Ho letto tutto di De Giovanni. Premessa dovuta.
Detto ciò, con il libro "L'orologiaio di Brest" il mio autore preferito cambia rotta sul fronte stilistico ed è evidente già dalle primissime righe.
Dimentichiamo Ricciardi o i Bastardi di Pizzofalcone, ma anche Sara, giusto per arrivare alle storie più recenti. Stavolta mi sono trovata per le mani un noir che si allontana dalle atmosfere napoletane classiche ed arriva in territori internazionali e più oscuri, scavando sui misteri d’Italia (la Notte della Repubblica). La figura chiave di tutto il racconto è un uomo abile ad aggiustare gli ingranaggi esperto non solo di meccanismi legati agli orologi ma, soprattutto, un esperto di armi ed esplosivi. Tutto ruota attorno a lui anche se la sua presenza, per la maggior parte del libro, sembra aleggiare leggera sopra le nuvole, pur con tutta la zavorra che la sua storia gli ha appiccicato addosso. È un ex militante e custode di segreti inconfessabili e qualcuno si mette sulle sue tracce.
Dello stile di De Giovanni ho ritrovato l’abilità nel legare vite e raccontarle in modo apparentemente indipendente l’una dall’altra ma con fili che, piano piano, si legano e si stringono sempre di più. Tanti i personaggi che entrano in gioco, diversi i piani temporali su cui si struttura la storia. Inizialmente ho fatto un po’ di fatica a capire quali fossero gli incastri giusti ma con De Giovanni sono abituata ad avere pazienza perché so che ne vale la pena e non tutto viene svelato subito. Soprattutto sul fronte di tali legami.
Ho incontrato una donna molto testarda e pronta a tutto pur di avere risposte. E il fatto che fosse una giornalista me l’ha resa subito simpatica. Sarà per deformazione professionale ma a me donne così piacciono proprio: determinata, impavida, ferma nei suoi propositi, intelligente, attenta.
E da giornalista quale sono anche io posso dire che De Giovanni è stato molto preciso nel descrivere il metodo: la testardaggine, la ricerca della fonte, quel "fiuto" che non ti fa mollare la pista.
Questa volta De Giovanni è meno evocativo, meno romantico ma più concentrato su una narrazione complessa, precisa, come un orologio svizzero mi verrebbe da dire. Stavolta il ritmo è più serrato e c’è meno spazio per l’inclinazione romantica e lirica cui ci ha abituati in passato. Scrive "per sottrazione", togliendo l'aggettivazione lirica a favore di un ritmo più sincopato, tipico del noir d'azione o del reportage di approfondimento. Sono rimasta attaccata alle pagine. Ma stavolta è stato diverso. In precedenza sono state, spesso, le storie personali a legarmi al ritmo narrativo. Stavolta, invece, è stato proprio l’intreccio della trama a tenermi lì per capire come andasse a finire. E sta proprio qui il punto debole, secondo me: il finale aperto. Non che non sia abituata ai racconti seriali di De Giovanni ma in passato le storie, in un modo o nell’altro, si aprivano e si chiudevano mentre a restare sospese erano le vite dei personaggi. Le situazioni narrate, invece, arrivavano a compimento. O, per lo meno, il finale non lasciava amarezza per dover necessariamente cercare (e aspettare) il volume successivo. Stavolta la storia non si chiude per niente. Il finale è sospeso e bisognerà attendere necessariamente il seguito.
L'orologiaio di Brest non è solo un giallo, ma un'indagine spietata sugli ingranaggi del potere e del rimorso. De Giovanni dimostra di saper evolvere, abbandonando la rassicurante Napoli per un racconto che sa di ferro e polvere da sparo, lasciando il lettore con l'urgenza di scoprire il prossimo capitolo di questa nuova avventura narrativa. Per qualche lettore questo è uno stimolo ad attendere con ansia il seguito. Per altri, magari meno affezionati all’autore, è una nota di demerito. Io, che ho sempre letto tutto di suo, non ho nessun problema ad aspettare il prosieguo anche se, lo ammetto, un po’ male ci sono rimasta.
Ma a Maurizio concedo tutto!

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