mercoledì 6 dicembre 2017

La donna con l'anello di rubini (J. Corry)

Due storie lontane nel tempo che si incrociano, si incontrano e si scontrano. Sono quelle narrate nel libro La donna con l’anello di rubini che ho letto partecipando alla gara di lettura The Hunting Word Challenge per la parola anello che trovo nel titolo e raffigurata in copertina.

Laura è una giovane donna che si imbatte, improvvisamente, nell’uomo della sua vita. Charles: troppo bello per essere vero, troppo veloce per poter essere reale. Eppure…  si trova nell’arco di pochi mesi con una fede al dito, un marito e due figliastre. Un marito che conosce poco ma con il quale si sente in perfetta sintonia, due figliastre con le quali – invece – la sintonia non arriva in modo così immediato. Per amore cambia città, si impegna ad appianare le divergenze con le figlie di lui ma non riesce ad essere completamente sincera con quell’uomo che ha sposato. Laura custodisce un segreto che le pesa e del quale vorrebbe rendere partecipe il suo uomo ma non riesce a farlo.

Mary Rose è vissuta un centinaio d’anni prima di Laura: è una ragazzina orfana di madre con un padre che ama e che cerca in ogni modo di consolare dopo essere rimasti soli. Quando lui si innamora e sposa la sua istitutrice, che inizialmente le era sembrata simpatica e amorevole, per lei la vita cambia in modo irreversibile. Arriverà un fratellino che, però, non avrà lunga vita e della sua morte sarà accusata proprio lei, Mary Rose. Un triste destino l’aspetta ma non smetterà mai di dichiararsi innocente e non perderà mai la speranza di essere compresa da suo padre e personata per un delitto che non ha commesso. 

Le due storie vengono raccontate in parallelo, in due periodi storici differenti e con un ritmo incalzante soprattutto per quanto riguarda Mary Rose. Sarà lei a lasciare tracce che arriveranno fino a Laura grazie a dei ricami molto particolari.
Le due esistenze hanno dei punti di contatto, delle similitudini. E le due storie sono collegate anche da un misterioso anello appartenuto alla mamma di Mary Rose e a lei lasciato nel momento della sua morte. “Non te ne dovrai mai separare, custodiscilo con amore”, queste le parole della sua mamma in punto di morte.

E se ne entrerà in possesso qualcuno non legittimato ad averlo?
Facile intuire: disgrazie, sfortuna, disperazione.

Devo ammettere di aver letto questo libro con una certa curiosità soprattutto per quanto riguarda la figura di Mary Rose che mi è decisamente piaciuta di più rispetto a quella di Laura. Ragazzina forte, Mary Rose, tenace e ferma nella convinzione che, prima o poi, la verità debba sempre venire a galla. Non ha mai abbassato la testa nemmeno quando le circostanze avrebbero fatto pensare che la speranza fosse definitivamente estinta. Mary Rose non ha mai smesso di professarsi innocente.
La storia di entrambe, con i relativi intrecci, non mi è dispiaciuta anche se ho trovato alcuni passaggi troppo forzati. Il segreto di Laura, tanto per cominciare, mi è sembrato un tantino assurdo.
E poi la circostanza in cui viene descritta la prigionia di Mary Rose con l’arrivo di una tela e dei colori: pensare di ricamare una vera e propria opera d’arte al buio, in un luogo lercio e puzzolente, tra sporcizia e abbandono mi è sembrato davvero esagerato.
A parte questo, ho letto con una certa curiosità le storie di queste due donne ed ho ammirato Mary Rose per il suo coraggio e la sua integrità.

lunedì 4 dicembre 2017

La condanna del sangue. La primavera del Commissario Ricciardi (M. De Giovanni)

Ci sono storie. E poi ci sono Storie.
De Giovanni racconta Storie. Quelle che sono capaci di appassionare, quelle che ti fanno affezionare ai personaggi, quelle che ti vengono a cercare nei sogni la notte. Così, vedi quella bellissima donna dannata per via della sua bellezza, vedi quella bambina rimasta sola con il padre soffrire in silenzio, vedi quell'uomo combattuto tra l'amore della sua vita e un amore nuovo, vedi quelle carte consumate per via dell'uso continuo da mani di vecchia. E senti la sofferenza, l'insoddisfazione, l'inquietudine, l'ambizione di tutti quei personaggi che, di quelle storie, sono protagoniste.

