giovedì 8 giugno 2017

Fulmini (D. Steel)


Finito, finalmente! E' quello che ho detto arrivata all'ultima delle 435 pagine del libro Fulmini di Danielle Steel. Un libro che avrebbe potuto risolversi tranquillamente con 200 pagine in meno se solo l'autrice avesse voluto evitare di portare alcuni momenti troppo per le lunghe.
Ho letto diversi libri di questa autrice che, lo ammetto, non mi ha mai catturata più di tanto. Ho imparato a riconoscerne lo stile e mi sono detta - appena preso in prestito il libro in biblioteca - che mi sarei concessa una pausa romantica, leggera, non impegnativa. 
E invece, la storia è di per se piuttosto angosciante e resa pesante durante la narrazione. Non credo che servissero tante pagine per rendere al meglio la situazione, che parla da sola, e si sarebbe comunque messa in mano ai lettori una storia non banale ma nemmeno originalissima.

Già l'inizio mi ha dato sui nervi: Alex e Sam, una coppia di successo, avvocato lei e uomo d'affari lui, che non vuole permettersi di perdere tempo con un figlio. Si amano, la loro è una vita felice ma un figlio non porterebbe altro che scompiglio e sarebbe un ostacolo per le rispettive carriere. Meglio abortire, dunque, quando Alex si rende conto di essere in attesa. Tanto sono giovani e ne avranno di tempo, giusto? Non fanno nemmeno in tempo a pensarlo che Alex perde il bambino spontaneamente.
Improvvisamente le cose cambiano e i due iniziano a fare carte false pur di avere quel figlio che, si rendono conto, avrebbe riempito la loro vita e non squilibrato il loro essere!!!
Arriva una bambina così come arriva una brutta notizia: un cancro al seno per Alex.
La situazione precipita e gli equilibri famigliari sono davvero, questa volta, minati alla radice. 
Ho odiato caldamente quell'uomo. Un bambino mai cresciuto, incapace di affrontare la vita con i suoi alti e i suoi bassi, incapace di stare vicino alla donna che ama e incapace di venire fuori da un passato che lo rende ancora fragile.
Ho odiato lei quando non l'ha cacciato di casa a calci nel sedere. 

Non sono mai passata in situazioni di questo tipo, per carità, ma leggere la storia di una donna letteralmente presa a pesci in faccia dal suo compagno di vita nonché padre di sua figlia a seguito di una malattia che le ha fatto quasi perdere la vita bhè... mi ha irritata!
Già le difficoltà legate ad una malattia come può essere il cancro la dicono lunga di quanto angosciante possa essere una storia simile, figuriamoci con un marito di quel tipo accanto. 
Nemmeno quando arriva un barlume di speranza che risponde al nome di Brock, collega di lavoro di Alex, la storia si alleggerisce. Eh no. Perché ora a cadere in disgrazia è Sam che torna a bussare alla porta di Alex con la coda tra le gambe. 
Sono arrivata alla fine del libro a fatica, non posso non ammetterlo. Mi aspettavo una storia più leggera, più scorrevole invece mi sono trovata a sbuffare più e più volte. E nemmeno il finale mi è piaciuto.
Anche la traduzione ci ha messo lo zampino non rendendo al meglio.

E poi alcune situazioni grottesche: una bambina che viene definita in una pagina di tre anni, in un'altra di quattro anni, in un'altra ancora di tre anni e mezzo... ebbe, una bambina di questa età che si esprime con frasi che nemmeno un ventenne sarebbe in grado di pronunciare. Non credibile!
Poi una donna che viene descritta come affascinante pur se non tanto alta ma che, qualche pagina dopo, ha delle lunghe gambe affusolate! Dettagli che, nell'insieme, hanno reso la lettura deludente.

Con questa lettura - di cui si può fare tranquillamente a meno - partecipo alla Challenge The Hunting Word Challenge. La parola utile per la gara è FULMINE che ho trovato nel titolo ed anche raffigurato in copertina (copertina che, peraltro, è terribile!).


martedì 6 giugno 2017

Dillo tu a mammà (P. Mandetta)

Sono reduce da una lettura che parla di chi va e di chi resta e che mi trovo nuovamente tra le mani? Una storia che parla di chi va e di chi resta, di chi sente il richiamo delle proprie radici e delle sue origini. Sarà il periodo, ma mi sono trovata nuovamente a riflettere sui legami familiari, sui legami con la propria terra e stavolta a guidarmi in questa riflessione è stato Samuele  nel libro Dillo tu a mammà.

