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martedì 24 ottobre 2023

Il vento conosce il mio nome (I. Allende)

Solitamente non vado dietro alle ultime uscite ma con Isabel Allende, la mia autrice preferita, ho fatto volentieri un'eccezione. 

Onestamente non sapevo cosa aspettarmi ed è stata una conferma. La Allende è e resta la mia autrice preferita. Anche dopo tanto tempo.

La penna della Allende indaga nella vita di persone che sono costrette a lasciare la loro casa e non certo per loro volontà ma perché costrette. Costrette soprattutto da ciò che la storia dell'epoca ha portato con sé

Devo ammettere di aver pensato, sulle prime (e non avendo letto, per scelta, la trama o qualsivoglia recensione) che potesse trattarsi di una raccolta di racconti. Mi sbagliavo e di grosso.

Il lettore si trova davanti - in particolare - a piccole esistenze sconvolte da un mondo violento che li costringe a lasciare le persone che amano e ad andarsene lontano. Per Samuel la fuga vuol dire la sopravvivenza dei nazisti e per Anita, alle prese con un triste sistema di immigrazione statunitense, vuol dire cercare con tutta sé stessa di mantenere viva la speranza di una vita migliore e, con lei, di riabbracciare la sua mamma.

Per entrami si legge la tragicità di scelte che quei bambini si trovano a subire. Ed entrambi faranno la loro strada. Una strada che, seppur accidentata, a ben pensare è molto più fortunata di quella di tanti altri bambini che ancora oggi restano vittime, in un modo o nell'altro, degli eventi.

La storia viene narrata su diversi piani temporali (si parte da Vienna, 1938 per arrivare a tempi più attuali) che si intrecciano magistralmente consegnando al lettore storie di personaggi difficili da dimenticare.

Samuel, prima, e Anita, poi, sono in fuga. Le loro storie sono dolorose ma anche piene di coraggio e di forza di volontà. Sono piene di personaggi crudeli, è vero, ma anche di persone di buon cuore. Le loro esistenze si incontrano... ed è magia. Non una magia fatta di bacchette magiche e stelline dorate. No. La magia è nell'anima dei due così come nelle sensazioni che vengono trasmesse a chi sta da quest'altra parte, quella del lettore.

Sono anche altri i personaggi che entrano in ballo ma sono Samuel e Anita che restano impressi nella mente e nel cuore di chi legge. Nei miei, almeno.

Isabel Allende non ha perso il suo smalto. Racconta la storia, con tutte le sue brutture e con le violenze che ne hanno segnati i tratti ma lo fa, oltre che con estrema preparazione, anche con la massima delicatezza senza mai scadere nello scontato. Non si risparmia, l'autrice, anche da una chiara critica al sistema dell'immigrazione. E non risparmia - ma questa è una cosa soggettiva di ogni lettore, una considerazione che dovrebbe riuscire a trarre da solo - un dato di fatto: la storia non ci ha insegnato niente. 

I fatti di cronaca ce lo ricordano ogni giorno. Putroppo.
***
Il vento conosce il mio nome
Isabel Allende
Feltrinelli editore
pag. 320
22.00 euro copertina flessibile, 12.99 Kindle, Audiolibro

giovedì 27 aprile 2023

The skin I'm in. Il colore della mia pelle (S. G. Flake)

 

Maleeka ha 13 anni, una pelle molto scura e vive con sua madre e sua nonna.

Appena l'ho incontrata mi sono resa conto di avere davanti agli occhi una ragazzina rassegnata a subire le angherie altrui perché nulla e nessuno può cambiare questo stato di cose. Il fatto di essere nera, in primis. Il fatto di non vestire alla moda a seguire.

Ed in effetti è così: in una scuola (siamo negli Stati Uniti di fine anni novanta, credo... ma ho fatto fatica a trovare riferimenti temporali... unico riferimento l'anno di uscita del libro che è il 1998) in cui anche gli insegnanti subiscono i comportamenti inadeguati degli alunni e poco possono davanti ad atteggiamenti a dir poco irrispettosi, accettare tutto di buon grado - gesti di bullismo inclusi - senza fare una piega sembra essere l'unica strada per la sopravvivenza. Perché, di fatto, Maleeka sopravvive, non vive. Sopravvive alle prese in giro dei compagni che la additano per via del colore della sua pelle, sopravvive alle violenze (verbali e non solo) della leader del gruppo che però considera un'amica... Triste, tutto molto triste. Triste l'idea di dover subire continuamente i gesti, a volte violenti e comunque sempre offensivi, di qualcuno per poter restare nelle sue grazie...

