domenica 20 gennaio 2019

Apettando il Natale. 25 racconti per la Vigilia (AA. VV.)

Sono decisamente fuori tempo, lo so! 
Avevo in programma di leggere nel mese di dicembre il libro Aspettando il Natale. 25 racconti per la Vigilia ma nella biblioteca in cui credevo fosse disponibile era ancora in prestito per cui ho dovuto aspettare. E' arrivato con un mesetto di ritardo ed ho comunque approfittato visto che mi è utile per la challenge Le quattro cavaliere dell'Apocalisse in quanto libro scritto da più autori (è una raccolta di racconti che arrivano da diverse penne) ed anche per la Visual Challenge Upgrade.

Si tratta di una raccolta di racconti di autori vari che hanno voluto raccontare delle storie legate, in un modo o nell'altro, al Natale. Il giorno più atteso dell'anno in alcuni di essi fa da sfondo alle vicende narrate, in altri è solo fonte di ispirazione, in altri ancora è fulcro principale di ciò che accade. E', comunque, l'elemento che accomuna tutti anche se, a volte, per piccole sfumature.
Non tutti i racconti mi sono piaciuti, non tutti mi hanno trasmesso qualche cosa. Lo dico subito, a scanso di equivoci. 

Inoltre, dico fin da subito che non si tratta di racconti adatti a bambini. Forse qualcuno più breve e meno datato di altri.
Un po' per lo stile narrativo - alcuni racconti sono particolarmente  datati e, di conseguenza, lo stile è quello di un tempo - un po' per la morale, non c'è da aspettarsi in assoluto dei racconti gioiosi che terminano tutti con "...e vissero felici e contenti". Cosa, questa, che l'idea di racconti di Natale può dare.

Sono 25, giusti giusti per essere letti a mo' di calendario dell'avvento. 
Questo sì. 
Da lettori adulti, però.

Nel primo racconto ho preso familiarità con una tradizione che non conoscevo, con la Strana vigilia di Ceppo. E' un racconto natalizio piuttosto comune con un uomo ricco che pensa solo a se stesso e dimentica, persino la notte di Natale, sua figlia e i suoi nipoti che sono poveri e non hanno molto da festeggiare. 
Giovanni Verga, nel secondo racconto -  Il Carnevale fallo con chi vuoi; Pasqua e Natale falli coi tuoi - non mi è piaciuto. La storia di quell'uomo lasciato dalla moglie per un altro e poi a sua volta lasciata non mi ha impressionata più di tanto.
Camillo Boito, nel racconto Notte di Natale, narra la storia di un uomo sfortunato che perde gli amori della sua vita e muore in solitudine.
Chi prima non pensa in ultimo sospira è il racconto che mi è piaciuto di più nella prima parte del libro: un uomo che perde un grande amore, sacrificato sull'altare del divertimento e della spensieratezza, in vecchiaia sente tutto il peso di questa scelta scellerata. Ma la vita riserva sorprese... che non sempre portano ad un lieto fine ma fanno riflettere e comprendere appieno gli errori di gioventù. Emerge il senso del rifiuto, l'opportunismo di certe scelte, la delusione davanti alla realtà.

Miracolo di Natale che ricordo bene ma per la scarsa originalità visto che è una rivisitazione de La piccola fiammiferaia di Andersen, richiamata in ogni riga.

Toccante il racconto di Cordelia dal titolo Da un Natale all'altro. Forse poco originale come messaggio natalizio ma comunque commovente: non è la ricchezza che fa la felicità.

Per L'ultimo giocattolo, di Ugo Fleres, ho fatto il tifo fino alla fine affinchè si avesse un finale diverso. Non un finale fatto di solitudine, come invece è stato. Peccato. La storia mi era piaciuta, con un uomo e una donna che si conoscono durante un viaggio in treno e vivono una bella avventura fingendosi, poi marito e moglie... Triste il finale, però.

Emilio De Marchi, con le sue Due scarpe vecchie, torna a proporre un uomo egoista che poi si pente del suo egoismo quando, oramai, è troppo tardi.
D'Annunzio mi ha catturato con la musicalità della sua scrittura e il suo racconto Un albero in Russia non ha riservato una bella sorpresa, alla fine.

Ed ancora, mi si perdoni se non completo l'elencazione ma vorrei concludere segnalando ciò che mi ha colpita di più, aggiungo alcuni  racconti che mi hanno emozionata maggiormente nella seconda parte del libro. Sono, nell'ordine, Il dono di Natale di Grazia Deledda, Una torta e una carezza di Dino Buzzati, La Lettera di Giovannino Guareschi.

La Deledda culla il lettore con dolcezza e delicatezza, portandolo per mano lungo il racconto della nascita di un pastorello. Nell'altro racconto, invece, protagonisti sono gli affetti, l'amore non ripagato allo stesso modo, con la stessa moneta. Trovo che sia una storia molto attuale, che ben si adatta anche ai tempi moderni seppur con alcuni distinguo.

