venerdì 30 settembre 2016

I love shopping (S. Kinsella) - Venerdì del libro

Rebecca mi ha fatto proprio divertire!
Dopo una lettura piuttosto impegnativa ed un tantino pesante dal punto di vista emotivo avevo proprio bisogno di concedermi qualche cosa di più leggero.

Così, passando in rassegna una serie di titoli che potessero essere utili per la Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1 (un libro ambientato nel Regno Unito), tra le varie possibilità ho scelto quella che mi è sembrata la più leggera.

Ho trovato in biblioteca un'edizione Mondadori del 2000 di questo libro che oramai è passato alla storia. Ero rimasta solo io a non aver letto le avventura di Becky? Ora sono inclusa nella categoria di coloro che possono dire di averla conosciuta.

Ama lo shopping. Inutile dirlo. Becky - è il suo nomignolo - ama spendere e non riesce a darsi un freno nemmeno davanti a difficoltà finanziarie che avanzano con passo veloce. E' una ragazza carina, piuttosto positiva e carica di inventiva. Fin troppo, a dire il vero. Riesce a darne dimostrazione ogni volta che arranca una scusa differente per non saldare i suoi debiti con le diverse banche che la perseguitano. Eh sì, per lei è una persecuzione il continuo invio di solleciti da parte delle banche che le chiedono di rimpinguare il suo conto a fronte di spese che portano sempre più in alto la somma del suo scoperto. E che sarà mai?     Un giorno o l'altro ce la farà a mettersi in pari. Tutta questa fretta...
E' questo quello che pensa e se, da una parte, tenta anche di trovare il modo per risparmiare e coprire i propri debiti, dall'altra la sua malattia la porta ogni volta davanti alla cassa di un nuovo negozio fino a che non si troverà davvero al verde, con conti bloccati e carte di credito inutilizzabili.

Riuscirà a venirne fuori? Quando finirà tutto questo? Potrà smetterla di nascondersi e potrà vivere finalmente con serenità?

Questo va scoperto leggendo il libro anche se credo che oramai non sia più un segreto per nessuno visto il successo che I love shopping ha avuto nel tempo. 

Ben scritto, ironico e divertente, il libro propone la figura di una donna che mi subito sembrata simpatica. Un tantino svampita, incapace di farsi prendere sul serio, pronta ad inventare fandonie pur di salvare le apparenze ma, a ben guardare, che sa il fatto suo. Deve solo mettersi alla prova.

Mi sono divertita nel seguire le sue avventure e il finale mi ha soddisfatta.  Non è un libro indimenticabile, sia chiaro, ma si lascia leggere, fa sorridere e trasmette buon umore. Almeno questo è l'effetto che ha fatto su di me.
Lo suggerisco per una lettura leggera alle amiche del Venerdì del libro, anche se mi sento l'ultima del mondo ad averlo letto. Sarà davvero così?

mercoledì 28 settembre 2016

Quando il respiro si fa aria (P. Kalanithi)

Paul Kalanithi racconta, con intensità, la sua vita. La sua vita di brillante promettente neurochirurgo che è abituato ad avere a che fare ogni giorno con la vita e la morte. Degli altri.
Fino a che la morte non bussa alla sua porta, fino a che la sua ombra non arriva ad offuscare il suo oggi e a mettere in discussione il suo domani. 

Paul, nel libro Quando il respiro si fa aria, racconta la sua vita, le sue aspirazioni, la sua felicità ma anche la sua discesa verso gli inferi, la sua sofferenza, la sua malattia, il suo cammino verso la fine.

E lo fa con delicatezza ma con estrema lucidità consegnando nelle mani di sua moglie un'opera incompiuta. Ed è facile capire perchè.

Ha tutta la vita davanti, un futuro promettente e tante cose da fare come medico, come uomo, come marito e, perchè no, come padre. Ma questo non basta per impedire al cancro di cambiare i suoi piani. 