Ancora più triste se si pensa che le vittime di bullismo sono molte e, soprattutto, fuori dalle pagine di un libro. 

Lo sono anche se non hanno una pelle scura. 

Lo sono anche se non sono orfane di padre come lei o se non indossano vestiti cuciti alla meno peggio dalla mamma, come lei. 

Lo sono tra noi, nella scuola dei nostri figli, nelle strade della nostra città, nei vicoli dei nostri quartieri. Non è necessario arrivare tanto lontano per evocare situazioni analoghe e quel senso di impotenza che pervade tutta la storia - questo è ciò che mi ha trasmesso la storia di Maleeka - dovrebbe essere più concreto che mai se solo ci guardassimo attorno.

L'arrivo di una nuoa insegnante nella scuola di Maleeka è un momento di svolta: anche lei, però, viene presa in giro per via di un difetto fisico che le sta scritto in faccia e anche nei suoi confronti la violenza di alcuni ragazzini mi è sembrata davvero intollerabile. Impossibile poter tollerare quanto viene raccontato, impensabile che un adulto possa essere apostrofato in quel modo, inaccettabile. Sotto questo punto di vista devo ammettere di aver storto un po' il naso, come se niente e nessuno potesse fare qualche cosa per cambiare la situazione anche davanti a comportamenti evidenti, palesi e inaccettabili.

Ragazzini che vengono pestati per strada senza che qualcuno alzi un dito, familiari che sbattono i pugni sulla cattedra del preside pretendendo che la propria congiunta venga a tutti i costi promossa...

L'arrivo della nuova insegnante in qualche modo scompiglia le carte ma io ho faticato a mettere a fuoco il suo personaggio, il suo ruolo nella storia...

Razzismo e bullismo sono i temi dominanti e le situazioni prospettate, a dispetto della copertina disegnata che fa pensare a qualche cosa di più leggero, sono importanti. Forti. 

Anche il focus che viene proposto sull'ambiente scolastico, sulle sue regole (se così le possiamo chiamare) è piuttosto triste. Compresi i rapporti tra insegnanti, a dire il vero.

Ammetto che avrei preferito che alcune parti fossero più approfondite soprattutto della personalità della ragazzina, della sua situazione familiare ma anche la personalità della bulla di turno non sarebbe stata male se maggiormente approfondita. Poi mi sono detta che le mie sono considerazioni da adulta ed essendo questo un libro per ragazzi probabilmente va bene così.

Io ho chiuso l'ultima pagina con l'amaro in bocca, però. Troppo semplice affrontare tematiche così importanti e poste  con tanta irruenza nella prima parte per poi veder capitolare il tutto così in fretta come viene proposto.

Non è una lettura leggera. Per niente. Stimola parecchie riflessioni ma, personalmente, mi ha lasciata una certa amarezza addosso.
***
The skin I'm in. Il colore della mia pelle
Sharon G. Flake
Giunti editore
156 pagine
14.00 euro copertina flessibile, 8.99 kindle

lunedì 2 gennaio 2023

La bibliotecaria di New York (M. Benedict e V. C. Murray)

Che cosa vuol dire essere una donna afroamericana all’indomani della Guerra Civile, quando la schiavitù era teoricamente fuori legge ma nella realtà il suprematismo bianco, le leggi Jim Crow e i linciaggi prendevano più piede?

In un contesto di questo tipo, cosa deve aver passato una giovane donna ambiziosa e capace a spacciarsi per bianca pur essendo figlia di un uomo che si era impegnato in prima persona per fare in modo che nel mondo tutti gli individui fossero liberi e potessero mostrare con orgoglio le proprie origini?

 

 Non deve essere stato facile. Tutt’altro. 

Ed è ciò che ha fatto Belle da Costa Greene. La sua scelta non è stata causale, tantomeno superficiale. Se, da una parte, suo padre si è sempre battuto per l’uguaglianza, sua madre ha sempre saputo che in un mondo di bianchi, l’unico modo per dare un futuro ai suoi figli fosse quello di fingersi come loro, bianchi.

E Belle, grazie alla sua carnagione chiara, riesce facilmente a nascondere le sue origini, il suo “sangue scuro” come lei stessa dice ad un certo punto. Riesce non solo a non far trapelare le sue origini ma ad emergere in un mondo di bianchi, per lo più in un mondo di uomini bianchi, come può essere quello della cultura e dell’arte agli inizi del Novecento.