Ecco, questo è quanto ho pensato appena ho chiuso il libro di Maurizio De Giovanni La condanna del sangue. La primavera del Commissario Ricciardi.
Avevo avuto modo di conoscere il Commissario Ricciardi - quello che vede i morti - nella sua precedente avventura, quella in cui indagava sulla morte di un tenore. Lo avevo già apprezzato al primo incontro anche se, probabilmente sbagliando, mi era venuto spontaneo un parallelo con un altro Commissario frutto della penna di De Giovanni.

Questa volta Ricciardi si fa conosce ancora di più ai lettori e mostra molto della sua personalità. 

Già nell'introduzione l'autore mi ha rapita. Nel presentare le vite di diversi personaggi, ognuno intento nelle proprie beghe quotidiane, fa subito comprendere come questo libro sia un incontro di tante storie. Storie diverse tra loro ma tutte accomunate da sofferenza, da dolore, da paura. 

Ricciardi si trova ad indagare sulla morte di una donna anziana, conosciuta per essere una benefattrice - così dicono tutti - ma che faceva del bene in modi alquanto singolari: leggeva le carte, la vecchia, ma prestava anche soldi a strozzo. Non come quegli strozzini violenti che alla scadenza ti vengono a cercare per farsi valere con la violenza. No, non è questo il caso. Ma pur sempre di soldi a strozzo si tratta. 
Ecco, dunque, che tante storie si intrecciano nel momento in cui Ricciardi trova ed apre il libretto degli appuntamenti segnati, seppur con una grafia e con un gergo non semplici da decifrare, dalla vecchia.

Ricciardi ha accanto a se il suo fedele collaboratore. Un uomo che ripone fiducia assoluta nel suo superiore ed uno dei pochi che lo sa comprendere appieno. Una figura positiva, quella di Maione, che viene poi approfondita anche grazie ad una post-fazione alquanto originale: alla fine del libro l'autore incontra per strada questo personaggio e, ponendogli delle domando, lo fa meglio conoscere ai lettori attraverso le sue risposte.

I personaggi che ho amato maggiormente sono tre. 
Maione è uno di questi. Un uomo che ha una bella famiglia spezzata, però, dalla morte del figlio Luca. Una tragedia che ha lasciato segni profondi soprattutto nella moglie Lucia che, da quel momento, si è sentita sempre più lontana rispetto alle persone che l'amano.

Ricciardi è l'altro personaggio che ha fatto breccia nel mio cuore di lettrice. I suoi non sono metodi violenti. E' una persona equilibrata, capace di sintetizzare e arrivare alle proprie conclusioni senza doversi ficcare per forza nei guai. Complice il periodo storico ci sono ambientate le sue storie - siamo agli inizi degli anni Trenta - la sua figura mi è rimasta impresso come quella di un personaggio mite e sofferente. La sua sofferenza è la sofferenza altrui, quella delle anime dei morti che ancora vagano per essere viste da chi può vedere. Più che una dote, quella di vedere e sentire i morti, per Ricciardi è un peso. Vive schiacciato dal dolore altrui e questo lo rende lontano dai vivi più di quanto non vorrebbe. Mostra tutta la sua fragilità, il Commissario, e questo lo rende molto umano.
Ricciardi lo osservava. "Non sono io che posso dirti come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l'ho e non ce l'ho avuta nemmeno da piccolo. Sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per cui trovare calore".
Filomena: una donna schiava della sua bellezza che, con orgoglio e sempre a testa alta, ha il coraggio di fare le sue scelte che, seppur dolorose, la renderanno libera.
Una donna forte, un bel personaggio secondo il mio parere.