Paul si pone degli interrogativi sul senso della vita già prima della sua malattia. Nel suo essere medico si pone degli interrogativi importanti:
 Avevo ancora molto da apprendere nell'esercizio della medicina, ma la conoscenza da sola sarebbe bastata, quando c'erano in gioco la vita e la morte? Senz'altro l'intelletto non era sufficiente; serviva anche una chiarezza morale. Dovevo credere che in un modo o nell'altro avrei raggiunto non solo la conoscenza ma anche la saggezza.
Cercando le risposte a questi interrogativi Paul matura la convinzione che non basta essere dei medici e considerare i pazienti dei pazienti. I pazienti sono prima di tutto persone.
Immerso in tragedie e fallimenti, temevo di aver perso di vista la straordinaria importanza dei rapporti umani, non tra i pazienti e le loro famiglie ma tra medico e paziente. L'eccellenza tecnica non bastava.
Da medico Paul si pone l'obiettivo di comprendere l'uomo prima che di curare il paziente, accompagnandolo nel percorso che lo porta - in un modo o nell'altro - verso il suo futuro.
Poi, improvvisa, la malattia.
Ecco che il dottore si trova a vestire i panni del paziente. Ecco che il dottore guarda alla vita e alla morte da un punto di vista differente.
I medici hanno un'idea molto vaga di cosa significhi essere malati, ma non possono saperlo davvero finchè non lo vivono di persona.
Non è un augurio a stare male, il suo, assolutamente. E' piuttosto una constatazione. Nel momento in cui si trova a fare i conti con la sua malattia, Paul arriva a prendere una decisione importante. Una decisione che lo segnerà da quel momento in avanti.
Quella mattina presi una decisione: mi sarei imposto di tornare al mio lavoro in sala operatoria. Perchè? Perchè potevo. Perchè quello ero io. Perchè avrei dovuto imparare a vivere in un modo diverso, guardando alla morte come a una solenne visitatrice itinerante, senza dimenticare che sì, stavo morendo, ma finchè non fossi morto davvero avrei continuato a vivere.
Decide di reagire e di accettare la morte e, nel periodo della malattia, analizza ancor più profondamente il senso dell'essere medico. 
Il compito del medico non è respingere la morte o riconsegnare i pazienti alla loro vecchia vita, ma prendere tra le braccia i pazienti e i loro familiari, le cui vite si sono disintegrate, e lavorare finchè non saranno in grado di risollevarsi e affrontare la loro esistenza, trovandole un senso. (...) Emma (ndr. il suo medico) non mi aveva restituito la mia vecchia identità. Aveva protetto la mia capacità di forgiarne una nuova.
Come dice sua moglie Lucy nell'epilogo con cui ha concluso il libro di suo marito, provvedendo poi alla pubblicazione postuma, scrivere Quando il respiro si fa aria ha dato l'occasione a quell'uomo coraggioso di insegnarci ad affrontare la morte con integrità.
Affidandosi alle proprie forze e al sostegno della famiglia e della comunità, Paul affrontò ogni fase della malattia con grazia. Non con spavalderia, né con l'incauta convinzione che avrebbe superato o sconfitto il cancro, ma con un'autenticità che gli consentì di piangere la perdita del futuro che aveva programmato e di forgiarne uno nuovo.
Ricordo di aver comprato questo libro per mia madre, che ama leggere storie vere. Non le ho mai chiesto se le sia piaciuto oppure no e lei non mi ha mai detto nulla in merito. Credo di capire il perchè. Posta la sofferenza, che, comunque, è alla base del racconto (seppur carico di speranza e di coraggio), credo che l'uso di termini medici piuttosto desueti nel linguaggio comune le abbiano reso la lettura difficile. Nonostante ciò, l'iniziale difficoltà di comprendere tecnicismi medici passa in secondo piano davanti alla profondità della testimonianza che viene resa.

Lettura non semplice, visti i temi trattati, ma un punto di vista sulla vita e sulla morte che aiuta a riflettere. E a cambiare prospettiva.

Questo libro mi permette di partecipare alla quarta tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 5: libro con uno dei quattro elementi nel titolo.

lunedì 26 settembre 2016

Caravaggio e l'incanto della strega (L. Mattia)

E' una storia triste, avventurosa ma piuttosto triste, quella di cui è protagonista un ragazzino promettente ed un bel po' pieno di sé che risponde al nome di Michelangelo Merisi, detto Michele, da Caravaggio.
Ha tredici anni ed è perfettamente consapevole del suo talento tanto da far fatica a contenersi anche davanti al suo maestro di bottega, Simone Peterzano.

Quella raccontata nel libro Caravaggio e l'incanto della strega è la storia di un Caravaggio ragazzino, già proiettato verso il mondo dell'arte e destinato ad avere un ruolo da protagonista assoluto ma, allo stesso tempo, impegnato in un'avventura che lo catapulta violentemente all'interno di una delle questioni più controverse dell'epoca: le accuse di stregoneria mosse a donne, per lo più giovani, ree (come in questo caso) di saper curare le persone con le erbe. Non esagero nel dire violentemente perchè lui non riesce a comprendere come delle semplici donne, per lo più contadine, possano essere scambiate per streghe, torturate ed uccise davanti agli occhi di tutti, senza che ci sia una persona che muova un dito in loro difesa. Non lo comprende e tantomeno comprende l'indifferenza del suo maestro - persona che stima e che considera come guida - davanti ad accuse di questo tipo mosse contro quella ragazza che tanto preziosa è stata nel salvare la vita di una bambina malata.

Lei è bellissima. Lucia è il suo nome, ha i capelli rossi come il fuoco e fa l'attrice con una carovana di saltimbanchi viaggianti. I loro occhi si incrociano e le loro vite di ragazzini si sfiorano fino a che lei, per aiutare lui, viene accusata (vigliaccamente e per ripicca) di stregoneria.
Riuscirà il giovane Caravaggio a strappare la bella Lucia a quello che tutti dicono oramai essere il suo destino? Ci sarà qualcuno disposto ad aiutarlo?

Una bella avventura con un personaggio che, seppur ragazzino, ha tutte le caratteristiche del Caravaggio adulto: il talento, in primis, ma anche un carattere piuttosto irrequieto e pronto a reagire davanti alle provocazioni. Quale provocazione più grande dell'accusa di stregoneria alla ragazza che gli fa battere il cuore? 

Anche questo libro fa parte della collana Sì, io sono, che racconta la storia di personaggi famosi, realmente  esistiti, quando ancora famosi non lo erano. Sono storie inventate ma con personaggi realmente esistiti che vengono proposti con caratteristiche reali. Ben scritto, come di consueto i personaggi vengono presentati all'inizio e, al termine della storia, viene raccontato ciò che diventeranno, seppur brevemente.

