martedì 25 agosto 2026

Il custode (N. Ammaniti)

 

Il custode di Ammaniti mi ha spiazzata e incuriosita al tempo stesso. Spiazzata perché, non avendo letto molto altro di lui, non sapevo bene a cosa stessi andando incontro. Incuriosita perché scrive bene e perché volevo delle risposte.Che non sono arrivate.

Il protagonista della storia è un ragazzino di 13 anni, Nilo, della famiglia Vasciaveo. Una famiglia che ha qualche cosa di speciale visto che custodisce un segreto. Cosa che fa a pieno titolo anche il piccolo di casa.

Vivono in un piccolo borgo della Sicilia, Triscina. Per Nilo, ma anche per gli altri a dire il vero, il mondo inizia e finisce lì. A Triscina. Perché quel segreto, quella presenza misteriosa, inquietante e pericolosa richiede massima attenzione, massima cura. E chiede di essere costantemente sorvegliata. O, meglio… non è lei a chiederlo. Ma ne ha bisogno per evitare che accada qualche cosa di irreparabile.

Come se ciò che avviene quotidianamente in quel posto non sia, già, irreparabile.

Come se il compito che i Vasciaveo portano avanti da secoli (così si dice) non sia qualcosa di tremendo e definitivo. Anche se viene narrato come qualcosa di estremamente normale.

Agata, la mamma di Nino, è il perno della famiglia. L’autorità riconosciuta da tutti anche in paese. La donna che decide cosa fare, come farlo e se farlo. La donna i cui ordini non di possono discutere, le cui richieste, richieste non sono mai. Ordini. Questo sono. Sempre.

La famiglia lavora il marmo. Questo è ciò che si vede da fuori. Ma la verità è un’altra. Legata, è vero, alla produzione di marmo. In un piccolo bagno chiuso con tre lucchetti la famiglia nasconde una presenza che arriva da un’epoca lontana (e proprio attorno a tale figura ho atteso risposte che non sono arrivate) e a cui è stata data in sorte una maledizione tanto antica quando attuale.

Nino non fa domande. Fa quello che gli viene chiesto e basta. Non gli è mai stato necessario fare domante. Tantomeno gli è stato concesso mettere in discussione ciò che da secoli la famiglia tramanda di padre in figlio. E gli sta bene così. Fino a che non arrivano una donna e sua figlia a far tremare le fondamenta di quell’equilibrio imposto, subito, accettato.

Quella narrata è una storia terribile ceduta, però, al lettore, quasi con grazia. Con quella stessa normalità con cui si chiede a Nino di tacere, si chiede al lettore di accettare e non fare domande.

Io qualche domanda me la sono fatta e devo dire che sono rimasta un po’ amareggiata sul finale.

Per diversi motivi. Perché non ho avuto le spiegazioni che attendevo, nemmeno un accenno.

Perché il finale non l’ho capito. Mio limite, di sicuro, ma non l’ho capito.

Perché si normalizza ciò che nella vita di ogni giorno tutto sarebbe tranne che normale. In questa storia ho letto il peso dei segreti che, spesso, grava sulla testa delle famiglie che sanno di dover fare i conti con qualche cosa di sbagliato ma che lo accettano come eredità incontestabile. Questo mi ha lasciato la storia di Nino: l’immagine di chi si deve per forza adeguare a scelte altrui senza avere un minimo di voce in capitolo.

Il personaggio più riuscito? Forse proprio il personaggio misterioso, descritto in modo suggestivo, terribile, inquietante. Ed efficace.

 Non credo che sia una lettura per tutti. E non perchè voglia svalutare i lettori ma perchè riconosco la particoalità dell'opera. Dove il mito sembra essere cosa quotidiana, così come il male. 

*
Il custode

Niccolò Ammaniti

pag. 176

Einaudi Stile Libero 

Nessun commento:

Posta un commento