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giovedì 4 maggio 2023

Carlo Vecce - Il sorriso di Caterina. La madre di Leonardo - Incontri con l'autore

 

Tornare ad incontrare gli autori di persona è un piacere doppio. 

Lo è perchè è sempre bello incontrare coloro che poi sono gli artefici di ciò che un lettore si trova ad avere tra le mani, ad apprezzare, a vivere... ma lo è ancora di più per via del proliferare dei tanti, tantissimi incontri on line che hanno preso piede per causa di forza maggiore nel periodo del Covid ma che ancora oggi persistono e che a me, personalmente (non me ne voglia nessuno) hanno un po' stancato. Mi hanno impigrita, nel tempo per cui ora che lo stato di necessità è solo un lontano e brutto ricordo, basta! Torno volentieri ad incontrare gli autori di persona.

Una delle ultime occasioni mi è stata fornita dalla festa dell'IIS Leonardo Da Vinci di Civitanova Marche, frequentata dai miei figli, che in una giornata di approfondimento attorno alla figura di Leonardo ha invitato il prof. Vecce, professore ordinario di Letteratura italiana all'Università di Napoli "L'Orientale e che ha insegnato anche all'Università di Pavia, all'Università D'Annunzio di Chieti-Pescara e all'Università di Macerata. 

Il suo libro Il sorriso di Caterina mi incuriosiva parecchio - bellissima anche la copertina, secondo me - ed è stato un piacere ascoltarlo, introdotto dalla Prof.ssa Eleonora Ciccalè. 

Ho così scoperto che Leonardo è un personaggio molto marginale - com'è giusto che sia visto che la storia non è la sua - così come ho scoperto che il territorio di riferimento è poco distante da quello oggi martoriato dalla guerra in Ucraina. Un mondo affascinante, quello che racconta Vecce, ma duro, un luogo incontro di popoli e di civiltà.

E lei, Caterina, viene fatta schiava: la storia racconta cosa vedono i suoi occhi in quel viaggio che è costretta ad affrontare nella sua esistenza prima di diventare la madre di Leonardo.

Per raccontare ciò l'autore si è avvalso anche di carte geografiche che accompagnano il lettore, dall'interno del libro, nel suo peregrinare assieme alla protagonista. E la carta geografica, ecco una piccola magia, diventa una protagonista del libro!

Tredici i capitoli in cui è strutturato il romanzo con 13 protagonisti che raccontano in prima persona: 11 uomini e 2 donne. Un avvio in terza persona per poi trasformare il tutto in un racconto più intimo, personale usando la prima persona.

Molto affascinante il racconto dell'autore che parla di Caterina come una giovane che, per via della sua condizione, perde la capacità espressiva: viene trapiantata in una terra che non è la sua, in una diversa cultura e acquisisce un nuovo modo per esprimersi con il disegno.

Molto interessante scoprire, anche, che l'autore ha scritto il libro in modo seriale, capitolo dopo capitolo, chiudendo la storia di ognuno dei personaggi che raccontano per dare vita ad un romanzo corale.

Un romanzo polifonico, dunque, attorno ad una figura che ammetto di conoscere poco e che approfondirò volentieri. 

A quel punto, oltre che raccontare il piacere di un incontro, potrò anche dire la mia su quanto narrato. Spero al più presto.

Archivio questo incontro con segno positivo e mi auguro che ci siano sempre più scuole che educano i loro alunni alla lettura appassionandoli anche grazie agli incontri con gli autori che sono sempre motivo di arricchimento.

lunedì 15 aprile 2019

Giulia Ciarapica - Una volta è abbastanza - Incontri con l'autore

Incontrare Giulia Ciarapica vuol dire lasciarsi contagiare da un entusiasmo e da una grinta senza fine.
Incontrare Giulia Ciarapica alla presentazione del suo libro Una volta è abbastanza vuol dire diventare parte della storia, di una storia fatta di amori, di sofferenza, di passioni, di scelte a volte difficili.
Giulia Ciarapica racconta una saga familiare: è la storia di gente della sua Casette d'Ete, luogo in cui Giulia vive, un borgo sconosciuto al mondo che, dopo la seconda guerra mondiale, tenta di rialzare la testa con l'orgoglio proprio del popolo marchigiano.
Racconta una terra, racconta radici profonde, racconta luoghi del cuore.

Racconti la storia di una famiglia della tua terra... ma è una storia vera? E' la storia dei tuoi antenati?
Parte della storia della mia famiglia - Valentino è mio nonno - è una storia vera ma molti elementi sono rivisitati, inventati. Nonno Valentino e nonna Giuliana... sono i miei veri nonni.

Ed hai fatto una scelta coraggiosa, l'uso del dialetto... I dialoghi sono molto verosimili grazie all'uso del dialetto del posto.
Il dialetto dà un senso di realtà al racconto. Il dialetto rende meglio le situazioni. Non mi sono spinta troppo in là, ho fatto in modo che fosse tutto molto comprensibile (la narrazione non è in dialetto, lo sono i dialoghi) ed ho avuto la prova di averci visto giusto visto che tra coloro che hanno avuto modo di leggere il mio libro e che non conoscevano il nostro dialetto, non c'è stato un lettore che mi abbia detto di non aver capito. Onestamente ci sono delle situazioni che non sarebbe nemmeno stato possibile rendere in italiano. Come, ad esempio, quando si litiga: la gente della mia terra litiga in dialetto, non sarebbero personaggi credibili se litigassero in italiano perfetto.

Il tuo personaggio del cuore?
Bhè, è Valentino. E' il mio personaggio del cuore, l'uomo della mia vita, la persona a cui ero più affezionata ed anche il mio modello di uomo.
Diverso è il discorso se mi chiedi qual è il mio personaggio preferito. E' Annetta: lei e Valentino sono due personaggi molto forti e in lei ho visto molto di me anche se me ne sono resa conto solo alla fine di tutto, quando ho concluso la scrittura del libro.

Che personaggio è, Annetta?
E' una tipa tosta. Anche lei è un personaggio realmente esistito. E' una donna indipendente che è alla perenne ricerca della sua indipendenza. Lo fa anche in modo eclatante, a volte. E poi lei ha una caratteristica particolare: c'è anche quando non c'è. Non dico altro, però, altrimenti non c'è gusto.


Che effetto ti ha fatto scrivere una storia come quella che proponi? 
Mi sono ritrovata a scrivere di un passato che non ho mai vissuto ma di cui sentivo di avere nostalgia. Mi sono trovata a vivere quella storia mentre la scrivevo... ed è stata un'emozione.

Qual è stata la scena più dolorosa?
Senza dubbio quella con cui il libro si apre. Ho portato un reale episodio che arriva dal mio passato più recente ed ammetto di non essere riuscita a rileggere quella scena iniziale con facilità. Ce l'ho fatta solo nel momento in cui l'editor mi ha detto che era giunta l'ora di rileggere tutto nella sua interezza.

Una volta è abbastanza nasce come primo libro di una trilogia. Cosa dobbiamo aspettarci dal secondo volume?
Non posso anticipare niente ma una cosa posso dirla: ad Annetta succede una cosa che ci farà dire "...ma no, questo proprio non me lo aspettavo".