La Lettera di Guareschi fa fare al lettore un tuffo in un  campo di concentramento dove viene data la possibilità ai soldati italiani di scrivere a casa. E come si può, nel poco spazio concesso, racchiudere tutto ciò che il cuore di un soldato vorrebbe dire alla sua famiglia, alla sua amata? E' un soldato che racconta in prima persona e l'autore è molto abile nel toccare le corde del cuore riuscendo anche a strappare un amaro sorriso.
Anche Giulio Bedeschi -  con un racconto tratto da Il Natale degli Alpini - parla di guerra e di chi ha sacrificato la propria vita senza che nessuno ricordasse più il suo nome e di come, per inaccettabili corsi e ricorsi storici, si continui ad uccidere senza aver nulla imparato dal passato. Una storia triste, anche questa, purtroppo, molto attuale. 

Ho apprezzato, in coda al libro, le note esplicative che permettono di conoscere meglio gli autori. Ammetto che alcuni mi erano sconosciuti ed ho fatto tesoro delle informazioni che ho trovato a lettura ultimata per sapere qualche cosa di più su di loro. 

Ps. in apertura dicevo che non si tratta di storie adatte ai bambini. Avevo pensato che fosse così forse per via dell'immagine di copertina che, però, mi ha fuorviata.

venerdì 18 gennaio 2019

Segreta Penelope (A. Giménez-Bartlett) - Venerdì del libro

Quante volte, in occasione del funerale di una persona cara, ci si è ritrovati a pensare alla sua vita, al suo passato, alle sue scelte tendendo a ricordare solo ciò che di bello ha compiuto nel suo cammino? 
Spesso. 
La morte è così. 
Tende a rendere sempre più opachi i contorni degli aspetti negativi della vita di un defunto e a rendere più vividi i ricordi belli, positivi, quelli che aiuteranno chi resta in vita a mantenere vivo un positivo ricordo della persona perduta.

Per Sara, la protagonista-assente del libro Segreta Penelope, non è esattamente così.
Morta suicida, i suoi amici consegnano ai lettori il ricordo di una donna molto particolare, che resterà nella memoria di tutti per la sua eccentricità ma anche per le sue fobie, per le sue scelte sbagliate, per la sua follia che traspariva da comportamenti a lei comuni, per la sua difficoltà a comportarsi in modo normale.

E poi, a ben guardare, cos'è la normalità? Chi può dire cosa sia?

Un'amica - voce narrante a cui non sono riuscita a dare un nome ne' un'identità precisa - racconta di una Sara fuori da ogni convenzione sociale, una donna che amava la vita ed alla quale piaceva il piacere, una donna che non sapeva vivere in modo regolare, organizzato, univoco. Sara era una mente brillante che non si dava la pena di brillare perchè non lo riteneva necessario. Era un'amante insaziabile, allergica ai rapporti amorosi ma pronta a godere del sesso in ogni occasione. 
Una donna libera. 
Una mente libera. 
Un corpo libero. 
Una donna libera che, però, ad un certo punto, perde la sua libertà per scelta. 
Una scelta sbagliata - se ne rendono conto tutti - alla quale è stata guidata proprio da chi l'ha mal consigliata, a chi le ha suggerito una strada senza tener conto del suo vero io, della sua vera indole di donna libera.

Il racconto è affidato ad una voce narrante che nella prima parte del libro mi ha un po' annoiata. Sono sincera. Ad un certo punto mi sono addormentata sul divano. Pensando che ero seduta a leggere nel mezzo del pomeriggio e che non è da me addormentarmi con un libro in mano nemmeno nel cuore della notte, credo che ciò renda bene l'idea. La parte iniziale, quella in cui si racconta della Sara libertina, senza inibizioni a letto, spesso con compagni scelti a caso per una classica botta e via mi è sembrata piuttosto ripetitiva. Credo che si sarebbe resta molto bene l'idea anche senza dilungarsi tanto.

Andando avanti nella lettura, però, ho trovato dei passaggi interessanti come quello in cui la voce narrante si rivolge all'ex marito di Sara, al quale imputa di essere stato troppo tempo accanto a lei e di non averla lasciata libera in tempo utile per permetterle di salvarsi. 

Più di tutti mi ha colpita l'amica-voce narrante che si rivolge alla figlia di Sara. E' un passaggio molto duro, nel quale viene data alla figlia una pesante responsabilità: quella di aver contribuito attivamente e passivamente alla sua rovina. Un passaggio forte, soprattutto se si pensa ai momenti in cui si parla di una bambina che cerca di attirare in ogni modo l'attenzione di una madre che cerca di approfondire la sua conoscenza con un uomo nuovo, un potenziale nuovo padre... Ma è una bambina. Come si può imputare a lei una responsabilità così grande? La si accusa di aver odiato sua madre profondamente ma non è chiaro se ciò si riferisce alla figlia-bambina o alla figlia-adulta (alla morte della madre bambina non lo è più). 
Ad un certo punto, la voce narrante arriva a dire che Sara avrebbe fatto bene a liberarsi di una figlia che le stava rovinando la vita, che avrebbe potuto darla in adozione.