Con questa lettura partecipo all'ultima fase della gara di lettura The Hunting Word Challenge. La parola utile per la challenge è COMMISSARIO.

venerdì 1 dicembre 2017

Sbucciando arance (J. Lawless) - Venerdì del libro

Credo che sia la prima volta in assoluto che trovo, in coda ad un libro che non sia testo scolastico o, comunque, didattico, un elenco di domande per i club del libro.
Cosa curiosa, non c'è che dire!
Per recensire Sbucciando arance, libro che ho appena terminato, proverò a seguire la traccia.

Sensazioni. Dunque, la sensazione che mi ha pervasa è difficile da definire. Un certo nervosismo si è impossessato di me davanti a continui errori che, chi mi segue lo sa, mi danno fastidio.

Andava di frequente in biblioteca pur di non partecipare anche solo alle più banali comunicazioni fatiche. 
Ma che vuol dire?

Poi si parla spesso di una pistola, termine tradotto con revolver. Ma si dice sempre la revolver. Mamma mia quanto mi suona male! Nel nostro vocabolario viene data come parola singolare maschile, non femminile! Lo so, sono pignola. Quando c'è qualche cosa che mi stona in una lettura non riesco a continuare la lettura con serenità.
 Mia madre era scettica: "Perchè ce l'hanno bisogno così grosso?
Non è un discorso erotico quello che coinvolge la madre del protagonista ma... che vuol dire? Suvvia!

Qualche altro passaggio? 
Cosè un diplomatico? (...) un esperto nel spaccare i capelli in quattro... 
 No, dai, non ce la posso fare ad apprezzare un libro scritto così.  
Uno sparò risuonò
Basta così. Credo di aver reso l'idea. Posto tutto ciò, posto che mi sono proprio indispettita, la storia non mi ha presa, non ha provocato in me nessuna emozione particolare. 
Il protagonista mi ha trasmesso un senso di inquietudine e di vuoto, questo sì. Quel vuoto e quella inquietudine che possono derivare dall'incertezza circa le proprie origini e dalla rabbia che la voglia, inizialmente insoddisfatta, di conoscere la verità può provocare.

Il protagonista si porta addosso una sofferenza lunga una vita. Soffre della distanza che, da sempre, avverte da parte di sua madre. Una donna avara di sorrisi, di abbracci, di affetto. Come se quel figlio non l'avesse mai voluto, come se la sua fosse un'accettazione tacita di qualche cosa che è cresciuto dentro di sé ma nulla più.  

Nel momento storico in cui si articola il racconto la donna è malata e va pian piano degenerando. La sua non è più una mente lucida ed il tentativo di Derek Foley, questo è il nome del protagonista, di farsi raccontare la verità si rivela come un gran buco nell'acqua. Ad insinuare il dubbio in lui è la lettura di alcuni scritti di suo padre, del suo defunto padre. Da qui partirà la sua ricerca nel passato di una famiglia che, a quanto pare, ha molto da nascondere. Patrick non era il suo padre biologico. Ma allora chi era? Di chi è il sangue che scorre nelle sue vene? Da dove arrivano i suoi tratti somatici, alcune linee del suo carattere? E' ora di conoscere la verità dopo avere nascosto, per anni, quell'insoddisfazione che ha sempre aleggiato tra le mura di una casa in cui troppi misteri si sono annidati.

Personaggi. Non ce n'è uno che mi abbia colpita particolarmente. Le loro storie sono così fumose e anche quando si arriva alla verità si conosce ben poco dell'uno o dell'altro. La loro personalità non emerge se non in modo superficiale e questo non vota di certo a favore della storia, nel suo complesso.
Derek inizialmente non sembra in grado di portare a termine alcuna ricerca. E' piano di pregiudizi, di convinzioni che rischiano di farlo arrivare a conclusioni sbagliate.
Sua madre è una donna che ha sofferto. Lo si capisce anche se nei dialoghi - estremamente semplici ma spesso poco efficaci - non dice nulla di utile alla missione che il figlio intende portare avanti.