Mi fermo qui. Sto leggendo Una volta è abbastanza proprio in questi giorni e non vedo l'ora di recensirlo e di parlare delle mie, di emozioni, scaturite dalla conoscenza di personaggi che potrebbero tranquillamente essere anche i miei, di familiari... chi non ha avuto un nonno calzolaio e una vita legata alla sorte della produzione delle calzature? E' la storia della terra di Giulia, è vero, ma anche della mia, di terra, visto che anche io abito nello stesso comune marchigiano. 

domenica 10 marzo 2019

Maurizio De Giovanni - Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone - Incontri con l'autore

Ci sono incontri che vorresti non finissero mai. 
Quello con Maurizio De Giovanni rientra in questa  categoria. 
Sorridente, disponibile, pronto a guidare i presenti in un viaggio tra le pieghe dei suoi libri e non solo. De Giovanni ha ammaliato tutti coloro che lo hanno incontrato al Teatro Comunale di Porto San Giorgio parlando di Lojacono e non solo. Perchè, è vero, l'occasione era la presentazione di Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone, ma De Giovanni non è solo questo.  

Cos'è un libro per Maurizio De Giovanni?
Un libro è un viaggio. Ti deve portare via in breve tempo. Se così non è lo molli senza problemi. E' un'esperienza immersiva, non può distrarti sia nel leggerlo che nello scriverlo. 

Da dove arriva Vuoto?
Uno dei vantaggi di quando inizi a vendere più di 10/12 copie dei tuoi libri è il poter scegliere la copertina e il titolo. Vuoto nasce dal rimpianto e da alcune considerazioni: quanto conta il vuoto rispetto al pieno? Quanto conta ciò che è normale rispetto a ciò che non lo è? Il vuoto è il peso di un'assenza come nel caso della storia della professoressa che, nel libro, scompare. Nel momento in cui scompare quella donna diventa rilevante. E poi, a ben guardare, il vuoto non è realmente vuoto. E' pieno di pezzi rotti. 

Che rapporto hai con le storie che racconti?
Prendi i personaggi, stabilisci l'ambientazione, il motivo scatenante da cui ha avvio la storia e scrivi: spesso, però,  mentre prosegui nella scrittura, capitano cose che non ti aspettavi all'inizio. Questo è quello che capita spesso a me. Prendiamo, per esempio, i personaggi femminili. Io le donne non le ho mai capite: le racconto e le lascio andare... la loro storia si dipana così ed è per questo che funziona.

Donne. Ce ne sono diverse e molto emblematiche nei tuoi libri...
In Vuoto arriva Elsa. E' un personaggio che ha un segno diverso da Pisanelli (per chi non ha letto il libro, arriva a sostituirlo perchè lui è in ospedale). Volevo un personaggio che fosse il contrario di Pisanelli e l'ho trovato. Questa donna ha una storia da raccontare e lo farà nei prossimi romanzi. 
Poi c'è Ottavia: è un personaggio di rottura. La verità è che odia suo figlio. Avere un figlio autistico è una condanna per una donna. Ottavia incontra un uomo di cui si innamora ma una cosa è pensare di lasciare un marito che non si ama più, una cosa è solo immaginare di lasciare un figlio con tali difficoltà. Provo molta tenerezza per lei. Ha una lacerazione interiore profonda. 

Una figura che emerge in modo particolare, in questo tuo ultimo libro della serie, è Marco Aragona.
Aragona è un ragazzo che è perennemente contro tutti. Però è un figlio che non ha un padre pur avendolo.... e si avvicina sempre più a Pisanelli che è un padre con un figlio lontano. Sono due personaggi molto diversi ma che si avvicinano molto in questa storia. 
Mi intriga molto il pensiero di far perdere ad Aragona il posto in albergo, quello che gli paga il padre, e fargli chiedere ospitalità a casa di Pisanelli. Chissà che non possa capitare prima o poi...

Parliamo della trasposizione televisiva. Come hai vissuto questa cosa?
Onestamente ci tengo molto a che i libri e i film camminino su due filoni narrativi diversi. Ho voluto - e su questo ho pesato parecchio - dare una linea narrativa precisa alla serie Tv. Ci sono situazioni che sui libri mancano e non è un caso quanto, piuttosto, una precisa scelta.

Poi c'è Sara...
Sì, Sara è la protagonista di una nuova serie che tra poco vedrà venire alla luce la seconda puntata. Dopo Sara al tramonto, la mia Sara avrà un'altra avventura. Io Sara l'ho incontrata davvero. L'ho incontrata fisicamente ed è la prova di come, spesso, sono le storie che vengono da te e non il contrario. Stavo rientrando a casa all'una e mezza di notte, un sabato notte, ed ho visto al lato della strada un'auto parcheggiata con una donna al volante. Capelli bianchi ma una bella donna, non anziana... era Sara. La domenica mattina ho dovuto subito chiamare il mio editore perchè avevo in mente la sua storia, una storia che nella mia mente avevo scritto durante la notte.

Chi è questa donna?
Sara non è una poliziotta. E' una giustiziera.
E' un'esperta di linguaggio non verbale, è un'osservatrice, legge il labiale. E' un personaggio strano e particolare. Ho scritto la sua storia senza essere molto convinto che andasse bene: mi sono affacciato per vedere cosa succedeva ed ho visto che è venuto fuori un romanzo di grande potenza. 

E che ci dici di Ricciardi?
Il prossimo libro sarà l'ultimo della serie. Quando un autore scrive la storia di un romanzo non sa quanto durerà. Nella maggior parte dei romanzi i personaggi non cambiano. Ma se si fa una scelta diversa, ed i personaggi li si fa cambiare con il tempo, con le esperienze... bhè, allora ad un certo punto la storia deve finire. Ricciardi è un personaggio molto amato e mi piace l'idea di concludere la sua storia nel momento in cui i lettori lo amano. 
Per il momento ho in mente di chiudere la serie. 
Forse proporrò una raccolta di racconti su Bambinella, questo sì, posso dirlo. 

Nelle tue storie compare una Napoli, la tua città, nei confronti della quale, però, sei impietoso...  
Ho gli occhi per vedere e devo fatalmente raccontare quello che vedo. 
Racconto, per amore, i drammi della mia città.

mercoledì 27 febbraio 2019

Antonio Manzini - Rien ne va plus - Incontri con l'autore

Incontrare Antonio Manzini è come imbattersi in un fiume in piena: non sai mai dove l'acqua possa insinuarsi durante il suo cammino.
Ed è un bell'incontro.
Ne sono testimone.

Ho avuto occasione di partecipare alla presentazione del suo ultimo libro Rien ne va plus che ha per protagonista Rocco Schiavone ed è stata davvero una bella serata.

L'occasione è stata propizia per ripercorrere le tappe che hanno portato Schiavone a diventare un personaggio prima letterario poi televisivo ma anche per conoscere meglio l'autore dal lato personale.