Quello che passa è il concetto dei figli come limiti assoluti per una donna. 
Limiti per la sua esistenza sotto ogni punto di vista.
Eppure Sara scelse di avere un figlio. E' stata l'unica scelta che, secondo me, fece realmente nella sua vita. Evidentemente fu la scelta sbagliata soprattutto se si pensa che - è lei che lo ammette in un dialogo raccontato dalla voce narrante - non ha mai provato amore per quella figlia alla quale la legava, sì, sprito materno ma non amore.

Andata anche in terapia psicoanalitica, Sara aveva acquisito tutti gli strumenti necessari per affrontare il mondo e la sua morte stupì tutti. In apparenza stava bene, si era adattata agli usi sociali e ai nuovi tempi, così diversi dalla sua gioventù. 
Nessuno, però, sapeva esattamente come vivesse, cosa stava accadendo dentro di lei. Il suo comportamento era diventato così normale, così rispettoso delle regole che nessuno si accorse che proprio questo era il segnale di qualche cosa che non andava per il verso giusto. 
Non era lei. 
Era come se stesse tenendo in serbo il meglio per il gran finale. 
Quello che, poi, l'ha portata prematuramente dentro ad una bara.

I capitoli finali riservano una sorpresa anche se - è chiaro - la realtà non cambia: Sara è morta suicida. Lo si sa fin dall'inizio. Quello che non si sa è tutto ciò che l'ha trasformata in una Segreta Penelope piena di sensi di colpa. Piano piano, però, lo si scopre leggendo. 

Per questo consiglio di non lasciarsi impressionare da un avvio piuttosto lento e monotono di un libro che fa anche riflettere sul concetto di normalità, sul rapporto tra madre e figlia, sui legami esistenti tra le persone...

Con questa lettura, che segnalo per il Venerdì del libro di oggi, partecipoalla Challenge Dalle tre Ciambelle in quanto libro il cui titolo inizia per S ed anche alla Visual Challenge Upgrade.
***
Segreta Penelope
Alicia Giménez-Bartlett
Sellerio Editore
271 pagine
€ 14.00

mercoledì 16 gennaio 2019

La bambina nel buio (A. Boralevi)

Non può essere definito bello un libro in cui ci sono dei bambini che subiscono violenza. 
Non riesco proprio a definirlo tale. 
La storia narrata da Antonella Boralevi nel libro La bambina nel buio è terribile. 
Non dirò mai che è un bel libro. Non posso. 

Quello che posso dire è che la storia narrata all'inizio mi ha un po' spiazzata per via di una serie di personaggi a cui non sono riuscita a dare un volto ne' una precisa collocazione ed anche per un avvio della trama che non lasciava pensare a nulla di buono. Oltre le 150 pagine, però, devo dire che il ritmo narrativo ingrana la marcia giusta.

L'autrice usa due piani temporali per sovrapporre due storie.

Nel 1985, al termine di una festa di anniversario di matrimonio, scompare una bambina. E' Moreschina Zanca: una bimbetta adorabile, luce degli occhi per papà Paolo e quasi una spina nel fianco di mamma Emanuela. Questo, almeno, è quello che ho pensato nel leggere l'atteggiamento della madre durante la festa, quasi come se quella bambina fosse un fastidio più che altro. 
Per Paolo no. 
Per Paolo quella bambina è davvero un motivo di orgoglio, una creatura adorabile da presentare a tutti come il gioiellino di famiglia, da portare al braccio in mezzo agli ospiti.
Quando, al termine della festa, la bambina scompare, Villa La Favorita che fino a poco prima era un contenitore di allegria diventa un tetro ambiente di disperazione. 
Quella di Paolo. 
Quella di Manuela.
Quella di tutti coloro che cercano di mettersi subito sulle tracce della bambina, senza alcun esito.
Di Moreschina non c'è più alcuna traccia.

Nel 2017, 32 anni dopo, una ragazza proveniente da Londra arriva a Venezia, ospite del Conte Bonaccorso Briani. Ha un passato da dimenticare Emma - questo è il suo nome - e vorrebbe farlo nella laguna veneta. Ma la sorte le riserva qualche sorpresa tanto da vederla immischiata nelle indagini relative ad un mistero bello e buono. 

Per un bel pezzo non si capisce bene quali possano essere i legami tra le due storie ma pian piano alcuni nodi vengono sciolti e la trama - ecco cosa intendevo sopra - coinvolge un bel po'.

Non mi sono piaciute alcune scelte stilistiche dell'autrice. Opinione molto personale, ovviamente. 
Il ripetuto utilizzo dell'aggettivo ghiaccio (non sostantivo) per rendere l'idea di una serata fredda, un ambiente freddo etc... non mi è piaciuto affatto. 
Il foglio tremava tra le dita ghiacce di Emma.
Non che non sia corretto, non dico questo. Solo che a me non è proprio piaciuto.

