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sabato 8 ottobre 2022

Chi dà luce rischia il buio (G. Ciarapica)

Letto in collaborazione con Thrillernord (dove la recensione può anche essere ascoltata), leggendo questo libro mi sono sentita a casa più che mai.

Nel romanzo di Giulia Ciarapica Chi dà luce rischia il buio ho trovato, ancor di più che nel precedente volume, la mia terra. Quella fatta dell’odore della pelle, delle voci degli operai nelle fabbriche, quella che si è ritagliata un posto nella produzione di calzature non senza sacrifici. Ho ritrovato i personaggi che avevo amato nel primo volume e, ancor più stavolta, ho sofferto con loro. Ho amato con loro. Ho pianto con loro ma ho anche rialzato la testa con loro, con coraggio. Come i marchigiani – terra di persone testarde, tenaci e determinate – sono abituati a fare.

L’autrice torna a proporre, seppur romanzata, la storia dei suoi nonni – Valentino e Giuliana – che è, a ben guardare, la storia di un territorio che mi piace considerare il protagonista assoluto del racconto.

Un territorio che soffre, come avviene un po’ ovunque (siamo alla fine degli anni sessanta, inizi degli anni settanta) per un futuro che cerca di farsi largo con forza anche in periferia, in quella Casette d’Ete che è molto lontana dalle grandi città ma che, come nelle grandi città, inizia a soffrire le conseguenze dei cambiamenti in atto. Primo tra tutti quello relativo al mondo del lavoro con le proteste dei lavoratori che prendono in contropiede i titolari delle aziende e che segnano un’epoca. Ma anche cambiamenti sociali all’interno delle famiglie dove le donne, le più giovani, non si accontentano più della vita di provincia ed iniziano a ribellarsi agli stereotipi che vanno loro sempre più stretti. 

In questo secondo volume l’autrice permette ai suoi personaggi di esporsi, di manifestare le proprie debolezze e fragilità più di quanto non abbia fatto in precedenza. Ammetto di essermi persa in qualche passaggio, in qualche dialogo (ma non certo per l’uso del dialetto che comprendo alla perfezione essendo il mio) ma probabilmente è stato un mio limite dovuto alla voglia di arrivare al più presto alla fine per conoscere l’epilogo di determinate vicende.

È un romanzo di presenze ed assenze, di allontanamenti e avvicinamenti, di gioie e dolori, successi ed insuccessi. È la vita. Ed è, come accennavo all’inizio, la mia terra che si propone con forza e con orgoglio. L’uso del dialetto nei dialoghi – non tutti ma nei più significativi – secondo il mio parere è molto efficace e perfettamente comprensibile. Non sarebbe stato lo stesso romanzo se fosse mancato.

“E famme ‘bboccà, Robè, per piacere. Devo ‘ttaccà la macchina…”.

“Quindi non ce semo capiti? Do’ vai? No ‘bbocca gnisciù, ogghi. Mettete qua”. 

Come dialogo tra due dipendenti che affrontano con spirito diverso uno sciopero, uno dei primi organizzati a Casette d’Ete, è molto più efficace così che in italiano perfetto. Non sarebbero reali quei personaggi se non parlassero così, soprattutto nei momenti di maggior tensione. Non saremmo reali, noi marchigiani, se non ci esprimessimo così.
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Chi dà luce rischia il buio
Giulia Ciarapica
Rizzoli editore
384 pagine
19.00 euro copertina flessibile - 10.99 Kindle

giovedì 14 gennaio 2021

Al centro del mondo (A. Torino)

La quercia ha di nuovo le foglie. Iniziano a spuntare, con orgoglio, da quel tronco che tutti davano ormai per morto ma che morto, a quanto pare, non è. Con quelle foglie, con quel nuovo inno alla vita, torna vivo più che mai, per Damiano, il ricordo di quel trauma che ha vissuto dieci anni prima quando, proprio da un ramo di quella quercia, vide penzolare il corpo senza vita di suo padre.