Come nasce Rocco Schiavone?
Le sue avventure non sono nate come una serie. In origine ho iniziato a scrivere per il teatro. Sangue marcio, invece, divenne un libro. Stesso discorso per La giostra dei Criceti.
Feci leggere il primo racconto con Rocco Schiavone ad un'amica che mi chiese se poteva farlo avere a Sellerio. Dopo sei mesi divenne un libro, venne pubblicato e tutto ebbe inizio. Quando mi chiesero il secondo libro fu necessario ponderare maggiormente il personaggio.

Rocco è nato povero, con una formazione ed un'etica stradaiola. Sa che legge e giustizia spesso percorrono due binari diversi e che raramente si incontrano. Ha degli amici che hanno fatto un percorso diverso dal suo: quando giocavano a guardie e ladri c'era chi faceva il ladro e lui faceva la guardia. Ebbene... i ruoli non sono cambiati molto, nel tempo.

E' sempre stato così, Rocco, fin da quando era solo nei tuoi pensieri?
A dire il vero, no. Feci leggere la primissima stesura a mia moglie e lei mi chiese di cambiarlo, di modificare alcune cose e l'ho fatto diventare quello che è.

Da Roma ad Aosta. Come mai Rocco fa questo percorso?
Aosta è un luogo di punizione per lui. Ce l'ho mandato perchè mi serviva un luogo in cui fosse un personaggio scomodo, un luogo funzionale a questo. E' una città che conosco bene e Rocco vi finisce anche per questo, volevo mandarlo in un luogo che mi fosse familiare. E poi c'è una somiglianza tra Aosta e Rocco. Aosta non appare come posto accogliente a chi vi arriva. E' un luogo che invita ad allontanarsi, proprio come fa Rocco con gli altri. Sembra poco accogliente proprio come Rocco sembra respingerti ma entrambi custodiscono dei gioielli che vanno cercati e trovati.
Rocco non lo sa, ma con quella città in cui è stato mandato in punizione si somiglia molto.

Come sono strutturate le storie che lo hanno come protagonista?
Sono tutti capitoli di un unico, grande romanzo. Non mi è mai piaciuto avere dei personaggi fissi nel tempo per cui per i miei personaggi il tempo passa e ciò ha conseguenze anche nei loro confronti, come per tutti. Il tempo è un elemento fondamentale nella narrazione. 

Negli ultimi due libri Rocco ha a che fare con la ludopatia. Una scelta forte...
Bhè, la ludopatia è una forma di dipendenza molto grave e, purtroppo, molto attuale. Anche la ludopatia è una dipendenza autodistruttiva come lo può essere la tossicodipendenza, il fumo ed è un fenomeno grave, serio che va affrontato come tale. Sono in crescita le famiglie che si rovinano per il gioco, per i grattini. Credo che il problema vada affrontato seriamente, a livelli più alti. Non si può lasciare che il problema si risolva dal basso: è una guerra tra i poveri.

Nel tempo la vita di Rocco si è popolata di tanti personaggi, pur essendo un tipo solitario.
Bhè sì. Forse ho anche un po' esagerato nel mettergli tanti personaggi attorno. Tra l'altro sono tutti personaggi che hanno molto da raccontare e prima o poi dovrò raccontare la vita di ognuno di loro. Deruta, ad esempio... non vedo l'ora di raccontare la sua storia. Dal teatro ho imparato che qualsiasi personaggio che interviene in un libro ha una sua storia. Io la storia di tutti i personaggi la conosco, ce l'ho in mente con chiarezza. La più complessa è Caterina: capiremo meglio i suoi comportamenti quando sarà raccontata la sua storia. 
Ora che ci penso credo proprio di aver messo troppi personaggi. Qualcuno prima o poi dovrà morire.

Lunga vita a Rocco Schiavone?
Bhè, la vita di Rocco finirà nel momento in cui mi annoierò nello scrivere le sue avventure. Quando non ce la farò più a scrivere di lui, Rocco morirà.
Per il momento vorrei scrivere altro. Schiavone sta un po' in garage per ora. Sono due anni che scrivo le sue storie e mi sono un po' stancato. Mi piacerebbe scrivere altro prima di tornare a lui. 

Hai accennato all'esperienza fatta a teatro...
Sì, per 25 anni ho fatto teatro. Poi il teatro stava morendo, mi chiamò la televisione ed andai fino a che non ho deciso di smettere. Ora scrivo.
Dal teatro ho imparato che sia mettere in scena un personaggio che scrivere di un personaggio vuol dire mettere in atto una metamorfosi. Devi essere capace di pensare come lui entrando in un mondo che non ti appartiene. Invece di giudicare sei lì a capire. Non mi paice giudicare, mi piace capire.

Un episodio che ti è rimasto impresso delle presentazioni che hai fatto in giro per l'Italia, o anche fuori?
Ricordo un lettore che si arrabbiò molto con me perchè non condivideva la tipologia di tutore della legge che proponevo con Schiavone. Ho compreso il suo disappunto ma io non volevo raccontare un'etica storta quanto, piuttosto, di un personaggio provato. Quel signore mi fece notare in modo molto colorito il suo disappunto per alcuno comportamenti e metodi di Rocco.

Che ci dici della trasposizione televisiva? Hai mai pensato di interpretare tu Schiavone?
I personaggi non sono proprio come io li descrivo nei libri. Basta pensare a Lupa, tanto per fare un esempio, che nella fiction diventa un barboncino quando, nella mia storia, si accoppia con un lupo. E' una razza decisamente diversa... vedremo un po' come faranno quando arriveremo all'episodio in cui si accoppia! 
Io Schiavone? No... Io ho già dato e non ce la posso fare. Poi c'è Marco Giallini che è bravissimo e bellissimo in quella veste. Va più che bene così.

Antonio Manzini ci ha raccontato molto altro, come la sua esperienza all'Accademia di Arte Drammatica quando c'era Camilleri alla regia, e quando fu proprio lui il primo ad avere l'onore di leggere la stesura de La forma dell'acqua

Un bell'incontro per un autore interessante ed una serie altrettanto interessante. Da leggere. Da amare.

mercoledì 5 settembre 2018

Barbara Fiorio - Vittoria - Incontri con l'autore

Ci ho messo un po' prima di raccontare il mio incontro con Barbara Fiorio ma non perchè sia stato noioso... tutt'altro! Dovevo solo trovare il momento giusto. Ed è arrivato.

L'occasione mi è stata fornita da uno degli incontri al calendario di #Leggerestate, rassegna estiva che viene proposta a Porto Sant’Elpidio (Fm) nel corso della quale è stata proposta un'interessante serie di incontri con autori. 

Nel ruolo dell'intervistatrice, come di consueto, Giovanna Taffetani (Libreria Il Gatto con gli stivali).
E poi lei. 
Simpatica, dalle mille risorse, un fiume in piena. Una donna ironica, Barbara, diretta, senza filtri.
Con lei, Vittoria.

Vittoria.  
Una donna.
Una storia. 

Da dove arriva il titolo?
Il titolo è mio e sono molto felice di questo. Questo libro si è intitolato così fin dall'inizio.

Il gatto in copertina?
I gatti sono presenti anche nella mia vita e, a dirla tutta, ho prestato a Vittoria il mio, di gatto, Brodo. Pur amando i gatti non di razza, in copertina c'è un siamese che, da quel che mi dicono, pare abbia attirato parecchio. Ho messo Vittoria in situazioni piuttosto difficili ed ho pensato di prestarle, almeno, un mio amico. 