E poi alcuni altri dettagli che, da pignola quale sono, un pochino hanno stonato nel complesso della narrazione che, comunque, è fluida e ricca di dettagli soprattutto nelle descrizioni di una Venezia perennemente avvolta dalla nebbia, tetra, misteriosa.
Il commissario Alfio Mancuso aveva appena relazionato il questore sull'interrogatorio....
Mmm.... non suona bene, almeno alle mie orecchie. Non si relaziona forse al questore?

E poi nel riportare le ore, non mi è proprio piaciuto le ore una... All'una l'avrei visto molto meglio. Piccolezze... vabbè, però ci ho fatto caso ed è stato un po' come sentire una nota stonata in una melodia armoniosa.
...sono le una passate non si può sentire!!! Almeno per me è così.

Ho trovato alcune incongruenze (che evito di elencare per non cedere alla tentazione di fare spoiler ma mi limito a pensare ad alcune fughe da luoghi che avrebbero dovuto essere super protetti e super sicuri ma dai quali i personaggi scappano via con una certa facilità) ma nel complesso trovo che sia una trama ben imbastita per una storia che, lo ripeto, non è affatto bella e che, proprio per questo, colpisce il lettore con un pugno nello stomaco ben assestato. 
Una storia che fa soffrire, che prende alla gola come se mancasse l'aria soprattutto nel finale quando, finalmente, si comprende cosa è successo a quella povera bambina.

Il personaggio che avrei voluto capire un po' meglio è quello della governante del Conte. Non si capisce che fine faccia e la sua figura - comunque non di secondo piano - resta in sospeso. 

Il personaggio che mi è piaciuto di più è l'agente Cecchin. E' un personaggio secondario ma ho letto molta umanità nei suoi comportamenti ed è quello che, a dispetto del ruolo principale assegnato ad altri, mi è piaciuto di più.

Ho notato un particolare, e di questo va dato merito all'autrice: il contrasto descrittivo... Mi spiego. Nel parlare di Moreschina l'autrice usa dei vezzeggiativi che la rendono davvero adorabile. Il visino, il vestitino, le manine... una dolcezza, quella che viene cucita addosso alla piccina, che rende ancora più orrendo il crimine che viene commesso nei suoi confronti. Le dolci descrizioni della bambina stridono con tutto il resto in maniera violenta. 

No. Non è una bella storia perchè una storia così non può proprio essere definita bella. 
Però, nonostante la tematica e alcune perplessità, è un libro che ho divorato tanto da arrivare a leggere anche 200 pagine tutte d'un fiato. 
Non è una bella storia, ma cattura.

Molto interessante il suggerimento, alla fine del libro, di tracce musicali da abbinare ai vari capitoli per chi volesse fare un'esperienza multisensoriale. Peccato che me ne sia accorta solo verso la fine. Se l'indicazione dei brani musicali fosse stata data all'inizio sarebbe stato meglio per chi, come me, non va a sfogliare la fine del libro per non lasciarsi andare alla tentazione di leggere la frase conclusiva.

Con questa lettura partecipo alla Challenge Dalle tre Ciambelle in quanto libro con almeno 500 pagine ed anche alla Visual Challenge Upgrade.
***
La bambina nel buio 
Antonella Boralevi
Baldini & Castoldi Editore
588 pagine
€ 20.00

venerdì 11 gennaio 2019

L'amante giapponese (I. Allende) - Venerdì del libro

Isabell Allende è la mia autrice preferita. 
Chi mi segue lo sa, l'ho detto più volte. 
Mi ha stregata con La casa degli spiriti e il suo stile mi ha affascinata. 

Ne L'amante giapponese ho trovato una Allende più commerciale, se mi viene concesso il termine. Una Allende meno impegnata, con un romanzo più scorrevole del solito, che intreccia fili narrativi un tantino sfruttati (la guerra, la storia d'amore impossibile, i rapporti tra caste sociali differenti, una persona anziana che racconta la sua storia) che si fa leggere ma che appare diverso da chi l'ha conosciuta in libri precedenti. 

Alma Belasco - ed è la seconda volta che mi imbatto in una protagonista che si chiama Alma nell'arco di pochi giorni - è un'anziana signora ultraottantenne che decide di andare a vivere a Lark House: una casa di riposo che ospita uomini e donne di diverse età, più o meno vicini al Paradiso.  Irina Bazili a ventitre anni compiuti decide di candidarsi per un lavoro nella residenza per la terza età in cui Alma è ospite: è così, con l'ottenimento di quel posto, che le loro due esistenze si incontrano. Alma impara a fidarsi di Irina e la ragazza si affeziona molto all'anziana signora che, pur ponendosi in modo altero e con l'atteggiamento di chi è abituato a dare ordini, pian piano si scioglierà al punto tale da affidae alla giovane collaboratrice i propri segreti.

Entrambe hanno una storia da raccontare.
Entrambe hanno qualche cosa da nascondere anche se si tratta di vicende ben diverse l'una dall'altra.
Entrambe impareranno a fidarsi reciprocamente e a riconoscere nell'altra un'amica prima che un'assistente o una donna da assistere.