Sarò monotona visto che l'ho già detto altre volte ma consiglio tutti i libri di questa collana: fino ad ora ho conosciuto Matilde di Canossa, Leonardo, Puccini ed ora Caravaggio avendo un'altra conferma su come questi libri siano ben scritti e frutto di un'ottima idea editoriale.

La collana è consigliata dai 10 anni in su e visto che tra qualche mese è Natale suggerisco questi libri da mettere sotto l'albero di giovani lettori. Gradiranno di sicuro!

Io, intanto, approfitto per partecipare alla quarta tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 3: libro con un personaggio realmente esistito.

sabato 24 settembre 2016

Puccini. Una congiura da fermare (V. Conti)

Chi l'avrebbe mai detto che quel vivace ragazzino di nome Giacomo sarebbe poi passato alla storia come uno dei più grandi compositori italiani di tutti i tempi?
Un ragazzino che, rimasto orfano di padre, vive con sua madre, un fratello e sette sorelle in una Lucca che appare ogni giorno di più come un paesotto di provincia, in cui le chiacchiere fanno in fretta a passare di bocca in bocca. E' proprio così che le ragazzate di Giacomo non restano tra le mura di casa ma arrivano in tutto il paese. Ed è così che quando scompare la pisside della chiesa di Don Vincenzo è facile pensare a lui come al colpevole. Giacomo, però, non c'entra. E' quello che intende dimostrare.
Parte da qui un'avventura che poi - ora, quindicenne, lui non può saperlo - ispirerà una delle sue opere più famose: La bohème.

Giacomo è vivace, è vero, ma questo non vuol dire che sia un ragazzo cattivo o disonesto. Quando poi sente la musica per lui si aprono le porte di un mondo parallelo. Un mondo che lo rapisce, lo conquista.

Il libro Puccini. Una congiura da fermare fa parte della colla Sì, io sono in cui mi sono imbattuta in biblioteca e che mi piace davvero molto. Dopo Matilde di Canossa e dopo Leonardo, il giovane Giacomo Puccini si aggiunge alla lista dei personaggi famosi che ho imparato a conoscere partendo dalla loro giovinezza. Sono storie inventate, è vero, ma i personaggi che vi compaiono sono personaggi realmente esistiti e le vicende trovano comunque ispirazione dalla loro vita reale.
Come per gli altri titoli, anche in questo caso viene proposta una presentazione dei personaggi prima dell'inizio della storia e poi, alla fine, gli stessi personaggi vengono brevemente presentati per quello che saranno da grandi e che ruolo avranno nella vita del personaggio principale, in questo caso di Puccini. 

In questo libro si parla anche di una malattia letale all'epoca: la tisi. Ebbene, nella parte finale del libro si dice che nel 1929 tal Alexandre Fleming scoprì la penicillina, sostanza di base degli antibiotici. Grazie a tale scoperta molte malattie, tra cui la tisi, divennero curabili.

Confermo l'opinione che mi sono fatta di questa collana: un simpatico modo di presentare e rendere familiari personaggi famosi proponendo piccole avventure di quando famosi non erano ma con tante informazioni a margine che rendono i libri anche educativi e non di solo intrattenimento.

Lettura che consiglio caldamente.

Nella bandella finale è possibile ritagliare delle immagini che danno vita ad un segnalibro.

Questa lettura mi permette di partecipare alla quarta tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: copertina prevalentemente blu.

venerdì 23 settembre 2016

Come fu che Babbo Natale sposò la Befana (A. Vitali) - Venerdì del libro

Questa volta Andrea Vitali propone una storia che non è ambienta nella sua Bellano.
Cambia la location, cambiano gli ambienti ed i personaggi. Non cambia di molto il suo stile che resta, comunque, leggero ma non banale.

Nel libro Come fu che Babbo Natale sposò la Befana - un libro che si legge in fretta e che consiglio anche a giovani lettori - il Natale è oramai alle porte e Tom, un bambino di dieci anni, pone a suo padre un interrogativo di vitale importanza: "Babbo Natale esiste davvero?".
Da questo interrogativo posto a tavola dal ragazzino - tanto da far quasi andare di traverso la cena a mamma e papà - si snoda la trama di un racconto che, grazie ad un pizzico, di magia, si snoda entro un arco di tempo piuttosto breve (ciò non è nuovo nei racconti di Vitali) e vengono dipinti personaggi dalle caratteristiche piuttosto verosimili. 

So che è ancora presto per Natale ma vorrei suggerire questa lettura per il Venerdì del libro di oggi.
I personaggi inventati da Vitali hanno sempre qualche caratteristica che li rende simpatici.
Lo è, ad esempio, la spigolosa signora Irene Stecchetti, una quattr'ossa dall'anima di vipera che, a ben guardare, non è affatto antipatica come appare all'inizio.
Il modo in cui Vitali presenta i suoi personaggi è capace di dare loro un tocco di simpatia anche quando non sono del tutto positivi.

Tutta la storia ruota attorno alla necessità di dare una risposta all'interrogativo di Tom. Il ragazzino è in un'età di passaggio e chiede conferme a suo padre circa l'esistenza di Babbo Natale, anche se attorno ha parecchi compagni dubbiosi. 
Una, in particolare, la figlia di quell'Irene Stacchetti spigolosa, l'altrettanto spigolosa Ricami Rebecca. Lei sa per  certo che Babbo Natale non esiste perchè i suoi genitori hanno ritenuto che fosse arrivato il momento di dirle la verità. 
La verità.
 Qual è, poi, la verità? 
Se si incontra un uomo che ha proprio l'aspetto di Babbo Natale, il suo pancione, la sua barba, il suo vestito e che se ne sta tranquillo a zonzo per la città, come si fa a dire quale sia la verità, quella vera, circa la sua esistenza?