Dove si svolge la storia?
Siamo a Genova ma la città non è molto presente visto che la storia di Vittoria viene vissuta per lo più tra quattro mura con pochi momenti in esterna. Conosciamo Vittoria in un momento delicato della sua vita ed ha bisogno di un ambiente protetto, intimo.
Genova c'è, la si sente, anche nel cibo ad esempio, ma resta discretamente fuori dalla porta.

Parlaci della protagonista...
Vittoria è un'artista che, però, non riesce più a creare. La sua arte si esprime con le foto: tutti noi abbiamo un lato creativo ed ognuno lo declina come preferisce. Nel caso di Vittoria corrisponde al suo mestiere ma anche alla sua identità. Si trova a vivere una profonda crisi creativa e quando il suo uomo la lascia la situazione precipita. Si ritrova senza lavoro e senza una fonte di sostentamento, si ritrova povera pur avendo una casa, un cellulare, una macchina. Si può essere poveri anche quando, pur possedendo dei beni, non ci si può più permettere l'abituale tenore di vita.
Per fortuna ci sono gli amici. 
Vittora può contare su degli amici che le ricordano il suo valore ma lei non lo coglie immediatamente. Nel momento in cui realizza ciò, torna ad essere la Vittoria di sempre.
E' intollerante ai lieviti ed ascolta Rock duro!

Una curiosità. Vittoria ha la mania delle liste. Ce l'hai anche tu?
E' anche una mia mania, lo confesso. Faccio le liste per fare la valigia prima di un viaggio, per le cose da fare, per la spesa e se, per caso, metto nel carrello qualche cosa che nella lista non c'è bhe... aggiungo alla lista e cancello! La verità è che sono peggio di Vittoria su questo fronte!

Cosa ci insegna la storia di Vittoria, che è meglio avere tanti amici veri piuttosto che un amore fasullo?
Bhè, secondo me l'amicizia è cibo per l'anima e Vittoria ne ha la prova materiale. 
Gli amici la nutrono, la accudiscono, fanno in modo che resti in vita. Ecco, questa è l'amicizia: cibo per il corpo ma, soprattutto, per l'anima.

E la storia d'amore fallita? Che ci dici in proposito?
A 46 anni, con tre anni di convivenza alle spalle, un amore che fallisce è come aver digitato il terzo tentativo di PIN! Federico, il suo uomo, se n'è già andato di casa ma il lettore vive la loro storia percorrendo i ricordi di Vittoria. 

Oltre al gatto, hai fatto un altro dono importante a Vittoria...
Sì, le ho donato Alice, la mia migliore amica. E' un'amica che a volte liquida i problemi con leggerezza e questo spezzo irrita Vittoria. Alice, però, è quella che sa esserci sempre e che affronta la vita con la leggerezza buona che non va scambiata per superficialità.  

Nel tuo romanzo compaiono anche i social. Che rapporto ha Vittoria con loro?
Lei non ha un buon rapporto con i social che, però, le portano molte cose positive. Su Facebook ha visto evaporare il suo rapporto! Va detto, comunque, che nei social come in tutto il resto c'è del buono così come del cattivo. Facebook è uno spazio sociale che crea dipendenza: non è mia intenzione demonizzare i social ma è vero che è arrivato il momento di affrontare questo problema: ho visto persone che conosco essere diverse sui social rispetto a ciò che sono. 

Il libro è sul mio comodino. Inizierò la lettura a breve. Per ora ho solo il giudizio - lapidario - di mia madre che lo ha letto prima di me: "Parte lento ma poi accelera e mi è piaciuto". Vedremo.

lunedì 18 giugno 2018

Paolo Giordano - Divorare il cielo - Incontri con l'autore


Ho incontrato Paolo Giordano in occasione della presentazione del suo nuovo libro Divorare il cielo e devo dire che è stata una serata molto piacevole. L’occasione è stata fornita dall’anteprima di #Leggerestate, rassegna estiva che viene proposta a Porto Sant’Elpidio (Fm) e nel corso della quale sarà proposta – da qui ad agosto - una interessante serie di incontri con autori.
Intervistato come di consueto da Giovanna Taffetani (Libreria Il Gatto con gli stivali), Giordano – per capirci, l’autore de La solitudine dei numeri primi - ci ha fatto conoscere nuovi personaggi in una nuova, intensa storia.
La storia si svolge quasi del tutto in Puglia, l'ambientazione è quella di una masseria...
"Teresa, che è uno dei protagonisti ed è la voce narrante, non è pugliese ma si affeziona molto a quella terra.
Cercavo un luogo, un nome che diventasse riconoscibile, che restasse familiare al lettore. La masseria è un luogo contadino e mi è sembrato il termine ed il luogo adatto. Ed è un luogo che cambia in parallelo con i personaggi: prima è una comune religiosa, poi un luogo di peccato, un luogo di agricoltura etica... In questo caso il luogo non è solo un'ambientazione ma è un vero e proprio protagonista".

Da dove arriva il titolo? E' tuo?
"E' opera mia ma anche no nel senso che il titolo è rubato ad un libro che c'è dentro il libro".

Cosa puoi dirci dei personaggi?
"Protagonisti sono tre fratelli-non fratelli. Vivono in questa masseria che è una specie di casa-famiglia con un padre, Cesare, che li prende in custodia (ha un solo figlio suo) e che è religioso a modo suo. Pregano al mattino e alla sera, fa loro lezione perchè non vuole che vengano contaminati dal mondo esterno: quello del padre è un personaggio bizzarro, con una visione tutta sua della vita, ma con una grande anima. Ha un'idea ben precisa in mente: se faccio il bene, se faccio conoscere ai miei figli solo il bene, loro cresceranno con una concreta idea di rettitudine e si comporteranno di conseguenza.
I tre figli, che non sono fratelli di sangue, sono molto uniti tra loro da piccoli ma gli insegnamenti che ricevono dal padre poi, negli anni, si declineranno in modo diverso per ognuno di loro fino a metterli in conflitto, l'uno contro l'altro.
Bern è il figlio che assorbe più profondamente gli insegnamenti di Cesare. Non è suo figlio di sangue ma gli somiglia molto e questo crea anche delle gelosie. Bern ad un certo punto è attirato da un bisogno di sfida e smette di credere e nel libro si racconta il vuoto che gli resta dentro.
Questi ragazzi ad un certo punto cercheranno la vita fuori dalla masseria e combineranno qualcosa che diventerà, per loro, un patto di segretezza..".

Questo senso di religiosità a volte eccessivo non è un po' prevaricante?
"Secondo me Cesare non è un padre oppressivo ma molto credente. Non mi sono mai sentito di condannare ne' lui ne' altri personaggi per i comportamenti o le scelte che fanno".

La storia narra di giovani che poi crescono. Quanto ti è stato facile (o difficile) riconoscerti in un uomo che cresce? L'autore Paolo Giordano è cresciuto?
"Tra La solitudine dei numeri primi e questo nuovo libro ci sono delle somiglianze. Attraversano entrambi lo stesso spazio temporale dei protagonisti ma mentre il precedente libro è stato scritto con tutti e due i piedi nella post-adolescenza, quest'ultimo libro è stato scritto con tutti e due i piedi fuori. Ora mi viene da parlare più di educazione, cosa che non avrei mai fatto dieci anni fa".

