Ciò che mi ha colpita di più dell’incontro
con Giuseppe Catozzella, autore del libro Il grande futuro, è stato il suo modo
tranquillo e pacato di affrontare tematiche così delicate come quelle collegate
all’Islam ed al mondo musulmano. Una pacatezza, quella usata nel proporre la
conoscenza delle ragioni del nemico, che credo sia tutt’altro che scontata in
un periodo in cui, come quello attuale, sono così vive le immagini degli
attentati che sfilano in tv per ricordare quotidianamente cosa sta accadendo. In
un periodo in cui è facile lasciarsi andare a giudizi spesso motivati dalla non
conoscenza di ciò di cui si parla.
Ed ecco l’altro aspetto che tanto
mi ha colpita in quest’uomo: la sua profonda conoscenza dell’argomento e la sua
voglia di raccontarla a tutti come testimone diretto di ciò che non è solo un
romanzo ma il racconto di un incontro che pone le sue basi sulla realtà.
L’incontro con Alì. Di questo sto
parlando. Perché nel libro Il grande futuro è Alì che parla e che racconta di
se, della sua vita, delle sue scelte. Il libro non l’ho ancora letto ma lo farò
presto. Per il momento mi limito a raccontare il nostro incontro (nostro… io
ero in platea tra tanti altri, non ho certo l’esclusiva!).
L’occasione di questo incontro è
stata favorita da un’iniziativa dell’Associazione Santa Croce (in collaborazione con la libreria Il Gatto con gli Stivali) che, nell’ambito
della rassegna Incipit, ha voluto proporre un approfondimento su tematiche
attuali grazie alla presenza di Catozzella.
Il grande futuro è il suo quarto
romanzo.
“Alì è un ragazzo di origini
molto umili, discendente da una famiglia molto povera – racconta Catozzella nel
presentare il protagonista del suo romanzo – e per rivendicare le sue origini era entrato nel fondamentalismo da cui
poi è uscito per amore”.
L’autore, tra l’altro nominato Goodwill Ambassador Onu, ha
voluto conoscere da vicino il fenomeno che era alla base degli spostamenti di
massa da paesi in guerra. Ha conosciuto da vicino la guerra ed ha voluto
capirla per poi parlarne “…perché credo che la letteratura non debba per forza
indietreggiare davanti al molto che all’autore è dato di vivere”.
“Ogni volta che ho incontrato Alì
era con il volto coperto - dice Catozzella – perché come conseguenza delle sue
scelte aveva messo in pericolo la sua vita. Quando entri nel fondamentalismo fai
un giuramento e vieni protetto. Quando fai una scelta differente e vuoi uscirne
metti in pericolo la tua vita. Durante i nostri incontri vedevo solo gli occhi.
Molto intensi ma anche misteriosi. Inizialmente era molto titubante ma pian
piano si è aperto e mi ha detto che voleva soltanto giustizia. Nel fondo di
quegli occhi ho trovato me stesso. Se quello che avevo di fronte era il mio
nemico bhe… avevamo tantissimo in comune. Le stesse speranze, le stesse paure,
la stessa sete di giustizia. Ho capito che io e il mio nemico eravamo la stessa
cosa. Evidentemente erano altre le motivazioni che ci avevano reso tali. Ho
voluto dare voce al mio nemico”.
Una scelta coraggiosa, quella di
Catozzella. Quando, poi, si era sul punto di pubblicare il libro la cronaca ha
portato alla luce gli attentati più recenti e pubblicare un libro così poteva
essere inopportuno. Alla luce di ciò, hai riflettuto sull’opportunità di
pubblicarlo?
“Erano anni che stavo lavorando
al libro. Tutta la macchina editoriale era in moto. Sulle prime ho chiesto al
mio editore di evitare la pubblicazione ma poi ci abbiamo pensato ed entrambi
abbiamo ritenuto che, invece, andasse fatto. Lo abbiamo fatto. Provavo sentimenti
contrastanti. Da un lato la rabbia viva per un grande attentato a casa nostra e,
dall’altro, la conoscenza di quei luoghi, di quelle persone. È una cosa diversa
la guerra di là e di qua. Sono felice dell'uscita di questo libro perché è
forse un’occasione da non perdere per chi vuole di capire le ragioni del nemico
ed anche le nostre, di ragioni”.
“Questa volta la guerra non è più come la prima guerra
mondiale: ora siamo l’uno dentro l'altro. Il nostro nemico abita a casa nostra
e noi siamo a casa del nostro nemico, anche se questo non ci viene raccontato.
Vorrei raccontare un episodio emblematico, a tale proposito. Quamdo Alì fa il
battesimo del fuoco prende in mano un fucile e guarda la matricola: è una
matricola che rimanda al produttore… ed il produttore è quel Paese nemico
contro il quale il popolo di Alì combatte. E si domanda che razza di guerra sia
quella in cui è il nemico ad armare i guerriglieri”.
Nello scrivere questo romanzo pensavi,
come interlocutori, ai giovani come romanzo formativo?
“Quando scrivo non ho un target
in mente. Io giro molto le scuole ed ho scoperto che gli adulti hanno già delle
nozioni acquisite ed è difficile raccontare ciò che ho visto. La verità è che
queste cose non ce le hanno mai raccontate. I ragazzi invece hanno molta più
sete di conoscenza, di sapere ed hanno meno preconcetti in mente di quanto,
invece, non ne abbiano gli adulti. Questo posso dire: è più facile parlare con
i giovani che con gli adulti ma non avevo un target preciso in mente”.
Davanti a tematiche così
importanti, quali sono le domande più comuni, le curiosità più comuni da parte
dei giovani che incontri?
“La domanda più comune è quella
di sapere quanto c'è di vero e quanto, invece, vero non lo é. I miei romanzi
richiedono tanto lavoro sulla realtà ed io dico che tutto è vero e tutto è
inventato”.
Che storia è, quella di Alì? Una storia di violenza, di
paura, di guerra?
“Io racconto una storia di luce,
di riscatto. Alì è servo figlio di servi. Vuole strapparsi da questo destino e
fa un percorso in questa direzione. Va incontro alla felicità fino alla fine. La
felicità è un diritto di tutti. Se la cerchi si fa trovare".
Che obiettivo ti eri posto nel pensare ad un libro così?
Tanti altri sono stati gli
spunti di riflessione emersi nel corso dell’incontro e che avrebbero richiesto
ore di approfondimento su un tema così attuale. Ora non resta che leggere il
libro e farsi la propria idea delle ragioni del nemico che sono quelle a cui
Catozzella ha voluto dare voce.
