsi (C. Frugoni)

E' un viaggio nei ricordi quello che fa Chiara Frugoni nel libro Perfino le stelle devono separarsi, un libretto con poca trama, così lo definisce l'autrice.

In effetti si tratta di una biografia per redigere la quale l'autrice attinge alla storia della sua famiglia, arrivano fino a quella di suo padre e di sua madre. Un tuffo nel passato raccontato con l'emozione che è propria di chi racconta di persone che ha amato, di situazioni che sono rimaste nel cuore.

Ammetto di aver preso in prestito il libro senza sapere nulla dell'autrice. Solo dopo, nelle more della lettura, ho cercato delle informazioni su di lei ed ho scoperto che si tratta di una storica italiana, specialista del Medioevo e della Storia della Chiesa. Che ignorante che sono!

Dal libro, però, poco traspare della Chiara Frugoni di cui ho letto in rete. Sono altri i protagonisti. Sono coloro che l'hanno preceduta, i suoi avi e le loro storie. 
Spiccano le personalità di nonna Teresa e dello zio dottore, tanto per citare qualche esempio, colui che quasi mai viene chiamato per nome ma attorno al quale ruotano parecchi racconti.
E, su tutto, Solto: una piccola cittadina bergamasca dove l'autrice ha trascorso parecchie estati, a casa dei nonni.

Il racconto è arricchito da foto storiche che completano le minuziose descrizioni. Parecchie, ne ho trovate parecchie di descrizioni soprattutto in merito ai luoghi. Come ho trovato molto affetto nel parlare delle varie situazioni narrate. Dalla storia dei nonni fino al suo primo amore. Un lungo arco di tempo che l'autrice ha voluto fissare per i posteri, affinchè restasse memoria delle sue radici.
 
In alcuni passaggi mi è sembrato di sentire racconti a me familiari, soprattutto in relazione ai nonni, al loro ruolo, alle loro abitudini. Ed anche la mia, di memoria, ha fatto un tuffo nel passato non tanto in relazione a quanto letto quanto per via del prepotente pensiero dei miei nonni, oramai scomparsi, che è sempre vivo in me.
 
Il libro non mi ha appassionata in modo particolare, devo ammetterlo, probabilmente per via del fatto che non amo le biografie. Però va detto che è scritto molto bene e che il lettore è aiutato anche da un elenco (in rigoroso ordine alfabetico) dei personaggi di cui l'autrice parla.
Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.

sabato 10 settembre 2016

Il cuore selvatico del ginepro (V. Roggeri)

E' la settima di sette figlie femmine e questo vuol dire disgrazia, iattura. In Sardegna la credenza popolare vuole che la settima di sette figlie femmine abbia la vita segnata: è una coga, una bambina disgraziata che porterà solo disgrazia e, per questo, va immediatamente eliminata, appena nata.
Non è così che vanno le cose, però: Lucia, figlia primogenita dei coniugi Zara, trova un fagottino abbandonato a se stesso e lo prende co se, portando in salvo la sua nuova sorellina. Quella che, per tutti, sarà la sciagura fatta persona, il diavolo in terra, la coga.

Vanessa Roggeri, nel libro Il cuore selvatico del ginepro, imbastisce una storia che mi ha tenuta attaccata alle pagine. Propone le suggestioni e le superstizioni di una terra, la Sardegna, che lei stessa ha nell'anima in quanto terra natale. Allo stesso tempo propone una storia triste e commovente, con personaggi che vedono intrecciare le loro vite in alcuni casi in modo morboso, con - sullo sfondo - l'aura negativa di un personaggio ritenuto portatore di disgrazie. 

Quella narrata è la storia di una famiglia segnata dalla sfortuna: questa è la convinzione comune, alimentata da quelli che vengono considerati come segni inconfutabili dell'arrivo di una coga. Alcune caratteristiche fisiche della neonata, prima, e caratteriali, poi, getteranno la famiglia Zara nella disperazione più assoluta davanti ad una sciagura rispetto alla quale nessuno può nulla.