Belle è una donna coraggiosa ed anche spocchiosa, a tratti. È sicura di sé, pronta a ritagliarsi un posto ben preciso nella società. Una scelta non facile, la sua. Anche se dimostra di avere un carattere forte supportato da una preparazione invidiabile, tale da farle conquistare un posto di fondamentale importanza nell’alta società newyorkese, le autrici hanno reso alla perfezione tutte le fragilità che si nascondono dietro un’apparente sicurezza, spavalderia anche. Ad un certo punto della sua vita Belle è dilaniata dal dubbio e si interroga su cosa sia più giusto: se continuare a vivere con una maschera e continuare a dare il suo contributo nel mondo dell’arte e della cultura dell’epoca o se gettare via la maschera, rischiando di perdere tutto per impegnarsi, magari, a difendere gli stessi ideali di suo padre a vantaggio del popolo afroamericano. Il lettore è condotto per mano a riflettere con lei, a guardare a quegli anni andando oltre la patina dorata che sembra ricoprire la vita di quella donna diventata, a quel tempo, un’istituzione. 

Devo ammettere che i suoi comportamenti, soprattutto dal punto di vista delle scelte personali, mi sono sembrati discutibili in più momenti: ma chi sono io per giudicare le scelte di vita altrui?

Quello che più mi ha colpita è stata la forza di questa donna di conquistare un posto ben preciso in un mondo nel quale, da afroamericana, quel posto non l’avrebbe mai e poi mai avuto. 

Alcune parti mi sono sembrate un po’ troppo lente e ripetitive ma nel complesso si tratta di una lettura che mi sento di suggerire.

La protagonista è realmente vissuta, è stata realmente braccio destro di JP Morgan diventando, nel 1924, primo direttore della Pierpont Morgan Library. Direttrice, ad essere precisi.

Direttrice afroamericana, a volerlo essere ancora di più. Belle ha dimostrato qualcosa a tutti coloro che consideravano (e purtroppo considerano ancora) i “neri” come persone inferiori. E l’ha fatto dando a tutti una gran bella lezione.

***
La bibliotecaria di New York
Maria Benedict e Victoria Christopher Murray
Newton Compton editore
384 pagine
9.90 copertina rigida

giovedì 4 marzo 2021

A piedi nudi, a cuore aperto (P. Zannoner)

Un libro importante. Tematiche attuali proposte senza alcuna superficialità con una scrittura non pesante e scorrevole ma, sempre e comunque, argomenti che non possono essere letti se non con la dovuta attenzione.

Sapevo che il libro di Paola Zannoner, A piedi, a cuore aperto, non sarebbe stata una lettura di svago. E non mi sbagliavo affatto.

Lei è Rachele, lui è Taisir. Lei ha quattordici anni, lui poco di più e frequentano la stessa scuola seppur in classi diverse. Il loro incontro, del tutto casuale e fuori dall'ambiente scolastico, darà il via ad una vera e propria avventura alla scoperta l'uno dell'altra. 

Lui è un tipo misterioso, silenzioso, diffidente. Sembra avere dei segreti, difficile da avvicinare, quasi incomprensibile nel suo modo di fare. Arabo palestinese, vive in un quartiere lontano da quello, più borghese, in cui vive Rachele ma questo non impedisce alla ragazza di tentare un contatto, di tentare di creare le condizioni per vivere un sentimento puro come può essere quello che lega due adolescenti. Non un arabo-palestinese ed un'italiana ma Taisir e Rachele, un ragazzo ed una ragazza in cerca di emozioni, di calore, di amore come avviene alla loro età. Questo è ciò che vorrebbe Rachele ed è ciò che cerca di far comprendere a lui ma anche a tutti coloro che le gravitano attorno.

Se, da una parte, la famiglia di Rachele è sempre stata di ampie vedute, con genitori impegnati l'uno sul fronte educativo ed artistico, l'altra sul fronte politico-amministrativo, dall'altra la famiglia di Taisir non può dirsi altrettanto aperta. Ha un passato alle spalle ed anche un presente che appare poco chiaro.

Non mancano le difficoltà fin dall'inizio ma Rachele è tenace e, pur nella consapevolezza di essersi infilata in una situazione per niente facile, cerca di fare di tutto per abbattere quei muri che secondo il suo parare non esistono ma che per la società in cui i ragazzi vivono, invece, sono non solo esistenti ma anche piuttosto solidi. Culture diverse, abitudini diverse, una storia diversa... 