Le voci che si intrecciano sono diverse, la narrazione si sposta su diversi piani temporali, l'autrice non abbandona temi a lei cari come vicende storiche realmente accadute, seppur calate in un romanzo. Questa volta, però, ho avuto l'impressione che abbia dato maggior spazio alle storie d'amore (perchè non si può parlare di una storia sola) virando più sul romanzo rosa di quanto non abbia fatto in precedenza.

La storia che Alma ha da raccontare ha inizio quando era una bambina e, pian piano, arriva ai tempi attuali. Serba nel suo cuore una storia d'amore importante. Più d'una, a dire il vero, anche se si è trattato di storie diverse, nelle quali l'amore ha assunto una diversa declinazione.
Anche la storia di Irina inizia quando era bambina ma è molto più dolorosa e violenta di quanto non si possa pensare. Una storia che rappresenta una pesantissima zavorra, per lei, e della quale fa fatica a liberarsi anche dopo tanto tempo.

Tra i personaggi maschili mi ha sorpreso la figura di un uomo che arriva a Lark House e si scopre essere un vecchio amico di Alma che ha avuto un ruolo importante nella sua vita. Si incontrano casualmente nella stessa residenza e solo verso la fine del libro l'autrice scopre le carte e ne svela l'identità. Mi ha sorpresa, non me lo aspettavo proprio: Lenny Beal, un bell'uomo anche nella senilità, mi è sembrato subito un personaggio più importante di quanto l'autrice non abbia voluto lasciar intendere all'inizio. Ed è stato proprio così. 

Anche la figura di Nathaniel mi ha positivamente colpita: è un'ancora di salvezza per la piccola Alma fin dal primo momento in cui i due bambini (all'epoca del loro incontro erano piccoli, lui con qualche anno più di lei) si conoscono e le cose non cambieranno mai. Nel tempo diventa un uomo che protegge Alma, che la fa ridere, la consola, la coccola, la rispetta, la aiuta, la sorregge, le asciuga le lacrime ma che la lascia anche libera di essere se stessa.

Agli attimi di vita quotidiana si alternano racconti d'altri tempi con un continuo passaggio dal passato al presente e viceversa sia per quanto riguarda la storia di Alma che quella di Irina.

Alma mi ha fatto un po' arrabbiare ma anche soffrire con lei, per lei e per quell'amore che avrebbe meritato molto di più di ciò che ha avuto. 
Ha vissuto un'esistenza felice? Sì, ma non tanto quanto lo sarebbe stata - probabilmente - se avesse fatto scelte diverse.
I due personaggi femminili principali - Alma ed Irina - si contendono il ruolo di protagonista. Tra le due vince Alma per una precisa scelta dell'autrice che lascia, questo mi è apparso chiaro, Irina più nell'ombra affrontando la sua dolorosa storia in modo volutamente meno dettagliato.

Onestamente avrei gradito maggiore approfondimento della figura dell'amante giapponese - quell'Ichi che è sempre presente nella vita di Alma, in un modo o nell'altro - che sembra passare come personaggio secondario quando, invece, non lo è affatto. 

Pur avendo trovato tanti elementi narrativi piuttosto sfruttati, l'epilogo mi è comunque piaciuto e la lettura non è stata mai noiosa, secondo il mio punto di vista. 
Ho letto di meglio di questa autrice che ha abituato i suoi lettori in altro modo. Comunque, nonostante qualche perplessità, il libro mi è piaciuto.

Con questa lettura - che segnalo per il Venerdì del libro di oggi - partecipo alla challenge Le quattro cavaliere dell'Apocalisse come lettura libera. Inoltre, partecipo alla nuovissima Challenge Dalle tre Ciambelle in quanto libro avente protagonista anziano. Alma nel nostro caso.
***
L'amante giapponese
Isabel Allende
Feltrinelli Editore
281 pagine
€ 15.30 copertina flessibile

martedì 8 gennaio 2019

Gomorra (R. Saviano)

Io so. Ed ho le prove.

Sono queste brevissime ma pesantissime frasi che mi rimbombano in testa da quando ho finito di leggere Gomorra.
Una sfida, per me, affrontare una lettura di questo tipo. Una lettura arrivata in casa su richiesta di mia madre che, invece, ama leggere storie di vita vera, ama l'attualità ed evita caldamente romanzetti di storie inventate, come li chiama lei.

Di Gomorra si è detto di tutto e di più. Queste mie parole altro non sono - ed altro non voglio essere - se non le considerazioni di una lettrice che, chiuso il libro, ci ha messo un po' per decidere da che parte cominciare per esprimere le sensazioni che le storie raccontate in 331 densissime pagine hanno alimentato in lei.

Merci, persone, affari, contatti, rispetto, violenza, morte, minaccia, dominio, armi, imprenditoria, droga, controllo... Da dove comincio?

Gomorra è un colpo allo stomaco perchè quel che vi si legge, che va oltre l'immaginazione, è verità. Se, in un romanzo, è tutto accettabile trattandosi di invenzione narrativa, questa volta ciò che sconvolge è la verità nel suo complesso.

Io so. Ed ho le prove.