Sopravvissuta alla notte, per mano di sua sorella Lucia, ora Ianetta (questo il nome che verrà dato a quella bambina che viene considerata da tutti la demonietta) vive nell'ombra, scansata da tutti, senza mai una carezza, una parola, un gesto di compassione. Nessuno si avvicina a lei. Per lei solo parole di disprezzo fin da piccola. Solo improperi continui e cattivi pensieri rivoti a lei. Questo è l'ambiente in cui la piccina cresce allo stato selvatico, come fosse una protuberanza della terra sarda, tanto da portarne addosso gli odori, i colori, i segni.

Ianetta è brutta, malfatta, non parla ma emette degli strani suoni (qualcuno si è mai preoccupato di parlare con lei, di insegnarle qualche cosa? Qualcuno le ha mai chiesto come stesse? Qualcuno si è mai preoccupato di capire quale fosse l'origine di quei suoni sofferenti prodotti dalla sua bocca?) che vengono considerati ancora una volta segni che definiscono il suo essere malefico.

Ma è davvero così? O è semplicemente una sorella sfortunata, segnata alla nascita da superstizioni antiche che fanno fatica a morire.

Siamo sul finire del 1800 ed il periodo storico la dice lunga su quale fosse l'atteggiamento nei confronti di persone, principalmente donne, considerate streghe o emanazione del male.
 
Il romanzo si apre con la morte di Laura Zara che lascia ai suoi tre figli un'importante eredità. Non tanto una casa, che pure ha il suo valore, quanto una storia. 
La storia della sua famiglia e della sua sfortunata sorella. La storia che l'autrice racconta con dovizia di particolari, utilizzando anche termini propri della sua terra (in coda al libro proporrà poi un glossario per permettere a tutti i lettori di comprendere ciò di cui si parla) rendendo gli scenari vivi, come se si consumassero sotto gli occhi del lettore. Questa è l'impressione che ho avuto io.

Se avessi potuto avrei preso a schiaffi alcuni personaggi, avrei coccolato la povera Ianetta, avrei aperto la mente delle sue sorelle.

Quella bambina considerata da tutti la coga mi ha fatto davvero tenerezza e mi ha fatto pensare a quante donne, nella storia, sono state emarginate, torturate ed uccise perchè considerate l'incarnazione del male a seguito di convinzioni popolari del tempo.

Solo sua sorella Laura nutre dei dubbi rispetto alla reale natura di quell'esserino che considera sua sorella prima che la coga
Osservò Ianetta e si commosse quando comprese che lei non era come le altre bambine, i suoi giochi non avevano la luce dell'innocenza ma l'ombra di quella amara consapevolezza che solo di cose ormai morte poteva occuparsi, le uniche che non potevano rifiutarla.
E più avanti, quando Ianetta è più grande:
Si era convinta, Lucia, che Ianetta un cuore doveva avercelo e che doveva essere spezzato per colpa dell'esilio, dell'odio e delle cose brutte che tutti dicevano sul suo conto.
Dubbi che, ad un certo momento, anche in lei vengono imbavagliati da ciò che le accade attorno. 
A nulla varranno i tentativi del nuovo dottore di far aprire gli occhi alla gente del paese
Finchè rifiuterete la medicina accadranno cose come questa. Le vostre donne e i vostri bambini moriranno se non smetterete di credere a cose che non esistono. Le cogas non esistono! E' l'ignoranza che le genera! Possibile che non vi accorgiate della luce di questa verità?
Storia intensa, commovente, triste. Storia di rabbia e di credenze popolari radicate nel tempo. Storia di donne, storia di una terra trova voce in un'autrice che, secondo il mio punto di vista, propone un racconto da non perdere.