E' con questa piccola commedia degli equivoci che Vitali invita a sognare e a restare bambini, sia che il suo libro finisca tra le mani di un lettore adulto o di uno che adulto ancora non lo è.

Con questa storia che si svolge in un periodo natalizio Andrea Vitali mi permette di partecipare alla quarta tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 6.

mercoledì 21 settembre 2016

Greta che vola (S. Roncaglia)


Greta è una bambina vivace, un po' maschiaccio. Ama giocare, correre, saltare e fa innervosire la sua mamma che, invece, all'etichetta ci tiene, eccome! 

Quando Greta decide di fare uno scherzetto all'insegnante di inglese arriva l'occasione giusta per punire la bambina e spedirla in una struttura in cui verrà educata a dovere. Sembra quasi che i suoi genitori perfettini non aspettassero altro. Lei ci casca come una pera cotta e serve loro l'occasione su un piatto d'argento.

Ecco che Greta lascia la sua casa e la sua sorellina (oltre che mamma e papà) per frequentare le scuole medie in un posto di classe, dove le bambine ribelli vengono educate ad essere bambine eleganti e a modo.

Greta che vola è un racconto di fantasia, parecchia fantasia. La protagonista è una bambina che si troverà a vivere una particolarissima esperienza dopo aver subito una trasformazione, anche fisica, che la porta ad essere così come la sua mamma vorrebbe ma che la snatura un bel po' visto che lei, di carattere, non è proprio così!

Ho letto questo libro - della collana Il battello a Vapore serie arancio - su suggerimento di mia figlia che lo ha particolarmente apprezzato. Visto che lei segue spesso i suoi consigli anche io ho voluto seguire il suo. E poi ero reduce da una lettura piuttosto importante e pesante ed avevo bisogno di evadere un pochino.

E' un racconto scorrevole, ben scritto, che propone una riflessione sulla diversità, sull'accettazione dell'altro così com'è, senza voler necessariamente cambiare la sua indole. 
La sorellina di Greta, dopo i tre anni di scuola lontana da casa, non riconosce del tutto sua sorella. E' lei, la piccolina di casa, a rendersi conto che ora quella sorella maggiore è diversa, non è lei. E l'aiuterà a tornare se stessa, a tornare in se.

Il finale è aperto: Greta vive un'esperienza che la porta lontana da casa anche dopo essere tornata nelle vesti di vera signorina. L'autrice non propone un vero e propri finale. Non c'è, tanto per capirci, il classico e vissero felici e contenti. Lascia molto all'immaginazione del lettore.

Consigliato dai nove anni. 
Di questa collana ammetto di aver letto storie che mi hanno coinvolta maggiormente. E' comunque una storia piacevole.
 
Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 5: un nome femminile nel titolo.

martedì 20 settembre 2016

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F.)

Una testimonianza cruda e terribile. Una vita messa a nudo in modo diretto e franco.
Nel libro I ragazzi dello zoo di Berlino Christiane F. racconta la sua storia. La storia di una bambina che entra ben presto nel giro della droga e che fa fatica ad uscirne, con continui tentativi di disintossicazione e continue ricadute.
E' un racconto terribile. Terribile per ciò che viene raccontato ed anche per come viene raccontato visto che si tratta di una testimonianza raccolta nel corso di interviste realizzate in attuazione di un progetto di ricerca che, poi, è diventato un libro che ha sconvolto i lettori e non solo.

Propongo la prefazione per far capire di cosa stiamo parlando. Le pagine sono ingiallite visto che si tratta di un vecchio libro che ho trovato nella libreria di mio nonno. Si tratta della quarta edizione, datata 1981, ed è stata conservata tra tanti altri libri che sono rimasti abbandonati a loro stessi per parecchio tempo. Ultimamente è finito tra le mie mani e mi sono subito resa conto che non sarebbe stata una lettura facile. Non solo per via dell'argomento, piuttosto forte, ma anche perchè scritto con caratteri piccini, ancor più piccini quando vengono proposte le testimonianze di altri personaggi come la madre di Christiane o coloro che l'hanno seguita.

E' una bambina come tante, Christiane. E non è un personaggio inventato ma una persona realmente esistita e ciò che racconta sono vicende che le sono accadute davvero. Ha una situazione familiare particolare con un padre violento che la picchia continuamente per un nonnulla ed una madre incapace di difenderla tanto che, a volta, subisce anche lei la violenza del marito.

A dodici anni inizia a fumare hascisc e a tredici inizia a farsi di eroina. Fino all'età di quindici anni sarà un continuo vai e vieni tra le aule scolastiche (dove fa solo presenza fisica) e la stazione della metropolitana dove gravita il mondo della droga berlinese. Qui i giovani si prostituiscono per avere denaro da spendere in dosi, si passano le siringhe, si sballano senza problemi. Lo stesso fa Christiane tornando poi puntualmente a casa per riprendere, il giorno dopo, la stessa routine.