E' un ragazzo del Sud, Samuele, che si trova da tempo a Milano per lavoro. Ha una nuova vita, un futuro di successi pronto a spianarglisi davanti, una serena vita affettiva accanto al suo amore: Gilberto.
Io suo è un amore maturato dopo tanto tempo di baci rubati, sentimenti nascosti, abbracci fugaci. Ed è intenzionato a sposarsi con il suo Gilberto. Prima, però, deve superare un grande scoglio: tornare nella sua terra d'origine e comunicare la sua decisione alla sua famiglia. Una famiglia ed un paese del Sud, appunto, che non sanno di aver lasciato andare un ragazzo gay che non si sposerà mai con una donna e che non avrà mai, con una donna, dei figli. Come vorrebbe la regola!

Dare una comunicazione del genere non è mica facile! Nemmeno se a fare da spalla a Samuele c'è la sua migliore amica pronta a sostenerlo sempre e comunque, come ha sempre fatto da quando si sono conosciuti.
Ed è ancora più difficile quando l'intero paese d'origine viene messo al corrente della volontà di Samuele di sposarsi ma con la persona sbagliata: una donna, colei che lo ha accompagnato ma che non è la sua compagna di vita! Eh sì, il padre di lui non ci pensa due minuti prima di prendere un microfono in mano e dare l'annuncio a tutti, nel corso di un momento di aggregazione, senza nemmeno dare al ragazzo il tempo di dire una parola.

Ecco che da un profondo equivoco prende le mosse un'avventura di paese che porterà Samuele a prendere coscienza delle sue paure, delle sue contraddizioni ed anche della sua voglia di scoprire se stesso.
Stanco di aspettare il momento giusto, stanco di nascondersi, consapevole di essere tornato a casa per esprimere finalmente il proprio "io", ha una missione da portare a termine. Una missione che si rivelerà ben più grande della semplice necessità (ammesso che si possa considerare semplice) di dare una comunicazione alla propria famiglia.
Una missione che lo porterà a fare i conti con il suo presente ma anche con il suo passato e a guardare con occhi diversi il suo futuro.

Di questo libro ciò che ho maggiormente apprezzato sono le descrizioni dei luoghi che mi hanno fatto venire la voglia di conoscerli davvero. I colori, i suoni, le voci sono davvero coinvolgenti. 
E poi mi ha positivamente colpita il modo così diretto che l'autore usa per parlare di un tema, quello dell'amore tra persone dello stesso sesso, che anche al giorno d'oggi non è così semplice da trattare e da trasmettere senza pregiudizi e senza impalcature. Mandetta riesce a fare questo: a trasmettere senza filtri la passione, le paure, le indecisioni legate ad un amore tra due uomini, il rapporto con una terra d'origine che si manifesta molto più aperta e moderna del previsto. Passione, paure ed indecisioni che non hanno sesso così come non hanno età, non hanno provenienza ne' ceto sociale: sono le stesse che possono presentarsi in ogni persona innamorata, chiunque essa sia e chiunque sia il destinatario del suo amore. 

Ecco, questo ho pensato nel leggere il libro.

Mi sono anche fatta delle grasse risate con alcuni personaggi davvero folkloristici, con espressioni tipicamente locali e modi di fare che rendono alla perfezione la vita di periferia.
Per me si è trattato di un libro diverso dai generi che più mi appassionano e che, lo ammetto, in alcuni punti è andato avanti a rilento ma non per questo la lettura è risultata pesante o non gradita. Va anche detto che sono in un periodo particolarmente pieno della mia vita, con poco tempo libero e pochi momenti nei quali dedicarmi a mente libera alla lettura. Probabilmente il ritmo di lettura è dovuta anche a questo.