Consiglio questo libro (letto tutto d'un fiato). Libro che, peraltro, mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: un libro con una donna raffigurata in copertina.

venerdì 9 settembre 2016

Il viaggio di Lea (G. Risari) - Venerdì del libro

Se una bambina di dodici anni si mette in testa di voler cercare risposte ad interrogativi sul senso della vita e della morte, cosa può succedere?
Può nascere un viaggio avventuroso che la porta a conoscere personaggi immaginari, in situazioni surreali, che le danno dei piccoli pezzetti di altrettanto piccole verità da mettere insieme per tentare, se non di avere delle risposte, di arrivare se non altro ad una maggiore serenità.

E' quanto accade a Lea. Rimasta orfana, vive con suo nonno ma è inquieta. Non riesce a trovare attorno a se delle risposte importanti e decide di avventurarsi in un viaggio che la possa portare a soddisfare la sua curiosità. Questo viaggio è raccontato nel libro Il viaggio di Lea, di Guia Risari.

E' un viaggio di fantasia, Lea incontra personaggi molto particolari che le lasceranno qualcosa. Qualcora di importante ai fini della sua missione.

Nel suo viaggio Lea imparerà 
Che certa gente si affida totalmente alla fortuna, che per altri non ci sono radici, che il futuro è una lettura, che l'importante è l'armonia dell'insiee, che uccidere non sempre trasforma in mostri, che si può essere felici con poco, che la leggerezza cambia la vita, che certe regole sono assurde, che rubare non è l'unica soluzione. E poi, soprattutto, che la fine delle cose dà loro un senso.
Imparerà tutto questo dalle storie dei personaggi che incontrerà e che le lasceranno ognuna un segno, non solo un insegnamento. Lea osserva ciò che accade attorno a lei con occhio attento. Non è certo una bambina superficiale, lei. I dettagli sono importanti. E l'autrice trasmette tale convincimento al lettore quando propone delle descrizioni molto minuziose - soprattutto degli ambienti in cui si svolge la storia - tali da far immaginare visivamente ciò che Lea deve vedere con i suoi occhi. 

Una lettura per bambini? Bambini bambini proprio no, direi. Perchè i concetti che vengono affrontati sono per ragazzini che iniziano a seguire il senso di certi ragionamenti. Per bambini troppo piccoli sarebbe una storia di fantasia fine a se stessa. Devo ammettere di averlo letto con piacere anche io, che ragazzina non lo sono più da un po', per cui lo consiglio anche a lettori maturi. Ci sono parecchi spunti di riflessione che, letti con la maturità di un lettore adulto, possono far riflettere in modo profondo.

Aperta parentesi.

Un piccolo, unico, appunto all'autrice (non me ne voglia, sono un tantino pignola). In alcuni punti ho storto il naso per l'uso della punteggiatura... Non dico che sia scorretto ma personalmente mi è sembrato stonato. Non voglio certo fare la mestrina, ci mancherebbe.
- Ci sono persone, - continuò lui, - che attribuiscono le responsabilità delle loro azioni al temo, alla politica, alle sensazioni, a forze superiori.
Davanti a quelle virgole ho storto il naso, per fare un esempio. A mio personale parere l'inciso per sua natura impone una pausa nel discorso per cui le virgole non servono prima dei trattini. Magari, però, mi sbaglio... Oppure:
- E devo ammettere che sono, o meglio, erano tutti abbastanza felici e soddisfatti di sè. Almeno, mi dico, sono morti contenti -. Esitò. - Ma ce ne sono anche altri (.....)
Quei punti dopo il trattino e prima del trattino mi sono sembrati una stonatura.

Chiusa parentesi.

Con questa lettura, che suggerisco per il Venerdì del libro di oggi, partecipao alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.

mercoledì 7 settembre 2016

Tutto quello che siamo (F. Bosco)

Se fossi abituata ad etichettare libri catalogandoli nell'uno o nell'altro genere Tutto quello che siamo di Federica Bosco credo proprio che sarebbe uno young adult.
Tematiche importanti toccate parlando della vita di giovani (la protagonista ha 19 anni) che non sono ancora alti ma che non possono essere certo considerate adolescenti.
Situazioni attuali (Whatsapp, videochiamate, chat, smartphone) vissute da ragazzi di oggi che presentano caratteristiche molto comuni di questi tempi. 
Emozioni che non passano mai di moda.
Si tratta del primo libro in assoluto che leggo di questa autrice e ammetto che la storia parte un po' lenta. Mi è capitato di sbadigliare un paio di volte ai primi capitoli e, di solito, non è buon segno.