Trama. Trama avvincente? Storia interessante? La storia di Derek, la sua voglia di risalire alla verità, si intrecciano ad uno spaccato politico dell'epoca, con l'impegno politico-sociale che caratterizza la Spagna di Franco. 
In sé la trama non è niente di eccezionale e, a dire il vero, quella che poi si rivelerà essere la verità circa le origini di Derek ad un certo punto si intuisce senza fatica.

Ci sono altri spunti di riflessione, in coda al libro, ma evito di andare avanti perchè credo di aver detto abbastanza. Non è certo uno di quei libri che mi lasciano in piedi la notte o che mi fanno venir voglia di arrivare in fretta a fondo pagina per poter sapere come va a finire la storia. Arrivata a metà ho avuto, al contrario, la voglia di leggere sempre più in fretta per liberarmene al più presto. Mi spiace ma questo libro non era nelle mie corde già dalle prime pagine e fino alla fine non ho avuto che conferme a questa sensazione iniziale.

Sarà pure questione di gusti ma, a parte questi, i tanti errori in cui mi sono imbattuta non hanno certo facilitato le cose. Visto che oggi è venerdì, approfitto per partecipare alla rubriva del Venerdì del libro ma, stavola, il mio non è un suggerimento ma un avvertimento circa ciò che ci si può trovare tra le mani leggendo un libro così.

Con questa lettura partecipo alla fase finale della challenge The Hunting Word Challenge per la parola ARANCIA che trovo nel titolo e raffigurata in copertina.
Inoltre, participo all'ultima tappa della Challenge La ruota delle letture per l'obiettivo che richiede la lettura di un libro con copertina bianca.

mercoledì 29 novembre 2017

La grande rapina al treno (M. Crichton)

Non è un libro di ultima uscita e racconta una vicenda che si è realmente verificata nel 1855. I più conosceranno questa storia per via della trasposizione cinematografica che ha avuto Sean Connery come protagonista. Io il film non l'ho mai visto e mi sono gustata la lettura, dalla prima all'ultima riga. La grande rapina al treno è una grande avventura che ha come protagonista uno dei più grandi colpi dell'epoca: la rapina ad un treno che era considerato come inviolabile, con oro trasportato nella massima sicurezza con una serie di accorgimenti considerati come infallibili. Fino a che... Edward Pierce non vi metterà le mani.

Fin dalle prime pagine si capisce l'epilogo visto che si parla di un processo - ogni tanto vengono citate testimonianze o, comunque, dichiarazioni rese tempo dopo - ma questo nulla toglie all'avventura.
L'autore non si limita a raccontare la rapina, partendo dai preparativi, passando per le difficoltà e gli imprevisti fino ad arrivare al colpo ed al processo - ma traccia i caratteri di un'epoca, di un'affascinante Inghilterra vittoriana con le sue congetture e le sue regole di vita.
Pierce non è un ladruncolo qualunque, è il capo di una banda sapientemente scelta, astuto pianificatore e uomo di gran fascino. Fascino che rimane tale - anzi, viene ancor più amplificato - quando si arriverà al processo ed arriverà agli onori della cronaca in modo prepotente.

La storia è ben scritta, con tanto di dettagli non solo relativi ai personaggi e a ciò che accade loro ma anche con continui approfondimenti anche su aspetti storici, sociali del momento. Delle divagazioni rispetto alla storia principale che, però, non sono inseriti a caso e, tantomeno, per allungare la storia. No, sono parte integrante del racconto e permettono di mettere a fuoco un'intera epoca con le sua abitudini ed abitudini sociali che, in più d'una occasione, hanno inciso nell'evolversi delle varie vicende.

L'autore è molto abile nel portare il lettore dentro l'avventura fornendogli molteplici elementi per comprendere ciò che sta accadendo, cosa si inceppa, dove si commettono errori e dove, invece, si riesce a farsi beffe del sistema.

Il protagonista viene descritto in modo molto efficace: sembra davvero di vedere quel tipo rosso di capelli che si aggira furtivo a destra e a sinistra senza farsi notare più di tanto ma mettendo a punto un piano che mira a minacciare alla base un sistema considerato infallibile. Sorpresa nel finale e buon ritmo dalla prima all'ultima pagina.