Ciò che è emerso in modo piuttosto chiaro ai miei occhi è un senso di insoddisfazione di fondo: parecchi dei personaggi che l'autore propone sono insoddisfatti della vita che fanno e, per un motivo o per l'altro, non fanno nulla per cambiare la propria vita. Sono personaggi che preferiscono restare nella situazione attuale pur di non deludere la famiglia, pur di non far parlare il paese. Serpeggia una rassegnazione latente palpabile. E questo, a dire il vero, al di là della storia di Samuele, mi ha rattristata un po': nella realtà credo che possano esserci molte situazioni di questo tipo, più o meno palesi. Ed è anche stato motivo di riflessione per me: quanto siamo disposti a metterci in gioco per noi stessi? Per la nostra felicità? O siamo, invece, succubi di una rassegnazione che facciamo finta di non saper riconoscere ma che, nel nostro profondo, riconosciamo molto bene?

Con questo libro partecipo alla Challenge La ruota delle letture per l'obiettivo assegnatomi da Laura La Libridinosa.
 

sabato 3 giugno 2017

Magari domani resto (L. Marone)

Di persone che hanno scelto di andare ne conosco diverse. Molte di più sono quelle che hanno deciso di restare. Tante volte mi sono chiesta quale fosse la scelta più coraggiosa, se lasciare tutto - affetti compresi - per ricominciare altrove o se restare ad affrontare i problemi quotidiani e dare un contributo affinchè qualche cosa potesse cambiare in meglio.

Bhè, mi sono detta che ci vuole coraggio in tutti e due i casi: il coraggio del distacco, del ricominciare senza avere nessuno accanto, dell'affrontare un ambiente nuovo ma anche il coraggio di farsi carico delle situazioni vicine, delle persone che si hanno accanto, dei problemi di ogni giorno.

Coraggio. 

E' quello che ho trovato nel libro di Lorenzo Marone, Magari domani resto.

Un libro di cui ho sentito tanto parlare e che ho in una copia autografata dall'autore, incontrato ad una presentazione organizzata nella mia zona. Ebbene, io ho trovato tanti esempi di coraggio in questa storia.
Luce è il personaggio principale ma io credo di poter dire che sono tutti importanti coloro che gli gravitano attorno. Tutti personaggi che hanno messo in campo una buona dose di coraggio.
Lo è sua madre: una donna abbandonata dal marito con due figli piccoli che, nonostante il suo modo di essere, i suoi silenzi e il suo modo di fare, ha avuto il coraggio di crescere due bambini da sola e di accettare una situazione più grande di lei.
Lo è sua nonna: una donna che le è stata accanto con affetto e che le ha trasmesso molto, una donna che ha avuto il coraggio di fare una scelta e di chiedere scusa a sua figlia, alla quale ha fatto un torto.
Lo è Carmen: una donna che ha il coraggio di ribellarsi ad un uomo potente e di affermare il suo amore per un figlio che non merita di diventare come lui, come quell'uomo che credeva di amare, che le aveva promesso agi e bella vita ma che si è rivelato per quello che è.
Lo è anche il marito di Carmen che, alla fine, ha il coraggio di abbandonare il suo ruolo di uomo potente che tutto può, e riconosce che è ora di smetterla di fare la guerra soprattutto quando di mezzo c'è un bambino.
E lo è anche lui, Kevin: un bambino che non sembra figlio dei suoi genitori, tanto è a modo, rispettoso, intelligente. Lui ha il coraggio di lasciarsi andare ai sentimenti, di riconoscere ciò che di bello ha attorno, di dare alle persone il giusto peso, di non rinunciare a seguire il suo piccolo ma grande cuore.
Lo è anche don Vittorio: un vicino di Luce che diventa per lei molto di più di un semplice conoscente. Un uomo che ha avuto il coraggio di troncare una storia che, secondo il suo punto di vista, non avrebbe avuto futuro ma che ha poi avuto la stessa dose di coraggio nell'ammettere che non si possono mettere bavagli all'amore. 
Ed Antonio? Il fratello che ha scelto di andare? Bhè, anche lui ha fatto una scelta coraggiosa assecondando un amore per una donna più grande, con un altro matrimonio alle spalle ed una figlia grane. Decide di tornare per affrontare la sua famiglia e per tentare di sentirsene nuovamente parte, seppur con la sua nuova situazione che non può essere che un arricchimento per tutti.