Invece devo ammettere che la prima impressione è stata del tutto fuorviante. Andando avanti nella lettura sono arriva a divorare letteralmente le pagine per cercare di capire che fine facessero i personaggi. Eh sì, parlo al plurale, perché anche se la protagonista è Marina, la storia ruota attorno a tanti personaggi, ognuno con le sue caratteristiche, con i suoi segreti, le sue fragilità. 
Marina è orfana di madre, vive con suo padre (un uomo sempre pronto ad autocelebrarsi, spesso violento e poco attento a chi gli sta attorno), suo fratello Filippo (un bambino cresciuto con lei, visto he era piccolissimo quando la mamma è morta) e con la sua matrigna che merita appieno il significato dispregiativo di questo termine.
Marina è la figlia sbagliata, quella che non sarà mai capace di fare niente, quella che non ha carattere. Così è cresciuta, con queste convinzioni che le sono state inculcate a livello familiare da un padre che è sempre pronto a fare confronti con i figli degli altri ed una madre arrendevole, incapace di difendere i suoi figli così come se stessa.
Tu pensi di non meritarti di essere amata per quello che sei perchè credi di essere sbagliata dentro, di conseguenza tutti quelli che si innamorano di te devono essere sbagliati anche loro. Per questo vai solo a cercare storie con chi ti rifiuta, che non fanno altro che confermare il tuo sentirti sbagliata.
La Bosco narra tante storie, non solo una.
Narra la storia di Marina che si affeziona sempre tanto alla prima persona che le dimostra affetto per poi essere puntualmente delusa.
Narra la storia di Dario, un figlio di papà sempre scontento ma incapace di venire fuori dalle sottane della mamma, anche se la consiglia despota assoluta.
Narra la storia di una famiglia che si regge su equilibri molto delicati, pronti a spezzarsi.
Narra la storia di Christo, uno studente brasiliano che fa perdere la testa a Marina fino ad indurla a mettere sotto i piedi la sua dignità.
Narra la storia di Nic. Un ragazzo misterioso che dice poco della sua vita ma che arriverà a sconvolgere - in un modo o nell'altro - quella degli altri. Forse un po' troppo principe azzurro per essere vero.
 
Sono tante storie in una, raccontate con terminologia a volte scurrile, propria dei giovani di oggi. Probabilmente efficace proprio per questo. Esclamazioni, affermazioni ripetute, slang... danno alla narrazione quel certo non so che di vero che rende le situazioni a loro volta reali.

Marina è una ragazza che soffre. Soffre da sempre. Da prima ancora della morte della madre, da quando vedeva quella donna schiaffeggiata e picchiata da suo padre, sorte che poi di tanto in tanto è spettata a lei. Soffre per non aver ancora capito quale possa essere il suo ruolo nel mondo. Soffre per un fratellino che non vuole lasciare mai e poi mai ma che, comunque, non è suo figlio. Soffre per i continui abbandoni che sembrano segnare la sua giovane vita.
E' una ragazza che, nonostante tutto, riesce a prendere la vita con ironia ma che, non posso non dirlo, mi ha dato sui nervi per la sua passività in parecchie situazioni.
Il finale? Mmmm no, non posso proprio. Ci ho visto un pizzico di magia che non so se si riuscirebbe ad avere nella vita vera.

Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori. Si tratta dell'ultimo dei libri bonus proposti per questa tappa.

domenica 4 settembre 2016

Il segreto di Ortelia (A. Vitali)

Il segreto di Ortelia è il secondo libro di Andrea Vitali che mi capita di leggere. L'altro, a dire il vero, era un audiolibro. Stavolta è un libro classico che, peraltro, si presenta davvero bene con una gradevole copertina ed un piacevole formato.
Diciamo subito che questa lettura mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 4: un libro nella cui copertina compaia un cappello.
A dire il vero di cappelli ce ne sono due, in testa a due donne, ma me ne basta uno per l'obiettivo.
Oltre che essermi utile per la gara, la copertina è in linea con la storia: siamo nel 1919 e il parroco di Bellano è intento a celebrare il matrimonio che darà inizio a tutto. 
Si tratta del matrimonio tra Amleto e Cirene. Un matrimonio studiato nei dettagli da Amleto che è spinto più dagli affari che non dall'amore per la ragazza: Amleto mira ad ereditare la macelleria di lei e riuscirà nel suo intento. 
Amleto, però, oltre alla soddisfazione dal punto di vista commerciale della sua ambizione, non troverà molto di più nel matrimonio, nonostante tutti gli sforzi messi in campo. Ed ecco che dovrà dare sfogo alle sue pulsioni carnali in qualche modo alternativo, come gli suggerisce il fidato medico di famiglia, al di fuori del letto matrimoniale. Troverà un'allegra compagnia e, allo stesso tempo, un equilibrio matrimoniale nel quale rientra anche Ortelia, figlia sua e di Cirene, concepita subito dopo il matrimonio.

Vitali racconta una saga familiare d'altri tempi, usando anche termini d'altri tempi a dire il vero. Dimostra come certe abitudini non abbiano età e come le donne, vere protagoniste di questo libro, sapessero il fatto loro anche allora.

Cirene ed Ortelia sono le due protagoniste principali. Entrambe le figure partono sottotono e ricoprono un ruolo secondario nella parte del libro per poi arrivare alla ribalta nella parte finale. A dire il vero, fino a metà libro mi sono chiesta se il titolo non fosse sbagliato visto che di Ortelia si parlava pochissimo. Poi la svolta con l'assunzione di un ruolo decisivo.

La narrazione del Vitali è scorrevole nonostante l'uso di termini sorpassati che, però, ben rendono le situazioni del momento. Le scene vengono dipinte con i giusti toni e quella copertina d'altri tempi assume un significato ben preciso solo a lettura ultimata.

La trama è piuttosto semplice, in se, ma l'autore riesce a rendere interessante anche il racconto di un pranzo di nozze con tanto di elencazione del menu. I suoi personaggi sono ben descritti, fanno divertire e il libro nel suo complesso è divertente, nell'assurdità della situazione che, però, passa come una situazione che può davvero verificarsi.
Le due donne trovano il giusto riscatto e non solo loro, a dire il vero.
Quel ruolo di secondo piano, di personaggi sbiaditi e di second'ordine viene ribaltato con abilità. 

Vitali non è mai volgare anche quando racconta situazioni che ben si presterebbero. Propone una lettura gradevole, leggera, senza troppe pretese. 
Libro letto volentieri e che mi fa aggiungere un punto al pallottoliere di questo autore che tornerò a cercare in biblioteca.

venerdì 2 settembre 2016

Matilde di Canossa e la freccia avvelenata (V. Cercenà) - Venerdì del libro

Non ho mai particolarmente amato i romanzi storici ma non so da dove arrivi questa mia convinzione. Di veri romanzi storici, infatti, non ne ho letti molti per  cui credo che siano più che altro i miei pregiudizi rispetto a letture che ritengo a priori impegnative ad avermi convinto di ciò.

Il libro della serie Si, io sono, Lapis edizioni, collana che propone le avventure di grandi personaggi quando ancora grandi non erano mi è piaciuto e lo consiglio caldamente.
Ho cercato in biblioteca Matilde di Canossa e la freccia avvelenata. Il titolo mi aveva incuriosita quando mi era capitato davanti agli occhi nel corso di una ricerca sul sistema on line delle biblioteche della mia zona. L'ho cercato ed al primo tentativo non ho avuto fortuna visto il bibliotecario a cui l'ho chiesto, pur avendolo disponibile nel registro, non lo aveva trovato.
Non avevo insistito ma sono tornata di recente alla carica ed ho avuto fortuna: mi sono trovata tra le mani un volume nuovo di zecca, probabilmente mai sfogliato, con 143 pagine destinate a giovani lettori visto che si tratta di un libro per ragazzi.
Questo non mi ha di certo fatta desistere  visto che non disdegno affatto - chi mi segue oramai lo sa bene - letture per ragazzi che possano permettermi di intervallare letture più impegnative.