Il percorso che segue principalmente Rachele per cercare di farsi apprezzare semplicemente come una ragazza innamorata, senza etichette o definizioni è un percorso accidentato e nemmeno per Taisir è semplice abbassare quella cortina di diffidenza che, da sempre, lo avvolge. Pur essendo nato in Italia lui è e resta uno straniero, additato con la sua famiglia, controllato dalle forze dell'ordine, guardato di traverso dai compagni a scuola. Sembra non potersi permettere di essere semplicemente un ragazzo di quindici anni come tutti gli altri perché pare avere un'etichetta appiccicata addosso, un'etichetta che lo identifica con forza.

Non è una storia semplice e ammetto che, soprattutto in alcuni dialoghi, i due ragazzi mi sono sembrati piuttosto impostati. Avendo degli adolescenti in casa, conoscendo i loro amici, sentire certi discorsi messi in bocca a ragazzini della loro età mi è sembrato un po' forzato ma non metto in dubbio che ci possano essere davvero dei giovani maturi al punto di discutere in modo serio e con cognizione di causa della situazione palestinese, del razzismo che aleggia un po' ovunque, della voglia di riscatto, del bisogno di essere accettati come persone, senza etichette.

Rachele ha il coraggio di mettersi in gioco in prima persona, ha voglia di conoscere il mondo in cui vive il ragazzo che le piace e si rende conto che ci sono diversi modi di vivere, diametralmente opposti l'uno dall'altra. Si rende conto che non è poi così scontato avere la lavastoviglie in casa o una stanza ad uso esclusivo. Si rende conto che ci sono due mondi che sembrano viaggiare su piani differenti pur convivendo nella stessa città. E non ha paura di approcciarsi a quel mondo che non è il suo rischiando anche di venire additata dai suoi amici, da chi non comprende il suo modo di fare, la sua voglia di conoscere e non di giudicare.

Taisir, da parte sua, è molto più concreto di Rachele e più disilluso ed anche scettico, all'inizio, diffidente.  Mi è sembrato anche antipatico in alcuni frangenti. Ma poi parla (a dire il vero non parla molto)... e io muta!

"Non ti sei accorta della differenza? Tu hai una carta d'identità, io ho dei fogli, perché io non sono un cittadino italiano, anche se sono nato e vivo qui. Non sono né italiano né palestinese, non ho cittadinanza, non ho appartenenza, non ho un bel niente. Sono una specie di detenuto in libertà vigilata, senza aver commesso alcun crimine, o meglio, il crimine è che sono figlio di immigrati palestinesi".
Sulle dinamiche della storia non mi sbilancio perchè va goduta piano piano. Certe scelte vanno capite. Criticate, anche (a me è capitato di farlo) ma bisogna almeno mettersi nella condizione di ascolto. Senza pregiudizi. Senza illusioni ma anche con tanta fiducia in questi ragazzi che sanno stupirci.

Ps. libro per ragazzi ma che io consiglio anche a lettori adulti.
***
A piedi nudi, a cuore aperto
Paola Zannoner
Fanucci Editore
236 pagine
12.50 copertina flessibile

venerdì 4 luglio 2014

La bella addormentata. Una fiaba d'autore per parlare di razzismo ai nostri figli (B. J. Tahar) - Venerdì del libro

Chi non conosce La Bella Addormentata di Perrault? Un racconto classico che è arrivato a noi in diverse versioni. Una di queste mi ha particolarmente colpita in occasione di una delle ultime uscite in biblioteca è quella di Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere e giornalista marocchino. Mi ha colpita a partire dalla copertina e dalla dicitura che vi era riportata: una fiaba d'autore per parlare di razzismo ai nostri figli.
"Interessante" mi sono detta... ed oggi propongo le mie riflessioni per questo Venerdì del libro. 
La traduzione del testo è curata da Anna Maria Lorusso e le illustrazioni sono di Giovanni Manna.