Spesso viene utilizzato il gergo criminale con continui termini che potremmo considerare tecnici. Al significato di molti di essi si arriva a naso ma per altri bisogna pensarci un po'. Non sarebbe stato male trovare un glossario alla fine del libro, come avviene molte volte nei libri che usano termini particolari.
Se non fosse per i tanti termini non semplici da comprendere consiglierei questa lettura anche a lettori più giovani. A mia figlia, ad esempio, che ama le avventure potrebbe piacere ma credo che imbattersi in questi termini difficili da comprendere potrebbe essere un ostacolo.

Ps. in alcuni punti fanno sorridere le tecniche a cui si pensa per mettere a segno il colpo. Viene da sorridere se si fa un parallelo con i tempi moderni, con le tecnologie moderne ma, ovviamente, poi si pensa all'epoca a cui risale il colpo e i conti tornano.

Con questa lettura partecipo alla fase finale della challenge The Hunting Word Challenge per la parola TRENO che trovo nel titolo e raffigurata in copertina.

venerdì 24 novembre 2017

Il cacciatore di sogni (S. Rattaro) - Venerdì del libro

Letto in poche ore e passato di mano da me a mia figlia che, incuriosita dalla copertina e dal titolo, mi ha chiesto se fosse o meno un libro adatto a lei. 
Lo è!
Il cacciatore di sogni è un libro che parla di sogni, di eroi, di grandi gesta che vengono raccontate come se fossero una storia ma che si rivelano molto più concrete di quanto non si potesse pensare.
Il protagonista è Luca, un ragazzino che suona il pianoforte e che sogna di diventare un pianista. Al momento il suo sogno sembra infrangersi per via di un incidente che ha avuto come conseguenza brutte fratture ad una mano.

E' il 4 luglio del 1984 quando Luca si trova su un aereo assieme a suo fratello e a sua madre. Mentre suo fratello è in estasi per via delle presenza di Diego Armando Maradona in quello stesso aereo, Luca cerca un momento di tranquillità e quando si ritrova accanto ad un uomo anziano dallo sguardo interessante ancora non sa di aver incontrato il suo eroe.

Questo misterioso signore inizia a raccontare a Luca la storia di un personaggio molto importante, che ha cambiato la vita dell'umanità. Si tratta di Albert Bruce Sabin, scienziato che salvò molti bambini nel mondo scoprendo il vaccino contro la poliomelite.
E' una storia piena di fascino ed è la stessa storia che l'autrice ha nel cuore: per questo ha voluto raccontare del suo eroe. Un eroe che non ha i superpoteri ma che salva comunque il mondo. 
Ha voluto rendere onore a Sabin, uomo onesto e paziente - così lo descrive l'autrice in appendice - che ha dedicato tutto quello che aveva per salvare la vita a noi.

Non conoscevo questo volto di Sara Rattaro, autrice di cui ho letto diversi romanzi. Il volto di autrice per ragazzi mi è del tutto nuovo e devo dire che mi piace. La sua scrittura fluida, semplice ma non banale è capace di incantare lettori grandi e meno grandi.

Leggendo questo libro ho avuto modo di conoscere meglio un personaggio di cui sapevo poco e che, a dire il vero, non mi sono mai curata di approfondire.

La Rattaro narra una storia nella storia. Interessante il parallelo che viene fatto tra il racconto dell'uomo anziano con ciò che accade a Luca in una serie di ricordi che portano, tutti, a mettere meglio a fuoco la situazione attuale di quel ragazzino che ha tanta voglia di conoscere, di sapere ma anche di fare e di creare musica con le sue mani. 

E' un invito a portare avanti i propri sogni quello che lancia l'autrice portando ad esempio un uomo che ha realizzato il suo sogno con umiltà e con passione: aiutare gli altri, i bambini in particolare.