Quando un tuo libro viene tradotto all'estero, ti fidi del traduttore?
"Mi fido ma... un occhio ce lo butto. Parto dall'idea che i traduttori siano affidabilissimi, la mia è una fiducia intrinseca per aver letto tanti libri tradotti... ma un occhio ce lo butto comunque".

Quale potrebbe essere la colonna sonora giusta per leggere questo libro?
"C'è qualche cosa di intrinseco nel libro. Siamo a metà degli anni '90, erano gli anni del Festivalbar, nella cassetta dello walkman che viene lasciato a Bern c'è Robert Miles.... Non si sceglie dove l'anima va ad incastrarsi... a me si è incastrata nella musica di Robert Miles".

Che tipo di lettore è Paolo Giordano?
"Amo molto gli scrittori che ti fanno faticare e che poi, in una pagina, ti ripagano di tutta la fatica come Dostoevskij. La restituzione è pari a tutta la fatica accumulata fino a quel punto".

Il libro che hai sul comodino?
"Sotto il sole di satana di Georges Bernanos". 

***
DIVORARE IL CIELO
Paolo Giordano
Einaudi editore - collana Supercoralli
22,00 euro - p. 430

venerdì 21 aprile 2017

Lorenzo Marone - Magari domani resto (Venerdì del libro)

Per il Venerdì del libro vorrei condividere l'incontro con Lorenzo Marone, per la presentazione del suo ultimo libro Magari domani resto
E' stato ospite dell'anteprima Leggerestate, una iniziativa che si svolge nel comune di Porto Sant'Elpidio (nelle Marche), un ciclo di incontri con autori che di solito si svolge in estate e che, appunto, è stato proposto in anteprima.
   
Intervistato da Giovanna Taffetani (Libreria Il Gatto con gli stivali), Marone ha portato in mezzo a noi Luce

Luce è la protagonista di quel romanzo, l'ultimo, che ha definito come il suo lavoro più descrittivo in riferimento alla città in cui si svolge il racconto. Napoli, la sua Napoli, da cui ha preso in prestito i caratteri dei personaggi che la sua stessa città gli ha offerto. Ovviamente sono personaggi inventati ma le loro caratteristiche arrivano proprio dalla sua Napoli.

Magari domani resto che tipo di romanzo è?
"E' un romanzo pieno di contraddizioni. Volevo raccontare una storia piena di vita, di colori, di sapori, di speranza. Anche la protagonista è piena di contraddizioni e merita di essere conosciuta".

Luce Di Notte: un nome, quello della protagonista, che è tutto un programma!
"Eh sì. Il nome dalla protagonista non è un nome scelto a caso. E' una piccola, grande femmena del sud. Ha un caratteraccio ma è molto sensibile, vive con ironia. Uno strumento, quello dell'ironia, con il quale cerca di affrontare le difficoltà quotidiane. Con ironia ma anche con leggerezza. Lavora in un ambiente maschilista e combatte ogni giorni per chi è inerme, indifeso. E' insoddisfatta della sua vita privata: è la primogenita, nasce e cresce con questo ruolo. E' una ragazza che prende in mano le redini e ciò contribuisce a renderla ciò che è. E' una ragazza coraggiosa".

Andare o restare è il tema di fondo del libro. Luce è una che resta?
"La storia di Luce lascia emergere una tematica a me cara: quella del partire e del restare. Ci vuole coraggio sia per partire che per restare. Luce è una che resta. Luce non scappa. Affronta i problemi e dimostra che migliorare il nostro pezzetto di mondo contribuisce a cambiare la nostra vita".

Napoli. Qual è la Napoli che viene descritta da Marone in questa storia?
"Non amo raccontare il nero di Napoli. Ci sono altri che lo fanno. Io cerco sempre le vie di mezzo. Napoli non è solo quella di Gomorra. Per carità, quello pure c'è! Ma c'è anche molto altro. C'è anche chi tira avanti con coraggio, c'è chi nonostante tutto resta".

Da dove arriva la scelta della copertina?
"Sulla presenza della rondine non dico nulla. Lo si scoprirà leggendo. Posso dire, però, che avevo chiesto all'editore una copertina luminosa, allegra, primaverile che riscattasse un po' i toni tetri del romanzo precedente.

Marone quando scrive, quando è alle prese con un nuovo romanzo, legge oppure no?
"Io leggo sempre. Ho sentito di questa cosa che ci sono autori che quando scrivono non leggono. Io non potrei stare lontano dalla lettura. Onestamente sono per il leggere qualunque cosa, purchè si legga".

Io condivido appieno quest'ultima affermazione. Ricordo la mia insegnante di italiano delle scuole medie che ci consigliava di leggere qualunque cosa. Ai maschi consigliava anche la Gazzetta dello Sport, purchè leggessero!

Ora non mi resta che leggere il libro e lo farò presto.

Ps. non sono riuscita ad incontrare di nuovo Marone a Tempo di Libri, a Milano e, per consolarmi, mi sono accontentata di una foto con la sua foto! Da fuori, perchè dentro la vetrina non c'entravo proprio!

giovedì 21 luglio 2016

Nicolai Lilin - Spy Story Love Story - Incontri con l'autore

Non ho letto il libro Educazione Siberiana ma ne ho sentito tanto parlare.
E non conoscevo affatto il suo autore, Nicolai Lilin.
Così, con queste carenze si base ma con tanta voglia di colmare le mie mancanze, ho partecipato ad un incontro proprio con lui, con Nicolai, in occasione del primo appuntamento di una rassegna estiva di incontri con gli autori. 
Onesta fino alla fine: non sapevo nulla di nulla, ne' delle sue origini, ne' dei suoi trascorsi, tantomeno del suo modo di scrivere o degli argomenti trattati (è al settimo romanzo, ed io conosco di fama solo quello poco sopra citato) ma il personaggio mi incuriosiva un bel po' per cui mi ho segnato al calendario l'incontro e ci sono andata.
Sola soletta. Non che ci fossi solo io, s'intende. Sono andata da sola, senza un'amica per chiacchierare o per distrarmi durante l'attesa, insomma.
E poi lui.
Personaggio magnetico, un bell'uomo (il che non guasta) che porta con se una storia che è già di per se un romanzo. Una storia che arriva proprio da Educazione Siberiana (ho fatto delle ricerche, mi sono informata ma a posteriori) e che ha raccontato ai presenti in modo diretto e senza filtri.
Silenzio di tomba durante il suo intervento.
Nonostante le zanzare che tentavano di disturbare - eravamo all'aperto - non volava una mosca.

Atteso in città dall'esordio del suo primo fortunatissimo romanzo (dal 2009), l'autore è stato accolto dalla moderatrice Giovanna Taffetani della Libreria Il Gatto con gli Stivali e dal vice sindaco del comune di Porto Sant'Elpidio (FM) Monica Leoni che gli hanno anche strappato la promessa di tornare per incontrare i ragazzi delle scuole. 
Protagonista del suo nuovo romanzo - Spy Story Love Story - è un personaggio che ha una vita inusuale. Ad ispirarlo è stata una figura realmente esistente nella vita dell'autore.