Quella quercia oramai rinsecchita (sarà stato per causa di quell’odore di nafta che si sente da tempo attorno al tronco?) arriva a portare nuova vita e a spezzare l’equilibrio che il ragazzo aveva faticosamente raggiunto vivendo un’esistenza tranquilla e abitudinaria con Nonna Adele, con il nonno, con zio Vince e con i gesti quotidiani che oramai, da anni, lo tengono occupato: la legna, gli animali, le arnie, le crostate della nonna. Un equilibrio raggiunto chiudendosi nel suo mondo e disinteressandosi di tutto il resto.

Un equilibrio che quelle foglioline verdi sembrano voler spazzare via portando alla luce un dolore profondo, un trauma mai superato, una perdita troppo grande per un bambino di sette anni che ha anche manifestato, nel tempo, una vena di squilibrio nei suoi atteggiamenti e nei suoi modi di fare.

A dieci anni di distanza da quel tragico evento le certezze faticosamente conquistate iniziano a vacillare e Damiano vede sempre più spesso, attorno a sé, quel Demonio che assume forme diverse e che opera per rendere sempre più precaria la sua esistenza. Quando, poi, inizia a diventare sempre più concreta la possibilità di perdere Villa la Croce, Damiano realizza di avere un compito ben preciso da portare avanti: difendere ciò che ha di più caro, la sua normalità.

Quel suo desiderio di pace, di serenità agognato da sempre e raggiunto nel suo mondo, ora va difeso e quella ribellione che prima prende forma nella mente di Damiano poi si tramuta in azioni che possono anche essere violente, definitive.

Devo ammettere di aver fatto fatica ad entrare in sintonia con i personaggi che, nella prima parte del libro, mi sono sembrati tutti molto particolari. Ho avuto la sensazione che ognuno avesse molto da dire ma che lo facesse in modo poco efficace lasciando il lettore in una situazione di confusione. Ma è stato lo smarrimento di un momento, quello che si vive quando si ha a che fare con una storia potente, nella quale entrano in ballo personalità differenti e anelanti ognuna a qualche cosa di diverso.

La voglia di cambiamento di zio Vince, il silenzio del nonno, la voglia di restare ancorato al suo mondo espressa da Damiano, la voglia di serenità di nonna Adele: ogni personaggio ha molto da dire e lo fa a modo suo.

Damiano lo fa con i suoi alti e bassi, con i suoi pensieri a volte sconnessi ma, a ben guardare, tutti molto allineati con la sua necessità di difendersi dal mondo; zio Vince con quel modo rude che arriva proprio dalla vita di campagna, dove basta poco per aspirare ad una vita facile, ad un grande affare, alla grossa occasione. Ma lo fa anche nonna Adele che, con la sua dolcezza e il suo senso di protezione, è una figura attorno alla quale si regge una realtà pronta a sgretolarsi nel momento in cui il suo sguardo fermo dovesse venire a mancare.

Il grande assente, secondo il mio parere, è il nonno. La sua presenza silenziosa è imponente eppure resta nell’ombra. Il padre di Damiano è assente per causa di forza maggiore visto che al momento del racconto è morto da dieci anni. Ma il nonno è vivo e vegeto, seppur silenzioso.

Ho ritrovato molto della mia terra in questo libro che ho letto in collaborazione con Thrillernord – io sono Marchigiana, luogo in cui è ambientata la storia – nelle descrizioni di quel borgo quasi dimenticato dal mondo, con i suoni e gli odori della natura, il verde sconfinato. Le descrizioni sono molto efficaci. Lo sono anche gli atteggiamenti, che rendono alla perfezione gli stati d’animo dei personaggi.

Un piccolo appunto mi resta da fare: un paio di volte, forse tre, nell'intercalare dei dialoghi i personaggi si lasciano andare a delle bestemmie... che non ho gradito. Non mi piace l'idea che un lettore sia costretto a leggere qualche cosa che, per il suo credo religioso, è un peccato. Perchè costringerlo a leggere intercalare così esplicitiì? Credo che il risultato si sarebbe ottenuto anche con qualche cosa di meno diretto ed esplicito. Opinione personale, ovviamente.
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Al centro del mondo
Alessio Torino
Mondadori editore
264 pagine
17.57 euro copertina rigida - 9.99 Kindle