Luce. Non è più una ragazzina e la vita l'ha provata su più fronti. Una famiglia che non riesce quasi a considerare tale, viste le assenze che ha registrato da parte di un padre che ha abbandonato tutti, una madre assente pur nella sua presenza, una nonna vicina fisicamente ma lontana per un misterioso motivo, un fratello che se ne va. Lei resta. Decide di restare e di affrontare un presente fatto di sfide quotidiane, di solitudine, di senso di abbandono. Eppure, Luce scopre pian piano che tutti coloro che le stanno attorno hanno qualche cosa da darle. Ed anche quella causa che le viene affidata dal suo datore di lavoro - Luce è un avvocato - porterà qualche cosa di positivo nella sua vita.
E' una donna coraggiosa, testarda, con un carattere forte che la porta a tirare anche pugni se necessario. Ma mostra anche la sua debolezza, quella di una donna sola che è alla ricerca di un equilibrio in una vita in cui sente che manca qualcosa.
Luce mi ha trascinata nei vicoli di Napoli con delicatezza. Una Napoli - come aveva anticipato l'autore nel corso della presentazione del libro - che apre le sue porte senza necessariamente sottolineare la sua faccia più oscura che, comunque, in parte emerge dal racconto ma quasi di passaggio. E' una Napoli che cattura, che appassiona, che completa la figura di Luce e la sua storia.

Luce ha dei forti dubbi: vado? O resto?
A ben guardare, chi di noi non ha mai avuto dubbi di questo tipo rispetto alla propria vita o, semplicemente, ad una situazione che richiedeva una scelta del genere? Non è una scelta facile. E ci vuole coraggio. Quello che a Luce non manca.

Con questa lettura, che consiglio senza riserve, partecipato alla Challenge La ruota delle letture: un libro con la copertina blu (e sfumature).
 
E partecipo anche alla Challenge From Reader to Reader 2.0.

lunedì 29 maggio 2017

Pane per i Bastardi di Pizzofalcone (M. De Giovanni)

C'erano alcune situazioni in sospeso rispetto alle quali avevo una certa fretta di capire gli sviluppi: la storia dei suicidi-omicidi, la storia tra Lojacono e Laura Piras, le scelte di Alex, il futuro della piccola Giorgia. 
Quando si legge una serie, e ci si innamora dei personaggi, succede così: si ha una certa ansia di capire cosa ne sarà dell'uno e dell'altro personaggio. Pane per i Bastardi di Pizzofalcone è terminato in fretta, nonostante le 331 pagine che in qualsiasi altro libro mi avrebbero fatto pensare ad un classico mattone!
Con Lojacono non è così. Fino ad ora, con tutti i libri che l'hanno avuto per protagonista e che ho letto, non è mai stato così. Pane l'ho letto in due giorni, letteralmente divorato, proprio come se fosse una rosetta di pane fresca di forno.

La storia ha a che fare, come ben si può pensare, con un forno. Il proprietario del forno è la vittima e c'è chi pensa che si possa trattare di un delitto di mafia, visto che proprio quell'uomo era stato testimone di qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Aveva anche ritrattato, ma ormai il guaio era fatto.
Eppure... L'ispettore Lojacono si è trovato sul posto per pochi minuti - presto allontanato dai colleghi della DDA - ed ha capito che di mafioso quel delitto non aveva proprio nulla.
Ecco che due diverse squadre investigative si trovano a contendersi le indagini: gli uni guidati da chi ha intenzione di prendersi una rivincita su un clan mafioso con cui ha un conto aperto; gli altri guidati dall'intuito di che vuole solo che il colpevole paghi per quanto commesso, chiunque esso sia.

Senza dilungarmi sulla trama, che come al solito è ben costruita e che vede il caso principale alternarsi con un caso molto singolare di stalking, mi preme sottolineare alcuni aspetti.

Il caso dei suicidi-omicidi inizia ad innervosirmi. E non dico altro. 

La storia tra Lojacono e Laura Piras... anche qui posso dire che inizio ad innervosirmi. Laura dimostra di essere una donna di carattere, decisa, autoritaria quanto basta ma anche profondamente umana. Il suo personaggio mi piace molto: è una donna a cui mi piacerebbe assomigliare, lo ammetto. Anche se, e qui non voglio fare spam, una certa caduta di stile se la poteva risparmiare.

Alex finalmente si libera dei legami oppressivi della sua famiglia ma non è del tutto serena. Ha ancora molta strada da fare per raggiungere la vera libertà che ha solamente in parte ottenuto andandosene da casa.