Siamo negli anni settanta e la facilità con cui delle ragazzine poco più che bambine riescono a procurarsi dosi, si prostituiscono e  si sballano è terrificante. Questo è il termine che mi è ronzato in testa per tutto il tempo. 
Il testo non è stilisticamente elaborato ma la riproposizione della testimonianza che la ragazzina fornisce con dovizia di particolari. Una testimonianza che, sommata alle altre persone la cui voce viene riportata nel libro, è stata data per rompere il vergognoso silenzio degli adulti sul mondo della prostituzione

E' stata una lettura impegnativa sia a livello emotivo che dal punto di vista lessicale visto l'uso di termini molto diretti, di espressioni tutt'altro che romanzate. Impegnativa e dolorosa: non un romanzo, ma la storia di una, di tanti ragazzi molti dei quali ci hanno lasciato la pelle giovanissimi.

Non è mia intenzione giudicare alcunchè. E' un libro che fa riflettere e fa comprendere la difficoltà di venire fuori dalla spirale dell'orrore in cui i tossicodipendenti cadono. Difficile per loro ma anche per le famiglie. La mamma di Christiane, con la sua testimonianza, fa comprendere come fosse più semplice fare finta di non avere un problema piuttosto che affrontarlo. Fino a che, però, si rende conto che sua figlia sta per toccare il fondo. La ragazzina tenta più volte di venirne fuori ma le continue ricadute sono la dimostrazione di quanto sia difficile dire basta.

Ammetto che verso la fine il racconto mi è sembrato un po' ripetitivo visto che ogni volta i tentativi di disintossicazione andavano a monte ed ho pensato che, magari, si potesse evitare di dilungarsi su tanti dettagli. Ma è un racconto-verità, e così è stato proposto fino alla fine.

Per curiosità sono andata a cercare il presente di Christiane F. che è vivente ed è diventata adulta. Non dico altro.

Non è un libro adatto a chi intende affrontare una lettura leggera e, sicuramente, non lascia indifferenti. Non può lasciare indifferenti.

Le 255 pagine in cui si struttura il libro pesano come se fossero il triplo... e credo che, vista la tipologia di racconto, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Questo libro mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: un libro con una donna raffigurata in copertina.

giovedì 15 settembre 2016

Il pranzo di Mosé (S. Agnello Hornby)

Quando ho chiesto in prestito in biblioteca il libro Il pranzo di Mosè il bibliotecario me lo ha messo tra le mani con un gran sorriso. "Parla della mia terra", mi ha detto. E mi ha fatto capire che sarebbe valsa la pena leggerlo.

Mi sono avvicinata a questa lettura senza sapere nulla dell'autrice (mea culpa) Simonetta Agnello Hornby che, tra le altre cose, ho scoperto aver fatto anche una trasmissione televisiva con questo titolo.

Non appena mi sono resa conto che sarebbe stato un viaggio nei ricordi dell'autrice ho subito pensato che sarebbe stato una noia. Come ho detto più volte non amo le biografie, elenchi di date e di nomi che non sviluppano una trama vera e propria (salvo che nei casi di storie importanti, di vite che sono talmente intense da somigliare davvero ad un romanzo) ma ho subito capito che non sarebbe stato questo il caso.

Per prima cosa, Mosè non è una persona ma una masseria ottocentesca che si trova nella zona della Valle dei Templi, ad Agrigento: è la tenuta dove, da cinque generazioni, la famiglia materna dell’autrice trascorre le vacanze estive e dove si è sempre consumato, e continua a consumarsi, un particolare rito legato al momento dei pasti.
Eh si, un rito. Perchè la cura con cui i cibi vengono preparati, con cui viene conzata (come dice l'autrice) la tavola e come si svolge il momento del desinare e l'attenzione rivolta agli ospiti non hanno nulla di casuale tantomeno di veloce, come purtroppo avviene nei tempi d'oggi. 

L'autrice racconta la vita a Mosè con particolare riferimento alla produzione delle materie prime, rigorosamente fresche e di stagione, e alla preparazione e consumazione dei cibi che non è mai un momento solitario ma un momento conviviale con tutti i carismi.

Ammetto di aver riflettuto molto davanti alle abitudini di quel posto che sono conservate tutt'ora: pensando alla velocità con cui mettiamo in tavola cibi pronti, alla necessità di fare in fretta, alle poche vere occasioni di ritovarsi con la famiglia o con amici per desinare tutti insieme, mi sono sentita una nullità davanti a quel modo di fare, così semplice eppure così profondamente rispettoso dell'ospite e del cibo.
Tutti in famiglia erano padroni di casa, dal più anziano ai bambini. Era nostro compito includere nella conversazione e dare attenzione particolare ai timidi, agli anziani e ai nuovi venuti, per far sì che ciascuno fosse a propri ogio. Seduti al tavolo della sala da pranzo, che si allungava all'occorrenza fino ad accogliere ventiquattro persone, gustavamo il cibo divertendoci e chiacchierando, senza dimenticare di accudire gli ospiti.
L'autrice parla al passato raccontando di altri tempi ma, se non ho capito male, certe abitudini sopravvivono ancora oggi, nonostante il cambiamento che la vita quotidiana impone agli equilibri familiari.