"Sono nato in un ambiente criminale, eravamo quelli che mettono davanti a tutti le idee del resistere ad un certo tipo di politica. In questo contesto c'era un uomo, un killer, che lavorava con un gruppo collegato al gruppo di mio padre. In un certo periodo della mia vita è diventato il mio idolo: era un uomo impassibile, un uomo di pietra. Zio Sergio, questo il suo nome, pur essendo una persona che uccideva persone sgradite, era un uomo colto. Per un periodo della mia vita sono stato ospite da lui, in Finlandia, e la sua casa aveva le pareti rivestite di librerie stracolme. Vicino a lui mi sentivo protetto, dietro di lui non c'era la sua ombra ma l'ombra della morte. Era un uomo molto bello ma dall'aspetto maledetto. In un certo periodo, mentre ero da lui, viene ucciso un amico comune suo e di mio padre. Sono stato con zio Sergio al funerale ma non ho potuto avvicinarmi a mio padre da cui ero stato allontanato allo scopo di proteggere la mia vita. Tutti piangevano. Zio Sergio no. Quando, in macchina, gli ho chiesto come mai lui non piangesse, mi rispose:
Ragazzo, io piango solo quando leggo.
Da lì ho capito che la vita del killer non era la sua vera vita. La sua vera vita, le sue emozioni, erano nei suoi libri. Zio Sergio è una persona che ho amato pur essendo consapevole che fosse un assassino. Volevo ricordarlo in questo libro costruendo sulla sua base il mio protagonista: un personaggio che è consapevole di essere il male ma che è stanco di essere il male".
Ecco da dove arriva il protagonista, quell'uomo che riscopre il suo lato personale ed inizia ad amare se stesso, nonostante tutto. Il tutto con, sullo sfondo, l'importanza della letteratura anche per una vita come quella del protagonista che della letteratura non ha mai fatto a meno. Nonostante tutto.

Nel libro si parla di criminali onesti ... un po' una contraddizione in termini....
"Le origini del criminale onesto nascono dalla cultura russa ai tempi dello Zar e vanno ricercate nella necessità di resistere ad un sistema che si impone. Quando mio nonno mi regalò il coltello - quella di mio nonno è un'altra figura a cui sono molto legato - simbolo del momento del passaggio dall'essere un ragazzo all'essere uomo mi ha detto:
Ricorda: il cavaliere del re porta l'armatura ed un'uniforme. Il cavaliere del popolo porta il coltello.
Ecco che ho capito che essere criminali onesti voleva dire essere dalla parte del popolo, di chi subisce e tutto ciò mi ha affascinato: l'opporsi con coraggio ad un sistema considerato corrotto. Ciò mi ha portato molto presto in carcere: quando avevo 14 anni ho sparato ad uno spacciatore di droga. Per noi essere parte della criminalità onesta voleva dire difendere con tutte le tue forze il tuo quartiere, la tua gente, da un male che arriva la droga. Quello era il male arrivato da noi: la droga sotto cui cadevano molti miei amici. Eravamo criminali onesti che difendevano la comunità dal male che arrivava dall'esterno. Questa è la realtà che ho vissuto".

Uno dei personaggi del romanzo è Katia, descritta come malata di possesso. Nella vita è pieno di gente così...
Qui ritrovo un'altra frase detta da mio nonno e che mi è rimasta dentro. Un assunto che arriva da un'antica regola del cacciatore siberiano. Va detto che i cacciatori siberiani hanno delle rigide regole. In Siberia non si caccia per divertimento ma per sopravvivenza e da qui arriva la regola secondo cui non si possa uccidere più di quanto il cacciatore non possa portare via da solo. E qui arriva la frase di mio nonno:
Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore non possa amare
Questo è il senso del mio pensiero nel rapporto con il mondo. Nella mia visione del mondo sono molto attaccato alla fisica quantistica. Di mia impronta culturale sono cristiano e la fisica quantistica è la scienza che più si avvicina alla fede. In soldoni, per la fisica quantistica tutti noi facciamo parte di uno stesso campo energetico. Tutti noi siamo concentrazione temporanea di energia ed è inutile possedere di più perchè tutti torneremo ad essere mera energia alla fine. Credo che chi possiede troppo nel momento in cui si guarda allo specchio non veda ciò che ha ma veda riflessa la sua pochezza interiore. Chi possiede troppo manca di basi culturali ed emotive che cerca di compensare con cose materiali".

Titolo e copertina. Da dove arrivano?
"Il titolo è stato pensato dai miei editori. Io l'avevo chiamato semplicemente romanzo n.7 visto che era il mio settimo romanzo. La copertina l'ho affidata al mio amico Stefano Fusaro: una persona di cui mi fido che ha letto il mio scritto prima ancora che venisse editato ed ha pensato alla copertina. Non so nemmeno chi sia l'uomo che vi compare. Probabilmente un amico di Stefano, non saprei".

Nelle more del racconto si apre, poi, un capitolo particolare. Quello dei tatuaggi. Sollecitato da Giovanna, Nicolai racconta come "... quella dei tatuaggi è l'arte con la quale comunico con le persone. 
E' un'arte che ho conosciuto ad otto anni ed è diventata un mio modo di essere, di comunicare: pratico l'arte del tatuaggio e continuo ad esercitare la tradizione siberiana. 
Le persone vengono da me e mi raccontano la loro storia. Questa loro storia diventa un tatuaggio unico e irripetibile perchè la storia di ognuno è unica e irripetibile. 
Tatuo le persone non per motivi estetici, non è questo ciò che faccio. 
Ascolto la loro storia e la riscrivo con il tatuaggio sulla pelle. Ho uno studio a Milano dove insegno la mia tradizione a due allievi che spero vogliano portarla avanti e considero questo mio modo di concepire il tatuaggio come contrappeso al concetto consumistico che oramai dilaga. Mi faccio strumento per dare un'opportunità a chi cerca qualche cosa di più profondo: ogni storia merita di essere raccontata ed è quello che io faccio. Ogni tatuaggio che realizzo è un sigillo di un legame personale che si crea tra me e chi mi racconta la sua vita. Un po' come avviene tra un confessore ed una persona che va a confessarsi. Ciò che conta è la sincerità, l'autenticità e se vedo che ciò manca non realizzo nessun tatuaggio".

mercoledì 6 aprile 2016

Incontri con l'autore. Giuseppe Catozzella - Il grande futuro


Ciò che mi ha colpita di più dell’incontro con Giuseppe Catozzella, autore del libro Il grande futuro, è stato il suo modo tranquillo e pacato di affrontare tematiche così delicate come quelle collegate all’Islam ed al mondo musulmano. Una pacatezza, quella usata nel proporre la conoscenza delle ragioni del nemico, che credo sia tutt’altro che scontata in un periodo in cui, come quello attuale, sono così vive le immagini degli attentati che sfilano in tv per ricordare quotidianamente cosa sta accadendo. In un periodo in cui è facile lasciarsi andare a giudizi spesso motivati dalla non conoscenza di ciò di cui si parla.
Ed ecco l’altro aspetto che tanto mi ha colpita in quest’uomo: la sua profonda conoscenza dell’argomento e la sua voglia di raccontarla a tutti come testimone diretto di ciò che non è solo un romanzo ma il racconto di un incontro che pone le sue basi sulla realtà.