Sono vere le uccisioni, le violenze, i soprusi, le minacce, le estorsioni.
Sono vere le donne di potere, veri gli uomini di malaffare, veri i ragazzini assoldati dalla camorra per fare ciò che nessun ragazzino della loro età dovrebbe nemmeno immaginare. Ed è tutto così normale, così abitudinario che sembra quasi non ci si faccia caso. Normale la morte, la violenza, l'omicidio, le torture... 
Tra le pagine di Gomorra si perde il senso della normalità.
Cos'è normale per un ragazzino poco più che quattordicenne quando si atteggia a boss navigato e viene ucciso con una pallottola in testa per avere disturbato i boss quelli veri? Cos'è normale per donne che prendono le redini dell'impresa di famiglia e tirano avanti seguendo le orme dell'uomo che hanno avuto accanto fino a che non è stato ucciso o non è finito in carcere? Cos'è normale per chi si alza al mattino pronto ad affrontare un giorno di lavoro nella sua bottega ma si trova a fare con le vetrine continuamente crivellate di colpi? Cosa è normale in una Napoli in cui soltanto uno sguardo troppo insistente può costarti la vita? In una Napoli i cui quartieri corrispondono a famiglie di potere, in costante contrapposizione l'una con l'altra per soldi e per affermare il proprio dominio?

Si perde il senso della normalità. Questa è la considerazione che mi sento di fare al termine di questa difficile ed impegnativa lettura.

Sono tanti i personaggi che affollano le storie raccontate da Saviano. Tanti i volti che, leggendo, sono andata a cercare per dare una faccia a quelle persone di cui leggevo. Tante le voci che ho avuto la sensazione di sentire in testa, tante le urla strazianti che inevitabilmente mi è sembrato di sentire in sottofondo, nel leggere con quanta facilità si muoia ammazzati (e si ammazzi), in quella Napoli.
E non riesco proprio a dire che un personaggio mi sia piaciuto più di un altro. 
Sarebbe troppo facile dire che mi è piaciuto Don Peppino Diana per quel che ha tentato di fare contro la camorra. Troppo facile. Così come sarebbe facile dire che mi è piaciuta la maestrina che non ha accettato di far finta di non vedere ed ha denunciato una violenza inaudita. Troppo facile anche questo.
Non è tanto un personaggio a colpire il lettore... è l'intero viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra che sconvolge.

Lo stile narrativo di Saviano é incalzante anche quando è elencativo. Nomi, luoghi, relazioni, parentele...
Il suo è un racconto fatto in prima persona di ciò che ha visto, sentito, vissuto. Il suo è un libro che ricostruisce le logiche legate sempre a doppio filo con il denaro, il potere, il dominio. E' un libro ricco di nomi, di luoghi, di collegamenti, di coperture, di legami inaspettati. 
E' un racconto vero.
Non ho letto giudizi in nessuno passaggio ma analisi oggettive dell'inquietante realtà che l'autore ha avuto attorno nel suo ambiente di vita.
Pensandoci bene, un personaggio che mi è piaciuto c'è. E' la voce narrante, l'autore, Roberto Saviano. Sì, lui. Il suo racconto in primissima persona, le sue reazioni davanti a ciò che gli è scorso davanti agli occhi... Un protagonista-testimone che mostra la sua Napoli, quella che lo ha cresciuto e che gli ha posto davanti una realtà rispetto alla quale non si è voltato dall'altra parte, una realtà che ha raccontato con dovizia di particolari assumendosene tutte le responsabilità.

Alcune parti mi sono sembrate un po' noiose perchè, purtroppo, alla fine alla violenza ci si abitua. Ci si abitua a scene di uccisioni selvagge proprio perchè - ecco che mi ricollego a quanto dicevo sopra - una volta entrati in quel meccanismo perverso in cui non si riesce più a capire cosa sia la normalità,  anche la più inimmaginabile violenza diventa di routine, già vista, noiosa.
Saviano cambia pagina ogni volta che cambia capitolo focalizzando le sue attenzioni su persone e situazioni differenti ma resta il denominatore comune della violenza, della fame di soldi e di fama. Non posso dire che ci sia un capitolo più sconvolgente dell'altro perchè sono tutti sconvolgenti, nell'insieme: le armi, il ruolo delle donne, l'economia del cemento, il Sistema... tutti tasselli di un puzzle che si compone quotidianamente e la cui immagine complessiva è agghiacciante.

E' una lettura che non dimenticherò. Di questo sono più che sicura.

Con Gomorra partecipo alla challenge Le quattro cavaliere dell'Apocalisse in quanto libro con armi nella cover. Inoltre, partecipo alla nuovissima Challenge Dalle tre Ciambelle in quanto libro da cui è stata tratta una serie tv.
***
Gomorra
Roberto Saviano
Mondadori Editore
331 pagine
€ 15.50

venerdì 4 gennaio 2019

Acqua passata (V. Corciolani)

Promosso a pieni voti. Acqua passata, di Valeria Corciolani, è un libro che mi sento di promuovere a pieni voti nonostante un iniziale scetticismo dovuto allo stile dell'autrice.
Stile che, pian piano, mi ha conquistata, stile che caratterizza i personaggi ed anche la storia.