Le raccomandazioni di allora sono valide anche oggi, senza ombra di dubbio.
Ricordati che una padrona di casa che mette a disagio il suo ospite non è degna di intrattenere nessuno.
Dopo il racconto, farcito di fotografie di un tempo - molto suggestive ed evocative quelle in bianco e nero - l'autrice conclude facendo anche delle valutazioni sull'oggi. Su come sia cambiato il modo di concepire il cibo, con la diversa attenzione alla sua provenienza, con diverse modalità di preparare i pasti.
E conclude augurando al gentile lettore di recuperare il piacere della buona tavola, del buon mangiare, in un'atmosfera conviviale.

Per chiudere, poi, vengono proposte le ricette dei cibi che vengono nominati all'interno del libro, ed è tutto un dire!
Questo libro mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: un libro con una donna raffigurata in copertina.

martedì 13 settembre 2016

Di Ilde ce n'è una sola (A. Vitali)

"Stavolta è più bella la copertina della storia". Questo è quello che ho pensato arrivata più o meno a metà del libro Vitali che propone un racconto semplice, sempre ambientato nella sua Bellano, con pochi personaggi ed una trama che appare quasi inesistente.
E, alla fine, mi sono data ragione in parte. Nella sua semplicità l'autore torna a proporre la fotografia di un periodo storico - siamo nel 1970 - che viene inquadrato alla perfezione e le cui caratteristiche traspaiono da tanti piccoli particolari che, nell'insieme, creano un'ambientazione credibile.

E' un libro nel perfetto stile di Andrea Vitali, uno stile che deve piacere, anche se devo dire che non è da annoverare tra le letture indimenticabili.

Io ho letto altri suoi libri e l'ho trovato in linea con essi anche se, in questo caso, ho trovato il testo più scarno con tante frasi brevi e dialoghi botta e risposta (spesso anche dei veri e propri pensieri, condierazioni) conclusi in fretta, punto e a capo. Pagine quasi vuote. Anche questo, però, è in linea con la storia che sembra quasi piena di bolle d'aria, di quei vuoti che prendono forma nella mente di Oscar come idee - più o meno strampalate - a cui dare forma. 
Non so se mi sono spiegata ma anche le modalità di scrittura mi sono sembrate adatte per il tipo di storia proposta. 
Tutto nasce dal ritrovamento di una carta d'identità senza foto. E' di una donna e l'ha trovata un ragazzino tra le rocce di un fiume. Il ragazzino la consegna a sua madre che, a sua volta, la consegna al marito affinchè vada dai Carabinieri.

E' di una certa Ilde, giovane moglie di Oscar che verrà investito di una grande responsabilità. O meglio, si investe di una grande responsabilità: cercare di capire come mai la carta d'identità di sua moglie sia finita lì dove è stata ritrovata.
Parta una indagine tutta sua ed è questo il perno della storia.

Sullo sfondo c'è l'insoddisfazione di Oscar per essere un cassaintegrato mentre sua moglie porta lo stipendio a casa. E la sua sottomissione ad una donna dal carattere indubbiamente forte.
C'è l'insoddisfazione di Ilde per essere l'unica a portare a casa la pagnotta con un marito nullafacente sempre chiuso in casa. E la sua convinzione di essere colei che tira avanti al baracca, prende le decisioni e tutto il resto.
C'è il benestante di turno, il giometra, che fa pesare il suo potere anche se in modo del tutto particolare, potere derivante dal fatto di avere un lavoro di un certo livello e, soprattutto, di avercelo un lavoro. Un uomo che si trova in una situazione paradossale ma non svelo altro, il bello sta tutto qui. Vitali è abile del dare corpo ad una trama che, seppur scarna, ha un suo perchè.

E' una storia che strappa un sorriso anche se, lo ammetto, Oscar mi ha fatto una gran pena per tutta la lettura. Poveretto! E mi aspettavo anche un finale diverso.

E' un libro che si legge in fretta. Lo consiglio a lettori che non abbiano grosse aspettative e che vogliano farsi intrattenere da una storia semplice e nella quale, a ben guardare, si possano trovare situazioni in cui ognuno potrebbe incappare.

Questo è il terzo libro che leggo di Vitali e ammetto di averlo scelto perchè immaginavo, sulla scia degli altri due, che sarebbe stata una lettura poco impegnativa. E poi, non lo nego, l'ho scelto per via della presenza di un nome femminile in copertina. Ciò mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 5.

lunedì 12 settembre 2016

Leonardo e l'enigma di un sorriso (J. Carioli)

Non è un bambino come tanti, Leonardo. E' un bambino destinato a diventare il grande Leonardo: Leonardo Da Vinci. Lui, però, ancora non lo sa così come non lo sanno coloro che gli sono accanto.

Nella storia narrata nel libro Leonardo e l'enigma di un sorriso, di Janna Carioli, il ragazzino è alle prese con scelte importanti e non sa ancora, con esattezza, cosa ama fare e che cosa vuole diventare. 
Dopo Matilde di Canossa, ho cercato un altro libro della collana Sì, io sono, Lapis edizioni che propone le storie di personaggi famosi quando ancora famosi non erano.

Leonardo è un bambino curioso e che cova un grande talento. Un talento del quale non è ancora del tutto consapevole ma che sta fiorendo in lui: gli basta prendere un carboncino in mano ed un foglio bianco per dare vita a ritratti che sembrano il frutto di un artista navigato. Un talento che gli aprirà le porte di una delle più prestigiose botteghe di Firenze, quella di tal Andrea del Verrocchio che gli trasmetterà il suo sapere e lo aiuterà a fare chiarezza in se, per meglio capire quale strada intende percorrere. Una bottaga prestigiosa, all'epoca a Firenze, fucina di veri talenti quali un certo Botticelli, un certo Perugino, Domenico Ghirlandaio. Tutti ragazzini all'epoca, grandi artisti nel futuro. La bottega del Verrocchio era al servizio dei De' Medici e ciò la dice lunga sul fatto che fosse la più prestigiosa di Firenze.