L’incontro con Alì. Di questo sto parlando. Perché nel libro Il grande futuro è Alì che parla e che racconta di se, della sua vita, delle sue scelte. Il libro non l’ho ancora letto ma lo farò presto. Per il momento mi limito a raccontare il nostro incontro (nostro… io ero in platea tra tanti altri, non ho certo l’esclusiva!). 

L’occasione di questo incontro è stata favorita da un’iniziativa dell’Associazione Santa Croce (in collaborazione con la libreria Il Gatto con gli Stivali) che, nell’ambito della rassegna Incipit, ha voluto proporre un approfondimento su tematiche attuali grazie alla presenza di Catozzella.

Il grande futuro è il suo quarto romanzo.
Alì è un ragazzo di origini molto umili, discendente da una famiglia molto povera – racconta Catozzella nel presentare il protagonista del suo romanzo – e per rivendicare le sue  origini era entrato nel fondamentalismo da cui poi è uscito per amore”.

L’autore, tra l’altro nominato Goodwill Ambassador Onu, ha voluto conoscere da vicino il fenomeno che era alla base degli spostamenti di massa da paesi in guerra. Ha conosciuto da vicino la guerra ed ha voluto capirla per poi parlarne “…perché credo che la letteratura non debba per forza indietreggiare davanti al molto che all’autore è dato di vivere”. 

Ogni volta che ho incontrato Alì era con il volto coperto - dice Catozzella – perché come conseguenza delle sue scelte aveva messo in pericolo la sua vita. Quando entri nel fondamentalismo fai un giuramento e vieni protetto. Quando fai una scelta differente e vuoi uscirne metti in pericolo la tua vita. Durante i nostri incontri vedevo solo gli occhi. Molto intensi ma anche misteriosi. Inizialmente era molto titubante ma pian piano si è aperto e mi ha detto che voleva soltanto giustizia. Nel fondo di quegli occhi ho trovato me stesso. Se quello che avevo di fronte era il mio nemico bhe… avevamo tantissimo in comune. Le stesse speranze, le stesse paure, la stessa sete di giustizia. Ho capito che io e il mio nemico eravamo la stessa cosa. Evidentemente erano altre le motivazioni che ci avevano reso tali. Ho voluto dare voce al mio nemico”.

Una scelta coraggiosa, quella di Catozzella. Quando, poi, si era sul punto di pubblicare il libro la cronaca ha portato alla luce gli attentati più recenti e pubblicare un libro così poteva essere inopportuno. Alla luce di ciò, hai riflettuto sull’opportunità di pubblicarlo?

Erano anni che stavo lavorando al libro. Tutta la macchina editoriale era in moto. Sulle prime ho chiesto al mio editore di evitare la pubblicazione ma poi ci abbiamo pensato ed entrambi abbiamo ritenuto che, invece, andasse fatto. Lo abbiamo fatto. Provavo sentimenti contrastanti. Da un lato la rabbia viva per un grande attentato a casa nostra e, dall’altro, la conoscenza di quei luoghi, di quelle persone. È una cosa diversa la guerra di là e di qua. Sono felice dell'uscita di questo libro perché è forse un’occasione da non perdere per chi vuole di capire le ragioni del nemico ed anche le nostre, di ragioni”.

Questa volta la guerra non è più come la prima guerra mondiale: ora siamo l’uno dentro l'altro. Il nostro nemico abita a casa nostra e noi siamo a casa del nostro nemico, anche se questo non ci viene raccontato. Vorrei raccontare un episodio emblematico, a tale proposito. Quamdo Alì fa il battesimo del fuoco prende in mano un fucile e guarda la matricola: è una matricola che rimanda al produttore… ed il produttore è quel Paese nemico contro il quale il popolo di Alì combatte. E si domanda che razza di guerra sia quella in cui è il nemico ad armare i guerriglieri”.

Nello scrivere questo romanzo pensavi, come interlocutori, ai giovani come romanzo formativo?
Quando scrivo non ho un target in mente. Io giro molto le scuole ed ho scoperto che gli adulti hanno già delle nozioni acquisite ed è difficile raccontare ciò che ho visto. La verità è che queste cose non ce le hanno mai raccontate. I ragazzi invece hanno molta più sete di conoscenza, di sapere ed hanno meno preconcetti in mente di quanto, invece, non ne abbiano gli adulti. Questo posso dire: è più facile parlare con i giovani che con gli adulti ma non avevo un target preciso in mente”.

Davanti a tematiche così importanti, quali sono le domande più comuni, le curiosità più comuni da parte dei giovani che incontri?
La domanda più comune è quella di sapere quanto c'è di vero e quanto, invece, vero non lo é. I miei romanzi richiedono tanto lavoro sulla realtà ed io dico che tutto è vero e tutto è inventato”.

Che storia è, quella di Alì? Una storia di violenza, di paura, di guerra?
“Io racconto una storia di luce, di riscatto. Alì è servo figlio di servi. Vuole strapparsi da questo destino e fa un percorso in questa direzione. Va incontro alla felicità fino alla fine. La felicità è un diritto di tutti. Se la cerchi si fa trovare".

Che obiettivo ti eri posto nel pensare ad un libro così?
Ho fatto, per conto del lettore, un viaggio dentro l'anima di quello che noi consideriamo come il nostro nemico. Ho cercato di mettere in condizione il lettore di capire un po’ di più per farsi fregare un po’ di meno. Io credo che la letteratura non debba essere solo e sempre mero intrattenimento. Credo che possa essere anche qualche cosa di più importante. E’ questo il mio modo di intendere la letteratura. Ho cercato di far comprendere che ci sono grosse ragioni economiche che ci portano ad essere nemici. E questo solitamente non ce lo dicono. Spesso dimentichiamo che l’Islam, il mondo musulmano e la sua deviazione armata sono due cose diverse. Queste cose non ce lo dicono. Ci dicono che musulmano è uguale a fondamentalista. Costruiscono dentro alla gente la paura per il fondamentalismo facendo passare la sua equivalenza con il mondo musulmano. Non è così. I musulmani dicono che con i fondamentalisti non vogliono avere niente a che fare… la religione non è fondamentalismo. I fondamentalisti usano vari collanti per reclutare i tanti ragazzini che crescono con quella mentalità. Uno di questi sono i soldi: danno da mangiare a loro e alle loro famiglie, gli insegnano a leggere e scrivere. L’altro collante sono l’agire in nome di valori più altri: prendono alcune parti del Corano, le parti più violente e gli fanno il lavaggio del cervello. E il terzo collante è lo sfruttamento delle loro frustrazioni”.