Ebbene, prima di iniziare la storia - correlata anche da immagini con scene tratte dal libro - vengono brevemente presentati i personaggi e l'illustratore (Alfredo Belli) dà loro un volto. Il volto che poi, ovviamente, riprende nelle varie immagini interne ai capitoli.

L'autrice, Vanna Cercenà, racconta la storia della piccola Matilde e, seppur romanzata, parla della sua vera storia: la vita agiata, l'essere destinata a diventare una donna di potere, la tragica morte del padre, il nuovo matrimonio della madre, la prigionia per arrivare ad uno sguardo fiducioso verso il futuro.

La storia è narrata con riferimenti a vicende storiche bene precise senza però che la narrazione diventi pesante. Assolutamente. Devo dire che la fine è arrivata in fretta ed avrei letto volentieri anche altre 200 pagine se l'autrice avesse voluto continuare a raccontarmi la sua storia... non dico fino alla sua morte, ma per qualche altro anno! Poi, però, mi sono ricordata della dicitura che appare in copertina: le avventure dei grandi personaggi quando ancora grandi non erano. Ecco fatto: la storia per forza doveva restare ancorata ad una Matilde bambina.

Credo che sia una lettura da suggerire a giovani lettori (e non solo) che possano appassionarsi a personaggi importanti realmente esistiti. Io ammetto di essere andata a fare qualche ricerca in rete per meglio conoscere questa ragazzina prima, donna potente poi! Eh si... ho concluso la lettura con una forte curiosità rispetto a questo personaggio ed ho imparato qualche cosa di nuovo.

Positivo, no? Sono anche andata a cercare informazioni sul resto della collana e vengono proposte le storie di un sacco di personaggi interessanti in questa collana come Dante, Freud, Michelangelo, Agatha Christie, Goldoni, Boccaccio e tanti altri.

Ho notato un solo errore (secondo me lo è) nella frase:
Due lacrime le rotolano sulle guancie arrossate dall'aria fresca...
Da quel che so io di grammatica il plurale di guancia non è guancie ma guance... Mi sbaglio io?
E poi ho anche notato l'uso di un verbo un po' difficile, soprattutto se penso che è un libro per ragazzi: l'uso, in un passaggio, del verbo aborrire
 ...lisci capelli color carota che lei aborre.
Io non avrei mai usato questo verbo, pur essendo giustissimo e corretto. Magari avrei scritto che lei odia o che non sopporta. Più semplice ed allo stesso modo efficace, ma questa è una mia opinione del tutto personale e non intendo di certo contraddire l'autrice. Solo che mi sembra un tantino difficile per un giovane lettore essendo un verbo che si usa poco.
A parte questi particolari che nulla tolgono nel complesso al libro (lungi da me il pensiero di voler fare la maestrina... è solo che a certe cose ci faccio caso e poi mi viene spontaneo segnalarle) consiglio questa lettura ai lettori più giovani a partire da mia figlia, che è qui accanto a me, e che ha già scelto questo libro come sua prossima lettura. E cercherò anche gli altri della collana, senza ombra di dubbio.

Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 5: un libro con un nome proprio femminile nel titolo.
Ps. ottima idea regalo. Il libro si presenta bene sia esteticamente che nei contenuti. E non costa nemmeno molto: 8.50 euro. Segnalarlo per questo Venerdì del libro mi sembra in minimo!

giovedì 1 settembre 2016

L'unico figlio (A. Holt)

E' il terzo libro della serie di Hanne Wilhelmsen (dell'autrice norvegese Anne Holt) che leggo e devo dire che mi è piaciuto parecchio.
Questa autrice è convincente, sempre di più e continuerò a leggere altro di suo. Mi piace il suo modo di scrivere, mi piace la fluidità dei racconti, di questo in particolare, così come mi piace Hanne. è stata promossa ad ispettore capo, non è più un semplice detective, ma la sua indole non viene meno anche se dovrebbe limitarsi a dare ordini.