La storia di Leonardo bambino è romanzata ma con riferimento a personaggi reali, della sua vera vita. Sua madre Caterina, suo padre Ser Piero, suo zio Francesco ed ancora i vari artisti che hanno condiviso con lui gioie e dolori dell'apprendistato.

Viene descritto come un ragazzino sveglio, che soffre per le vicende della sua famiglia: è figlio di Ser Piero notaio in Firenze e di Caterina, una contadina che però non è spostata con suo padre. Lui aspetta un altro figlio da un'altra donna, sua moglie, ed è quell'erede legittimo che aspetta. Una disgrazia, però, porterà via sia il neonato che la sua mamma per cui Leonardo resterà l'unico pupillo di Ser Piero che, suo malgrado, inizia a vedere in quel ragazzo qualche cosa di buono. 
Ecco l'avvio ad un mestiere e l'avvio di quella che sarà una fulgida carriera.

Come avvenuto per l'altro libro di questa collana che ho letto, ho apprezzato molto lo stile di scrittura e la volontà di far conoscere ai lettori più giovani - è consigliato dai dieci anni - personaggi che poi saranno qualcuno nella storia. 

L'unico appunto: mi aspettavo qualche riferimento in più alla Gioconda. Quel sorriso a cui si fa riferimento nel titolo compare solo nelle ultime righe e nel libro si parla di altro. 

Lo consiglio caldamente per lettori curiosi, per ragazzini che vogliano conoscere personaggi famosi scoprendo che anche loro hanno avuto un'infanzia, e non sempre felice o semplice - a dire il vero - come il loro successo futuro può far pensare.
Cercherò altri libri di questa collana che, pur non essendo pensata per lettori maturi, sta catturando parecchio anche me che ragazzina non lo sono più da un po'.

Questa lettura mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.

domenica 11 settembre 2016

Perfino le stelle devono separarsi (C. Frugoni)

E' un viaggio nei ricordi quello che fa Chiara Frugoni nel libro Perfino le stelle devono separarsi, un libretto con poca trama, così lo definisce l'autrice.

In effetti si tratta di una biografia per redigere la quale l'autrice attinge alla storia della sua famiglia, arrivano fino a quella di suo padre e di sua madre. Un tuffo nel passato raccontato con l'emozione che è propria di chi racconta di persone che ha amato, di situazioni che sono rimaste nel cuore.

Ammetto di aver preso in prestito il libro senza sapere nulla dell'autrice. Solo dopo, nelle more della lettura, ho cercato delle informazioni su di lei ed ho scoperto che si tratta di una storica italiana, specialista del Medioevo e della Storia della Chiesa. Che ignorante che sono!

Dal libro, però, poco traspare della Chiara Frugoni di cui ho letto in rete. Sono altri i protagonisti. Sono coloro che l'hanno preceduta, i suoi avi e le loro storie. 
Spiccano le personalità di nonna Teresa e dello zio dottore, tanto per citare qualche esempio, colui che quasi mai viene chiamato per nome ma attorno al quale ruotano parecchi racconti.
E, su tutto, Solto: una piccola cittadina bergamasca dove l'autrice ha trascorso parecchie estati, a casa dei nonni.

Il racconto è arricchito da foto storiche che completano le minuziose descrizioni. Parecchie, ne ho trovate parecchie di descrizioni soprattutto in merito ai luoghi. Come ho trovato molto affetto nel parlare delle varie situazioni narrate. Dalla storia dei nonni fino al suo primo amore. Un lungo arco di tempo che l'autrice ha voluto fissare per i posteri, affinchè restasse memoria delle sue radici.
 
In alcuni passaggi mi è sembrato di sentire racconti a me familiari, soprattutto in relazione ai nonni, al loro ruolo, alle loro abitudini. Ed anche la mia, di memoria, ha fatto un tuffo nel passato non tanto in relazione a quanto letto quanto per via del prepotente pensiero dei miei nonni, oramai scomparsi, che è sempre vivo in me.
 
Il libro non mi ha appassionata in modo particolare, devo ammetterlo, probabilmente per via del fatto che non amo le biografie. Però va detto che è scritto molto bene e che il lettore è aiutato anche da un elenco (in rigoroso ordine alfabetico) dei personaggi di cui l'autrice parla.
Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.

sabato 10 settembre 2016

Il cuore selvatico del ginepro (V. Roggeri)

E' la settima di sette figlie femmine e questo vuol dire disgrazia, iattura. In Sardegna la credenza popolare vuole che la settima di sette figlie femmine abbia la vita segnata: è una coga, una bambina disgraziata che porterà solo disgrazia e, per questo, va immediatamente eliminata, appena nata.
Non è così che vanno le cose, però: Lucia, figlia primogenita dei coniugi Zara, trova un fagottino abbandonato a se stesso e lo prende co se, portando in salvo la sua nuova sorellina. Quella che, per tutti, sarà la sciagura fatta persona, il diavolo in terra, la coga.