La piccola Giorgia mi fa una tenerezza infinta, soprattutto se l'immagino tra le mani di colui che l'ha salvata, quelle stesse mani che sono state capaci di compiere gesti sconsiderati ma che, ora, sono fonte di immenso amore. 

Una parentesi va aperta su Serpico ops... Marco Aragona. Stavolta mi ha divertita più del solito per via del suo comportamento un po' da fumetto ma, soprattutto, per la relazione che si instaura con la vittima di stalker. Mi ha davvero divertita ed ha acquistato ulteriori punti in simpatia riuscendo a dimostrare, anche stavolta, di essere bravo nel suo mestiere, nonostante tutto.

Inutile dire che consiglio questo libro senza riserve ma che va letto in ordine, dopo gli altri: anche se l'autore offre costantemente spiegazioni su situazioni pregresse che vengono comunque accennate per permettere ad ogni lettore di comprendere ciò di cui sta parlando (anche se non avesse letto i libri precedenti) è indubbio che andando in ordine si avrebbero tutti i tasselli giusti, al posto giusto, per avere un'idea complessiva della storia.

Mi sono goduta questa avventura di Lojacono, Palma e tutti gli altri in una belle domenica di sole: non potevo avere compagnia migliore!!!
Con questa lettura partecipo alla Challenge The Hunting Word Challenge. La parola utile per la gara è PANE che ho trovato nel titolo ed anche raffigurata in copertina.
Inoltre, partecipo anche alla challenge Leggendo SeriaLmente per l'obiettivo serie Thriller/Giallo
 

venerdì 26 maggio 2017

Troppa felicità (A. Munro) - Venerdì del libro

Lo so: non mi piace leggere libri che siano una raccolta di racconti. 
Eppure ogni tanto cerco un'eccezione. 
Cerco un autore che mi faccia ricredere. 
La Munro non mi ha fatto ricredere per niente.

Nel libro Troppa felicità propone una raccolta di racconti di persone che hanno commesso degli errori, che sono state vittime di errori altrui, che hanno fatto scelte sbagliate.

La prima cosa in assoluto che mi ha confusa è stata la mia difficoltà di memorizzare i tanti nomi che si susseguono nei vari racconti.

Ogni storia mi è sembrata lasciata appesa a metà: onestamente trovo che la storia di ognuno potesse essere una buona traccia per sviluppare un libro in modo completo e sono rimasta con quel senso di vuoto che mi ha lasciato l'amaro in bocca.

Non ci sono personaggi che mi sono piaciuti più di altri visto che non sono riuscita a metterli bene a fuoco. 

Posso dire, però, che il personaggio che meno mi è piaciuto è stato il protagonista del primo racconto: quella Doree che fa la cameriera per mestiere ma che ha un passato tragico tatuato nell'anima. Ha perso i suoi figli per mano di suo marito e lei, nonostante ciò... Non voglio svelare nulla ma devo dire che il suo modo di fare mi ha innervosita, disturbata. L'ho percepita come una donna incapace di dare il giusto valore alle cose. E questo, nel contesto della sua storia, mi ha dato un po' fastidio.

Così come mi ha disturbata la figura di Nita che fa entrare in casa sua uno sconosciuto e ne diventa vittima. Non tanto dal punto di vista fisico - non subisce violenza di nessun tipo - ma subisce la presenza di un uomo altamente disturbato e che ha, anche in questo caso, un passato tragico tatuato addosso. 

Doree e Nita sono due figure femminili che non mi sono piaciute. Secondo me l'autrice non ha reso al meglio al figura femminile rendendola vittima passiva. Ed ho proseguito la lettura con scarso interesse, lo ammetto.

Ogni racconto mi ha lasciato addosso un senso di tristezza di fondo. Se dovessi dare un colore agli otto racconti userei il grigio. Diverse tonalità ma sempre grigio, a differenza della brillantezza della copertina che, a dirla tutta, mi aveva trasmesso qualche cosa di diverso.

Probabilmente non sono riuscita ad entrare in sintonia con l'autrice o, probabilmente, ho iniziato a conoscerla leggendo il libro sbagliato. Non so dire con precisione. Resta il fatto che sono contenta di aver finito di leggere un libro che diventava pesante una pagina dopo l'altra, un racconto dopo l'altro. 
Sarò pure una voce fuori dal coro ma non posso farci niente: non ho trovato quei racconti dalla bellezza incandescente che promette l'ultima di copertina del libro. 
I gusti dei lettori sono vari, differenti, determinati da tante variabili. Questo libro della Munro non è nelle mie corde. Pazienza! 