Hanne stavolta non ha accanto Håkon Sand, il  politiadjutant che le è stato accanto in precedenza

Si tratta di una figura che esiste nell’ambito della polizia norvegese e: un giurista, superiore di grado ai normali funzionari in forza alla polizia, ma che stavolta non compare nel romanzo se non fosse per un breve passaggio nel quale Hanne mette al corrente il lettore del fatto che Sand ha preso un congedo per un anno per via della nascita di sua figlia. Hanne, stavolta, ha accanto un detective grande e grosso, Billy T., che la aiuta in un'indagine che sembra non portare da nessuna parte: è stata uccisa la direttrice di una casa famiglia e non si riesce a risalire al colpevole. Contestualmente, un ragazzino di 12 anni scappa da quella casa famiglia e scattano le ricerche. Ci sono legami tra le due vicende? Olav, questo è il nome del ragazzino, a qualche cosa a che fare con quel coltello conficcato fino al cuore della direttrice, con una violenza tale da ucciderla?

L'autrice mi ha lasciata incollata alle pagine: architetta una trama che cattura l'attenzione del lettore e lo rende quasi dipendente da quelle righe. L'ho letto tutto d'un fiato e in alcuni momenti ho sentito il bisogno fisico di prendere il libro tra le mani per capire come evolvesse la situazione.

Vengono narrate storie personali di personaggi che si mostrano in tutta la loro fragilità. 
Olav, in particolare, è un ragazzino difficile, con una difficile situazione familiare ed una vita segnata dall'intervento dei servizi sociali che l'hanno confinato in una struttura che non gli piace.
La sua fuga apre una parentesi importante nella storia: mentre lui scappa e fa perdere le sue tracce, le indagini vanno in una direzione ben precisa che, però, a lungo sembra portare ad un vicolo cieco fino a che entrambi - sia Hanne che Billy - sono convinti di aver individuato il colpevole. 
Ma sono due colpevoli diversi quelli a cui sono arrivati. 
Chi avrà ragione? 
Avrà ragione uno dei due, oppure no?

Si assiste a delle continue sorprese, gli investigatori dimostrano di aver intuito qualche cosa che al lettore sfugge ma ben presto si troveranno a scoprire le carte per arrivare al colpevole.

Il finale lascia senza fiato. Un finale inaspettato per come si sono evolute alcune situazioni. Un finale tragico, triste al di là del fatto che sia morta una persona (già di per se piuttosto triste e tragico di suo). Quando ho letto l'ultima parola ammetto di aver  chiuso il libro e di essere rimasta per qualche minuto a pensare. Cosa che fino ad ora non mi era mai capitata.

Il personaggio di Hanne cresce non sono in quanto arriva ad un incarico superiore ma cresce nella mente del lettore che, soprattutto se ha letto (come ho fatto io) i due libri precedenti della stessa serie, ora ha qualche elemento in più per delineare la personalità della donna, i suoi lati deboli e i suoi punti di forza.
Pur avendo come protagonista un personaggio che appare in tutta una serie di libri, L'unico figlio può essere letto anche senza aver letto gli altri due. I legami sono minimi, in particolare per quanto riguarda la figura di Sand e per vicende personali che riguardano Hanna. Per il resto, non è indispensabile aver letto prima gli altri sui pur essendo, però, consigliabile.

Letteralmente divorato, lo consiglio a chi ama il genere. Non vengono proposte descrizioni forti, truculente ma l'autrice riesce a trasmettere benissimo emozioni forti anche senza esagerare con dettagli macabri. Ancora una volta, caratteristica apprezzata.

Con questo libro partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.