Ma andiamo per gradi.

Siamo a Chiavari.
Alma è una colf che è dotata di uno spiccato spirito d'osservazione. Andando nelle case della gente per cui lavora ne conosce abitudini, particolarità e stranezze ed ogni minima cosa fuori posto le salta agli occhi.
Vive con sua suocera e con quattro figli, due coppie di gemelli. Suo marito l'ha lasciata per andare dall'altra parte del mondo dove ha formato un'altra famiglia.
E' una donna molto responsabile, affidabile, seria e precisa che non esce mai dai confini del suo ruolo. 
Quasi mai... perchè accade qualche cosa che le scombussola la vita ed incontra qualcuno che avrà un ruolo fondamentale in tutto ciò.

Nel momento in cui un uomo viene rinvenuto in fin di vita e dopo aver trovato il cadavere di una giovane editor che abita nel palazzo dove Alma lavora, questa tranquilla quarantenne si vede stravolgere la vita e si trova a collaborare con l'ispettore Jules Rosset che trova proprio in lei una valida - anche se inusuale - collaboratrice.
La loro collaborazione è un tantino anomala e le intuizioni di cui Alma rende partecipe Rosset non sono vere e proprie prove ma sono degli agganci preziosi per delle indagini che sembrano arenarsi ogni giorno di più.
Ci sono legami tra i due accadimenti? E le misteriose scomparse che si verificano nei giorni successivi hanno qualche cosa a che fare con tutto ciò? Chi è il colpevole? Sono forse più colpevoli che hanno agito separatamente? O magari collaborando e coprendosi a vicenda?

Ho molto apprezzato l'abilità dell'autrice di delineare alla perfezione il carattere dei personaggi, i loro punti di forza e le loro debolezze. 
Ciò che all'inizio mi ha fatto un po' storcere il nasto è stato il modo in cui l'autrice tronca le frasi lasciando il discorso in sospeso. Pian piano, però, questo modo di fare diventa una caratteristica stilistica che mi è proprio piaciuta così come mi è piaciuto lo stile ricercato e preciso nel fornire descrizioni, nell'imbastire ragionamenti, nei dialoghi che mi hanno anche strappato il sorriso in più occasioni. Anche la scelta di chiudere un capitolo con frasi che poi aprono il successivo, anche se in contesti diversi, mi è piaciuta.

Il personaggio che più mi ha colpita è stato un ragazzino, Filippo, che è un personaggio minore. Compare come un fulmine e colpisce per simpatia e per schiettezza. In modo altrettanto fulmineo scompare dalla storia.
Un dialogo, in particolare, con Alma, mi ha fatto innamorare di quel bambino. Alma è nera, i suoi figli sono marroncino chiaro... e il dialogo con quel ragazzino su questo dato di fatto è davvero divertente ma rende anche bene l'idea di quanto sia importante relazionarsi anche con i più piccoli in modo schietto e sincero. Su questo Alma è imbattibile.

E' lei, comunque, il personaggio che domina su tutti non solo per il suo ruolo nell'ambito delle indagini, per la sua capacità di osservare e di dedurre ma anche per la sua sensibilità, per l'incapacità di far fina di niente ma anche per la capacità di vedere nelle indagini che la coinvolgono un valido motivo per venir fuori da quell'esistenza anonima nella quale si è segregata.
 Per dieci maledetti anni si è sepolta viva in una noia mortale. E cosa ha ottenuto? Casini, solo casini. E allora tanto vale lanciarsi a doppio tuffo carpiato. Perchè adesso si è davvero rotta le scatole di nascondersi dalla vita come un ragno nei buchi.
Alma cresce durante il racconto e non intendo anagraficamente (la storia si snoda nell'arco di pochi giorni) ma rivaluta la sua persona, si scrolla di dosso la zavorra che un abbandono e che i dieci anni di vita che ne sono seguiti le hanno lasciato addosso.

Ho molto apprezzato anche l'abilità dell'autrice di inserire una storia nella storia. Alle indagini, ai delitti, ai misteri rispetto ai quali Alma collabora con Rosset, l'autrice somma una parentesi familiare importante dando a quell'anonima colf un'umanità ed una fragilità che la plasmano come persona, come madre prima che come collaboratrice familiare o collaboratrice nelle indagini. E' una donna fragile quella che fa i conti con una famiglia altrettanto fragile per un sacco di buoni motivi. Ma è anche una donna che sa trovare la sua forza nel quotidiano, quando affronta con il cuore problemi che mai avrebbe voluto vedere emergere attorno al suo focolare.

Molto interessanti anche le figure del prete e dell'ex detenuto. Mi piacerebbe conoscerli entrambi, tanto mi ha incuriosita l'autrice con le loro descrizioni.