L'autore propone una rivisitazione della celebre fiaba di Perrault indicando una morale che, però, non ho ben capito.
L'autore, nell'ultima pagina del libro, scrive la seguente morale:
Accettare di dormire cento anni
e imparare la pazienza
aspettare l'amore
chiudendo gli occhi e le porte del proprio cuore
è raro ai nostri giorni.
Vivere non può essere una favola così inverosimile
tuttavia, per vincere le forze del male,
per sconfiggere il demonio
che riposa nel cuore degli uomini
non bisogna forse rifiutarsi di portare in se stessi
i germi di questo flagello
e rispondere alla cattiveria con indifferenza?
Ogni essere tende a perseverare nel suo essere
la gelosia scava il suo solco di amarezza nei corpi
l'invidia scava il viso e annerisce i cuori
l'odio inietta il sangue giallo negli occhi.
Quanto alla bontà
essa è al di sopra di tutte queste cose
la sua eleganza la rende irraggiungibile.
Bho! Ammetto di essere rimasta un po' spiazzata. Innanzitutto la principessa non accetta di dormire cento anni ma subisce ciò che le accade.
Non ha alcuna voce in capitolo: si ferisce e la profezia della strega cattiva si avvera, lei cade in un sonno di cento anni ma non può fare null'altro che aspettare... è costretta a farlo perchè non c'è altra via d'uscita. Dov'è la scelta in tutto ciò? Onestamente non la vedo. Chiude gli occhi e le porte del suo cuore perchè non può fare altrimenti. Lo ripeto: non sceglie affatto.
E per il resto... il bene, il male, la cattiveria, il demonio... mha... probabilmente sono io che non capisco...

Volendo partire dall'inizio - e non dalla fine come ho invece fatto riportando la morale esplicitata dall'autore - il libro è strutturato in due parti: la prima ricalca quasi in toto la storia classica mentre nella seconda parte viene introdotta una variante. La principessa si sveglia con la pelle nera.
Nel momento in cui il principe si avvicina a lei per baciarla e risvegliarla dopo cento anni di sonno vede che ha la pelle nera. C'è una fata accanto alla principessa e dice al principe che
...per conservare la sua giovinezza ha dovuto rinunciare al colore bianco della sua pelle; era necessario un piccolo sacrificio, ma voi non siete uno di coloro che hanno pregiudizi sulle persone di colore.
Per essere un libro che vorrebbe aiutare gli adulti a parlare ai bambini di razzismo mi sembra un passaggio sbagliato... Perchè avere la pelle nera deve essere visto come frutto di un sacrificio? Allora è davvero un motivo di diversità e discriminazione? E' come se la bella principessa bianca avesse dovuto accettare di diventare nera come sorta di punizione per aver mantenuto la sua giovinezza... non mi sembra proprio un passaggio opportuno.

Ma andiamo avanti. Il principe risponde alla fata che lui non è razzista ma lo è sua madre, convinta che i neri siano stati creati da Dio solo per essere schiavi. La storia, poi, prosegue tracciando i contorni di una regina davvero spregevole, che indirizza alla ragazza parole cariche d'odio e di ripugnanza per il fatto di essere scura di pelle. La storia si snoda tra tante cattiverie e parecchie immagini molto forti. La cattiveria della regina la porta ad ordire tranelli terrificanti contro i suoi nipoti, a chiedere ad un orco di uccidere la principessa nera e portarle il cuore che poi verrà mangiato... lei che muore avvelenata... insomma, la storia di Perrault già di per se contiene delle immagini abbastanza forti ma credo che in questa interpretazione ce ne siano ancora di più.

A me il libro non è piaciuto affatto. L'ho proposto come lettura della buona notte ma il lieto fine non compensa gli occhi sgranati di mia figlia quando ha sentito parlare di cuori strappati dal petto, di bambini abbandonati in acqua affinchè affogassero, di avvelenamenti e cose del genere... Dopo aver letto di sera la prima parte ho preferito evitare di proseguire nella lettura con i bimbi per proporre loro storie allegre, positive, capaci di evocare in loro immagini tranquillizzanti... Ho finito di leggerlo da sola, senza di loro... e credo di aver fatto la scelta giusta.

Tornando alla morale, non credo che con le tante immagini di violenza e cattiveria proposte nelle more del racconto si sia trasmesso molto di quello che è stato poi riassunto nella morale... Ovviamente, si tratta - come sempre - di una opionione molto personale.

La prossima volta prima di proporre un libro così particolare ai bimbi mi riprometterlo di leggerlo tutto, da capo a piedi, e poi valutare... Come lettura della buona notte è stata sicuramente una scelta sbagliata: magari in altro momento della giornata anche se resta in me il dubbio che, anche se di giorno, passaggi così forti e particolari non passerebbero comunque inosservati a bambini sensibili ed attenti.

Per parlare di razzismo ai miei figli, onestamente, preferisco percorrere altre vie. Questa mi è sembrata un po' troppo traumatica.