Molto interessante - e decisamente utile, la breve cronologia della scienza medica che l'autrice propone in coda al libro per un approfondimento chiaro e per niente pesante.

E' una lettura che suggerisco per questo Venerdì del libro e che mi auguro possa piacere anche a mia figlia che avrà modo di conoscere un eroe.
Con questa lettura partecipo anche alla Challenge La ruota delle letture che volge ormai verso la fine.

martedì 21 novembre 2017

Foglie morte (G. G. Marquez)

Ho preso in prestito in biblioteca il libro Foglie morte perchè utile per una della challenge che sto seguendo. 
Sono sincera. Non credo che l'avrei preso in considerazione altrimenti soprattutto perchè la copertina non mi piace per niente e il titolo mi ha subito messo addosso una certa tristezza. 
Posta tale premessa, va anche detto che non disdegno affatto la lettura di libri datati, non vado dietro alle ultime uscite, alle anteprime e, soprattutto, ai libri troppo pubblicizzati. Spesso mi concedo un tuffo nel passato e così ho fatto anche stavolta.
Va anche detto che non ho letto nulla di questo autori (eh sì!!) per cui non ho elementi sufficienti per poter fare confronti con altri suoi libri più famosi. E' una mia mancanza, lo so... e intendo rimediare appena possibile.

Ho letto Foglie morte in due giornate di trasferta fuori Regione per una visita medica con mio padre, avevo del tempo libero da impiegare e mi ha tenuto compagnia. Non è stata una lettura scorrevole, però. Questo devo dirlo visto che sono dovuta entrare nello stile di un autore che a volte mi è sembrato volesse divagare mentre, a ben guardare, non ha fatto altro che intrecciare punti di vista differenti fornendo al lettore molteplici elementi di valutazione.
Lo spazio temporale in cui si snoda il libro è quello di un'ora (tempo scandito con chiarezza durante la narrazione), della giornata in cui muore un uomo - impiccato - e ci si adopera per ricomporre i suoi resti e per convincere il Sindaco ad autorizzarne degna sepoltura. Un arco temporale brevissimo per un racconto comunque ricco di ricordi e frammenti di quella storia che alita attorno a quel corpo senza vita.

Tre i punti di vista proposti: quello del colonnello che ha ospitato quell'uomo parecchi anni prima e che intende mantenere una promessa fattagli nel momento in cui gli ha salvato la vita, quello di sua figlia che si è trovata in casa un uomo di cui non ha mai saputo molto e quello di suo nipote. Un bambino attento, lui, capace di guardarsi attorno con attenzione.

Lui, il defunto, il dottore, è un personaggio misterioso, arrivato in quella Macondo che ha vissuto fasti migliori e che ora si trova a fare i conti con un cadavere scomodo. Eh sì, scomodo, perchè i più vorrebbero liberarsi di quel pese senza troppe cerimonie tanto che al capezzale del defunto si trovano solo i tre personaggi principali, quelli di cui si riporta il pensiero.

La figura che mi è piaciuta di più è senza dubbio quella del dottore che, pur non essendo più in vita, ha molto da dire grazie ai ricordi di chi lo ha conosciuto: un uomo misterioso, schiacciato sotto il peso della solitudine ed incapace di fare del bene usando quei mezzi di cui dispone essendo, appunto, un dottore. Quelle conoscenze che dice di aver dimenticato. Quello spirito di servizio che dovrebbe essere comune a tutti coloro che hanno la vocazione del medico nel sangue. 
Lui ad un certo punto si chiude, chiude definitivamente con il mondo. Figura misteriosa, enigmatica, scomoda.

Interessanti i tre punti di vista proposti tanto che l'autore corre volentieri il rischio di essere ripetitivo. E' evidente che narrando tutti e tre le stesse vicende, alcune ripetizioni sono d'obbligo.

Per me non è stata una lettura scorrevole perchè in alcuni punti ho rischiato di perdermi per via di descrizioni che mi sono sembrate inutili, superflue. Tutto, però, alla fine della lettura, si interseca alla perfezione, anche se ciò che al momento poteva sembrare di troppo.