Con questa lettura partecipo alla Challenge The Hunting Word Challenge. La parola utile per la gara è FELICITA', nel titolo.
Partecipo anche al Venerdì del libro di oggi con questa lettura. Personalmente non mi è piaciuto, magari c'è chi ha un'opinione diversa. Parliamone.

martedì 23 maggio 2017

Non è stagione (A. Manzini)

L'ho già detto che le edizioni Sellerio mi piacciono un sacco? Perchè di formato maneggevole, bella carta, grandezza dei caratteri giusta... Sì? Allora mi scuso della ripetizione. 
Certo è che il fatto di aver potuto portare sempre con me il libro Non è stagione, di Antonio Manzini, ha contribuito a farmelo leggere in fretta visto che ho potuto usare tutti i tempi morti della giornata per cercare di capire chi fosse il colpevole!
Cosa, questa, che non sempre è agevole quando il libro è grande, pesante e scomodo da portare dietro.
Posta tale premessa, Rocco Schiavone è tornato a catturare la mia attenzione con le caratteristiche che avevo già imparato a riconoscere in precedenza: bravo investigatore con modi alquanto discutibili, sempre pronto a fare di testa sua quando è convinto di essere sulla strada giusta, con una vita privata piuttosto indefinita e sempre più infreddolito in quelle scarpe che consuma come il pane. 
E poi il suo umore, sempre così variabile e perennemente nero. 
Così come quel malessere che lo attanaglia ogni volta che ha a che fare con il male, con ciò che di peggio la società offre e che, bene o male, qualche residuo lo lascia sempre addosso.

Ho apprezzato il fatto che l'autore abbia dato qualche elemento in più per mettere meglio a fuoco il personaggio di Schiavone. Pian piano si capisce che cosa è successo a Marina, sua moglie ed emergono altri elementi che permettono di inquadrare meglio il soggetto. 
Così come ho apprezzato che l'autore chiami Rocco per nome, non per cognome come invece spesso è capitato in altri romanzi dove il cognome sovrasta ogni cosa. Chiare il protagonista per nome me lo ha reso più familiare, più umano.

Questa volta è alle prese con due casi che inizialmente non sembrano avere elementi in comune: un incidente stradale in cui hanno perso la vita due persone e la scomparsa di una diciottenne. 
Chiara è il nome dalla ragazza attorno alla quale si concentrano le attenzioni del vicequestore Schiavone e dei suoi. Un rapimento, questioni di soldi e chissà cos'altro ci potrà essere sotto alla scomparsa... Ben presto sarà svelato.

Ad un certo punto, quando mancavano 100 pagine circa alla fine, ho pensato di aver capito tutto. E invece no. Gli sviluppi delle indagini si alternano con l'immagine di un uomo che si ritrova solo nella sua casa, solo assieme ai suoi ricordi e ad una presenza che fa fatica a lasciar andare via. Ed è anche un'immagine tenera quella che emerge. Un uomo che non ha paura di niente e di nessuno nella sua vita di tutti i giorni ma che, nel privato, ha un punto debole che lo rende vulnerabile. Non è il supereroe che sembra avere i super poteri. E' un uomo come tanti. Un bravo investigatore ma, prima di tutto, un uomo.

Il finale del libro mi ha presa in contropiede e lascia aperta una porta per il prosieguo.
Libro che consiglio, personaggio che cattura anche per via dei suoi modi e dei suoi comportamenti spesso particolari ma profondamente umani.

Con questa lettura partecipo la Challenge La ruota delle letture: un libro recensito nel 2016 da Laura del blog La Libridinosa.
 
Inoltre, questa lettura mi permette di partecipare anche alla Challenge The Hunting Word Challenge. La parola STAGIONE è stata assegnata come parola bonus.

venerdì 19 maggio 2017

Pietra è il mio nome (L. Beccati) - Venerdì del libro

Preso a cinque euro ad un mercatino dell'usato, il libro di Lorenzo Beccati Pietra è il mio nome mi ha attirata per lo sguardo magnetico della donna in copertina ed anche per via del titolo. 
Una donna che si chiama Pietra e che vanta in modo così diretto tale nome - questo ho pensato - dev'essere una donna particolare. E non mi sbagliavo affatto!