Tanti altri sono stati gli spunti di riflessione emersi nel corso dell’incontro e che avrebbero richiesto ore di approfondimento su un tema così attuale. Ora non resta che leggere il libro e farsi la propria idea delle ragioni del nemico che sono quelle a cui Catozzella ha voluto dare voce.

martedì 22 marzo 2016

Incontri con l'autore - Jack Sintini - Forza e coraggio


Non volava una mosca in sala. Sala gremita, piena per lo più di giovani e non volava una mosca.
Ieri sera ho partecipato ad un incontro con il campione di pallavolo Giacomo (Jack) Sintini che ha raccontato la sua storia a sua volta narrata nel libro Forza e coraggio
E' stato uno degli incontri più belli a cui io abbia sino ad ora partecipato - organizzato dal Centro di Aggregazione Giovanile di Casette d'Ete con la collaborazione della libreria Il Gatto con gli stivali - sia per la particolarità della storia che, soprattutto, per la positività che quest'uomo mi ha trasmesso.

L'incontro non è stato moderato da nessuno. C'era lui, un microfono ed il pubblico. Introdotto inizialmente da alcune ragazze di un liceo sportivo che, dopo aver analizzato diverse biografie di sportivi, hanno scelto la sua come più significativa, tanto da volerlo incontrare, Jack ha preso la parola lasciando la sala in un silenzio mai sentito prima in una sala tanto grande e tanto piena di gente.
In alcuni passaggi il silenzio, durante le sue pause, era assordante e lasciava davvero palpare l'emozione che una testimonianza di questo tipo stava trasmettendo ai presenti.

Emozione. Questo è quello che mi è rimasto addosso dopo essermi alzata dal mio posto, aver ottenuto la mia copia autografata ed aver rubato uno scatto assieme. 

Ho anche pianto, posso dirlo? Perchè il suo racconto mi ha fatto pensare a persone che non ce l'hanno fatta come, invece, ce l'hanno fatta lui.
La sua è una storia di vittorie, su più fronti.
Vittorie dal punto di vista della sua carriera sportiva, vittorie nella vita privata, vittorie contro il male per eccellenza, il cancro. E vittorie ancora più grandi dopo essere stato messo in ginocchio dalla malattia ed essersi rialzato, con più grinta che mai. 

Non intendo svelare il contenuto del libro che credo di poter consigliare fin da subito, pur non avendolo ancora letto. Qualche passaggio, però, va fatto.

Jack è un ragazzino di 14 anni che cerca la sua strada: vuole diventare un campione dello sport. Inizia con il calcio ma, quando si ritrova cresciuto un bel po' e con dei piedoni che gli sono più che altro d'intralcio, il calcio non fa più per lui.
Si innamora della pallavolo e gli viene offerta un'opportunità da parte di chi vede in lui un grande potenziale, pur non avendo mai giocato una partita e pur conoscendo poco quello sport. Da questo momento, con grinta e convinzione, forza di volontà e gioco di squadra, la sua carriera è tutta in salita. Arriva a diventare un campione, a guadagnare bene, a mantenersi da solo a 21 anni e a fare una tranquilla vita da single quando conosce la donna che poi diventerà sua moglie. Un matrimonio felice, una bambina. Quando si stanno per spalancare le porte di un futuro ancora di maggiore successo inizia a sentirsi poco bene. Cancro. Deve smettere di giocare.
La malattia, la sofferenza, la voglia di farcela soprattutto per le persone che ama "...perchè se fosse stato per me non avrei certo lottato come ho fatto. L'ho fatto principalmente per mia figlia e, tutto sommato, mi sono detto che nella disgrazia il mio male era una fortuna perchè mi ero ammalato io e non lei, non mia moglie. Non volevo che mia figlia crescesse pensando che suo padre si fosse lasciato andare, che non avesse lottato".

Il cancro. Mai avrebbe potuto immaginare che quei dolori che aveva iniziato ad avvertire portassero quel nome. Chemio, sofferenza, trapianto. Ripresa.
La ripresa arriva, il male viene sconfitto. Jack può tornare ad essere il grande campione che è sempre stato. Ed arriva un'altra occasione...

Ho già detto molto, forse troppo. Queste sono le tappe più salienti di un racconto fatto con la voglia di trasmettere fiducia a chi possa trovarsi nella sofferenza, con la volontà di portare un messaggio positivo a chi prova solo dolore come quello che ha provato lui.

Non sono riuscita a trattenere l'emozione davanti a quell'uomo che parlava della sua sofferenza che mi ha richiamato alla mente la sofferenza di tanti altri. Qualcuno, come lui, ce l'ha fatta. Qualcuno no.
Jack ha reagito con forza e coraggio, proprio come dice il titolo del suo libro, ed ha avuto un atteggiamento molto particolare nei confronti della malattia. 

"Ogni volta che si compete con un avversario si pensa che possa essere invincibile - ha detto - ma poi si studiano le sue mosse e ci si rende conto che anche lui sbaglia, anche lui può perdere. Io ho affrontato la malattia come sono sempre stato abituato ad affrontare l'avversario: l'ho studiata, ne ho compresi i punti deboli e mi sono reso conto che poteva essere sconfitta. Sono anche stato fortunato, è vero, ma mai mi sono lasciato andare anche se ho avuto tante volte la tentazione di farlo. Il messaggio che voglio lanciare non è certo quello secondo cui se si reagisce con grinta si sconfigge il cancro. Non è così. La grinta non basta. Ma quello che voglio dire che un atteggiamento positivo può aiutare. Mi auguro che quello che è capitato a me, alla mia famiglia, possa aiutare chi sta combattendo contro il cancro ma anche in qualsiasi altra battaglia importante".

Non smettere mai di sperare, lottare con tutte le proprie forze per affrontare nemici che possono anche essere più grandi di noi ma che possono non essere invincibili.

Ed ora, in conclusione, mi permetto una riflessione personale.
 
Mentre sentivo parlare Jack ho pensato tanto alla mia amica Maria Luisa. 
Ha lasciato una bambina di due anni. E' morta prima di raggiungere i 40 anni di età. Cancro.
Sono certa che anche lei abbia avuto un unico pensiero in mente durante il suo calvario. 
La sua bambina. 
Sono certa che avrà lottato con tutte le sue forze per non lasciarla, per non andarsene così prematuramente.
Sono certa che avrà sopportato a testa alta le tante sofferenze che il cancro le hanno prodotto.
Non ce l'ha fatta, però. 
Ma sono certa che abbia comunque stretto i denti fino alla fine e che sua figlia possa essere orgogliosa di lei.
Ed ho pianto. 

Quando mi sono avvicinata a Jack per farmi autografare la mia copia avrei voluto dirgli tutto questo ma dalla mia bocca sono usciti solo pochi suoni. "Ci hai emozionato", ho detto. Ho parlato al plurale perchè credo che sia stata la stessa cosa anche per altri. Avrei davvero voluto dire di più ma i miei pensieri erano aggrovigliati l'uno all'altro e mi sono limitata a sorridere.
E sorrido anche ora, ripensando al gran sorriso che aveva stampato in viso Maria Luisa nel giorno del suo matrimonio, quando aveva una vita felice davanti.
E' questo che voglio ricordare di lei. 
Il suo sorriso. 
Questo il cancro non potrà mai portarlo via nei miei ricordi.