Con questa lettura partecipo all'ultima tappa della The Hunting Word Challenge con la parola FOGLIE che trovo nel titolo così come raffigurata in copertina.

mercoledì 15 novembre 2017

Mistero a Villa del Lieto Tramonto (M. Lindgren)

Dopo i nonni della minestrina in brodo, arrivano le tre nonnine alla riscossa, direttamente dalla Finlandia.
Sono Siiri, Irma e Anna-Liisa: tre amiche ultranovantenni che dimorano a Villa del Lieto Tramonto che già nel nome è tutto un dire. Si tratta di una struttura in cui persone anziane che non hanno una famiglia in cui stare - per tanti motivi diversi, le famiglie degli ospiti non possono prendersi cura di loro - e che si trovano a condividere con altri anziani un sereno ultimo periodo della loro vita.
Così, almeno, dovrebbe essere sulla carta.

Perchè poi, a ben guardare, anche in una struttura di questo tipo può capitare qualche cosa che vada a turbare la quiete quotidiana. 

Ecco, dunque, che le tre amiche si troveranno alle prese con un mistero bello e buono - anzi, a ben vedere più di uno - e le loro indagini cercheranno di fare chiarezza. 

Intanto va detto che da Villa del Lieto Tramonto gli ospiti possono uscire: sono persone autosufficienti, ancora capaci di prendere un tram o un taxi e di osservare le stranezze del mondo che si trova al di fuori della finestra dei loro appartamenti.

Possono fare delle amicizie, possono scambiare quattro chiacchiere con persone che incontrano sul tram, possono partecipare ai funerali di coloro che, solo qualche giorno prima, giocava con loro a canasta negli appositi locali messi a disposizione dalla struttura o che si incontravano salendo o scendendo le scale.
E quando il giovane cuoco della struttura viene a mancare, emerge l'esigenza di capire bene cosa sia successo e cosa ci sia di strano in quella struttura che, a ben guardare, sembra averne parecchie di stranezze prima passate inosservate.

Il racconto diverte ma fa anche riflettere grazie a personaggi che, con una buona dose di ironia, fanno emergere aspetti legati alla terza età e alle condizioni in cui si possono trovare coloro che vengono affidati alle cure di una struttura piuttosto che avere vicino la propria famiglia. 
Ecco, dunque, che emerge con una buona dose di ironia l'attesa della morte che viene considerata una liberazione dalla noia che imperversa giorno dopo giorno.
E poi, anche se la situazione strappa qualche sorriso, ciò che accade ad Irma fa riflettere sull'uso dei medicinali per tenere a banda i vecchietti più difficili, su come si possa diventare improvvisamente dei vecchi bacucchi incapaci anche di riconoscere i propri amici per via non solo degli effetti della senilità ma anche per una buona dose di farmaci che ci mettono il carico.
Tra un mistero e l'altro, arrivano anche i nipoti-eredi che non hanno tempo per andare a trovare la nonna ma che ne trovano a volontà per arraffarsi tutti i suoi averi quando la credono vicina al trapasso. 
Insomma, una serie di situazioni, proposte dal punto di vista di persone anziane, molto credibili e verosimili anche se - ovviamente - romanzate.

La difficoltà maggiore che ho incontrato sta nei nomi: siamo in Finlandia e compaiono nomi e cognomi impronunciabili per me e difficilissimi da memorizzare. Ad un certo punto ho anche pensato che l'autrice avesse usato lo stesso nome per due personaggi diversi invece non era così.

Ho già in mano il seguito ed anche il terzo volume. Chissà cosa combineranno, andando avanti, queste tre impavide vecchiette!

Con questo libro partecipo all'ultima tappa della challenge Leggendo serialmente per l'obiettivo assegnato dalle organizzatrici della gara.
Ps. questa storia mi ha fatto pensare molto a mia nonna, venuta a mancare a 94 anni. In qualche riga ho sorriso, in qualche altra mi sono un po' commossa pensando a lei, in altre mi è anche sembrato di vedere il suo volto tra una parola e l'altra...