Pere essere particolare, Pietra particolare lo è.
Ha un passatto che si porta cucito addosso anche ora che non è più una bambina.
Ha un presente che la marchia a fuoco come rabdomante rinchiudendola in un'alea misteriosa e pericolosa.
Ha sempre un bastoncino addosso e lo usa: oramai è abituata a farlo, lo è da quando era piccina a dire la verità, quando ha scelto di diventare quella che è. Sa benissimo, però, di non avere alcun potere ma di essere una persona acuta, intuitiva. Tutto qui.
All'epoca, siamo negli inizi del 1600, era più semplice credere alle arti magiche che non nell'intelligenza di una donna. Pietra lo capisce fin da bambina e ne approfitta creandosi un'identità che la renderà una donna temuta dai più..

Pietra si trova alle prese con delle misteriose e cruente morti. 
Morti di persone che, se ne renderà conto ben presto, non sono poi così lontane dalla sua persona, dal suo passato. Morti per le quali sa bene che non è ancora arrivata la fine visto che ci sono altre donne designate come vittime della misteriosa mano omicida.
La trama è originale ma un tantino scontata, devo dirlo. E lei è un personaggio senza dubbio intrigante ma concecipito a mo' di supereroe. Una donna così è meglio averla per amica che per nemica, non ci sono dubbi!
Viene colpita  violentemente e si rialza come se non avesse subito più di una folata di vento tra i capelli ed è questo che la rende poco credibile. Soprattutto nel finale, quando viene aggredita e sembra che nessuno si renda conto di ciò che ha subito visto che nessun riferimento si fa ai segni che, invece, durante la colluttazione, sono chiari.
Un dettaglio di poco conto? 
Bhè, nei thriller in cui si sono i commissari supereroi si è molto spesso disposti a passare sopra a descrizioni inverosimili e ci si affeziona all’eroe invincibile. Stavolta... forse perché si tratta di una donna, non so... Non che io voglia fare delle discriminazioni, ci mancherebbe, ma il suo essere una persona sopra le righe emerge con particolare violenza.

Violenza, ecco un altro punto: scorre sangue a fiumi sia attorno a Pietra per via delle misteriose morti che nel racconto parallelo, quello che introduce un personaggio che sembra una specie di mostro immortale e che, alla fine, se la vedrà con lei.

Non dico altro.

Il colpevole è piuttosto prevedibile, lo si intuisce chiaramente ed il finale non è una grande sorpresa se non per le modalità con cui tale colpevole viene portato alla luce, agli occhi della giustizia che - fino a quel momento - non ci ha capito un granché.

Non mancano riferimenti storici, vengono introdotti personaggi potenti dell'epoca e viene marcata la distinzione tra chi è schiavo e chi non lo.

Nonostante il suo personaggio mi sia sembrato poco verosimile, devo dire che Pietra mi piace: mi piace la sua consapevolezza di dover ingannare il prossimo perché  convinta che una donna non dovesse dimostrarsi intelligente davanti ad un uomo. Meglio mostrarsi inerme, sottomessa e, perché no, un po’ maga con quella bacchetta in mano piuttosto che ammettere di essere una persona dotata di acume ed intelletto. Valutazione molto intelligente, per quell’epoca, e sfruttata al meglio.
Ho ammirato il suo sangue freddo in diverse circostanze (per poi dover fare anche i conti con le esagerazioni, però!) ed ho anche provato tanta tenerezza per Pietra bambina, quella che non ha mai ricevuto una carezza che la sua memoria sia in grado di ricordare.

Nonostante i difetti, la lettura è risultata scorrevole: di recente mi è capitato di abbandonare la lettura di un libro dopo un centinaio di pagine... non riuscivo proprio ad andare avanti, annoiata e del tutto disinteressata alla storia. Pietra, se non altro, mi ha incuriosita.
Propongo questa lettura per il Venerdì del libro di oggi e resto in attesa di eventuali pareri, anche discordanti, su questa figura femminile e sulla sua storia.

Con questo libro partecipo al la Challenge La ruota delle letture : per questa tappa mi è stata assegnata la lettura di un libro con la copertina nera.