Da ultimo, ma non per importanza, l'ispettore Rosset. Non è un supereroe di quelli che compiono imprese mirabolanti. E' un uomo un po' imbranato, con una matrimonio fallito alle spalle ed un figlio che vede poco, un uomo che sa ammettere i suoi limiti e sa accettare l'aiuto di chi può fare la differenza, nella vita come sul lavoro. Perchè Alma lo aiuterà sul lavoro, è vero, ma avrà un ruolo anche nella sua vita donandogli quel calore che tanto gli manca, calore familiare e senza alcuna declinazione sessuale, sia chiaro. 

Alma ha un carattere particolare, Rosset ha un carattere altrettanto particolare: si trovano, si comprendono, si detestano in alcuni momenti, si aiutano.

Suggerisco questa lettura - che poi è la prima di una serie che avrà per protagonista la coppia Alma/Jules - e partecipo alla challenge Le quattro cavaliere dell'Apocalisse in quanto libro letto e recensito da Guerra. Inoltre, partecipo con questa lettura alla nuovissima Challenge Dalle tre Ciambelle in quanto libro con un minimo di 200 pagine.  
***
Acqua passata
Valeria Corciolani
Editore Amazon Publishing
letto in e-book
334 pagine 
copertina flessibile € 9.99

mercoledì 2 gennaio 2019

Non fidarti del buio (Emme X)

La lettura che mi ha accompagnata tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019 potevo pure risparmiarmela!

Non fidarti del buio è un libro che ho scelto perché utile per la challenge Le quattro cavaliere dell'Apocalisse in quanto libro dalla copertina prevalentemente rossa (anche se dalla foto non si vede!) e, lo ammetto, scaricabile in e-book nell'ambito dell'abbonamento unlimited di cui dispongo.
Diverse recensioni in cui mi sono imbattuta ne parlavano positivamente così ho pensato di leggerlo anche io.

Una delusione per me. 
Opinione personale, ovviamente, come sempre tra l'altro. .

Ho trovato la storia assurda, con delle situazioni inverosimili, personaggi poco credibili ed anche un e-book con diversi errori che mi hanno ulteriormente innervosita. Sono una lettrice pignola, chi legge le mie recensioni oramai lo sa. Sugli errori negli e-book sono disposta a soprassedere solo se la storia è piacevole, il libro ben scritto... solo se, insomma, ne vale la pena. Stavolta gli errori sono un'aggravante ulteriore.

Vivien è il personaggio attorno a cui ruota la storia. Ha subito un forte shock (e il lettore riesce a capire di cosa si tratta solo a lettura inoltrata) che l'ha ridotta a vivere una vita di solitudine, di paure e comportamenti alquanto scostanti. Le sue notti sono disturbate da continui incubi, le sue giornate sono fitte di temporanee amnesie che ne rendono l'esistenza difficile. E' pazza, come sua madre? Una donna, sua madre, che è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico per via di un passato che torna a chiedere il conto ancora oggi, a distanza di anni. Ma era davvero una pazza quella donna? O c'è qualcuno che l'ha fatta passare come tale e che sta facendo lo stesso con Vivien, sua figlia? Qualcuno vicino, molto vicino ad entrambe?

Vivien vive con un marito che si occupa di lei soltanto imbottendola di farmaci e che ha la vita piena di lavoro, lavoro ed ancora lavoro. Le sue giornate si trascinano così, tra farmaci, riposini, amnesie e paure. Marito assente, nessuna prospettiva per il futuro e una minaccia latente che non si comprende da dove arrivi. 
Non c'è nessun altro, nella sua vita, se non un'amica che da anni la sostiene e le sta accanto. 
Beatrix è il suo nome ed è la prima persona che Vivien cerca, in avvio del libro, non appena si trova in un momento di difficoltà. Lei cerca Bea, ma chi corre è il marito di questa sua amica, Fabrizio.

Inizia già da qui l'assurdità di una situazione che vede Fabrizio innamorato di Vivien senza che lei si accorga di niente. Fabrizio che fa delle scelte piuttosto discutibili pur di cercare di difendere la donna che ama e che tiene dei comportamenti che in alcuni passaggi sono incomprensibili, almeno per me.
Le situazioni poco chiare a dire il vero sono più di una in un contesto di una storia che è una via di mezzo tra un romance e un thriller, entrambi poco riusciti secondo il mio parere.
Non c'è un personaggio che ho preferito.
Il tentativo di definire le personalità dell'uno o dell'altra dipinge personaggi particolari, molto particolari, ma secondo il mio parere nel contesto del libro è tutto poco credibile.   

L'unica cosa che credo di poter notare sulla storia è il messaggio che intende lanciare l'autrice: niente è come sembra e non ci si può fidare di nessuno. Un messaggio molto comune a tanti, tantissimi libri, decisamente più riusciti di questo.

Mi spiace ma non è proprio una lettura nelle mie corde e, lo ripeto, la mia è un'opinione del tutto personale che, magari, non corrisponde a quelle di altri lettori. Rispetto il lavoro dell'autrice ma la lettura è così: non tutto può piacere a tutti, non tutti i lettori sono uguali e... ci sono storie che prendono ed altre meno. 
Stavolta il mio è un pollice verso.
***
Non fidarti del buio
Emme X
letto in e-book
243 pagine
copertina flessibile € 12.97