Vanessa Roggeri, nel libro Il cuore selvatico del ginepro, imbastisce una storia che mi ha tenuta attaccata alle pagine. Propone le suggestioni e le superstizioni di una terra, la Sardegna, che lei stessa ha nell'anima in quanto terra natale. Allo stesso tempo propone una storia triste e commovente, con personaggi che vedono intrecciare le loro vite in alcuni casi in modo morboso, con - sullo sfondo - l'aura negativa di un personaggio ritenuto portatore di disgrazie. 

Quella narrata è la storia di una famiglia segnata dalla sfortuna: questa è la convinzione comune, alimentata da quelli che vengono considerati come segni inconfutabili dell'arrivo di una coga. Alcune caratteristiche fisiche della neonata, prima, e caratteriali, poi, getteranno la famiglia Zara nella disperazione più assoluta davanti ad una sciagura rispetto alla quale nessuno può nulla.

Sopravvissuta alla notte, per mano di sua sorella Lucia, ora Ianetta (questo il nome che verrà dato a quella bambina che viene considerata da tutti la demonietta) vive nell'ombra, scansata da tutti, senza mai una carezza, una parola, un gesto di compassione. Nessuno si avvicina a lei. Per lei solo parole di disprezzo fin da piccola. Solo improperi continui e cattivi pensieri rivoti a lei. Questo è l'ambiente in cui la piccina cresce allo stato selvatico, come fosse una protuberanza della terra sarda, tanto da portarne addosso gli odori, i colori, i segni.

Ianetta è brutta, malfatta, non parla ma emette degli strani suoni (qualcuno si è mai preoccupato di parlare con lei, di insegnarle qualche cosa? Qualcuno le ha mai chiesto come stesse? Qualcuno si è mai preoccupato di capire quale fosse l'origine di quei suoni sofferenti prodotti dalla sua bocca?) che vengono considerati ancora una volta segni che definiscono il suo essere malefico.

Ma è davvero così? O è semplicemente una sorella sfortunata, segnata alla nascita da superstizioni antiche che fanno fatica a morire.

Siamo sul finire del 1800 ed il periodo storico la dice lunga su quale fosse l'atteggiamento nei confronti di persone, principalmente donne, considerate streghe o emanazione del male.
 
Il romanzo si apre con la morte di Laura Zara che lascia ai suoi tre figli un'importante eredità. Non tanto una casa, che pure ha il suo valore, quanto una storia. 
La storia della sua famiglia e della sua sfortunata sorella. La storia che l'autrice racconta con dovizia di particolari, utilizzando anche termini propri della sua terra (in coda al libro proporrà poi un glossario per permettere a tutti i lettori di comprendere ciò di cui si parla) rendendo gli scenari vivi, come se si consumassero sotto gli occhi del lettore. Questa è l'impressione che ho avuto io.

Se avessi potuto avrei preso a schiaffi alcuni personaggi, avrei coccolato la povera Ianetta, avrei aperto la mente delle sue sorelle.

Quella bambina considerata da tutti la coga mi ha fatto davvero tenerezza e mi ha fatto pensare a quante donne, nella storia, sono state emarginate, torturate ed uccise perchè considerate l'incarnazione del male a seguito di convinzioni popolari del tempo.

Solo sua sorella Laura nutre dei dubbi rispetto alla reale natura di quell'esserino che considera sua sorella prima che la coga
Osservò Ianetta e si commosse quando comprese che lei non era come le altre bambine, i suoi giochi non avevano la luce dell'innocenza ma l'ombra di quella amara consapevolezza che solo di cose ormai morte poteva occuparsi, le uniche che non potevano rifiutarla.
E più avanti, quando Ianetta è più grande:
Si era convinta, Lucia, che Ianetta un cuore doveva avercelo e che doveva essere spezzato per colpa dell'esilio, dell'odio e delle cose brutte che tutti dicevano sul suo conto.
Dubbi che, ad un certo momento, anche in lei vengono imbavagliati da ciò che le accade attorno. 
A nulla varranno i tentativi del nuovo dottore di far aprire gli occhi alla gente del paese
Finchè rifiuterete la medicina accadranno cose come questa. Le vostre donne e i vostri bambini moriranno se non smetterete di credere a cose che non esistono. Le cogas non esistono! E' l'ignoranza che le genera! Possibile che non vi accorgiate della luce di questa verità?
Storia intensa, commovente, triste. Storia di rabbia e di credenze popolari radicate nel tempo. Storia di donne, storia di una terra trova voce in un'autrice che, secondo il mio punto di vista, propone un racconto da non perdere.

Consiglio questo libro (letto tutto d'un fiato). Libro che, peraltro, mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 2: un libro con una donna raffigurata in copertina.

venerdì 9 settembre 2016

Il viaggio di Lea (G. Risari) - Venerdì del libro

Se una bambina di dodici anni si mette in testa di voler cercare risposte ad interrogativi sul senso della vita e della morte, cosa può succedere?
Può nascere un viaggio avventuroso che la porta a conoscere personaggi immaginari, in situazioni surreali, che le danno dei piccoli pezzetti di altrettanto piccole verità da mettere insieme per tentare, se non di avere delle risposte, di arrivare se non altro ad una maggiore serenità.

E' quanto accade a Lea. Rimasta orfana, vive con suo nonno ma è inquieta. Non riesce a trovare attorno a se delle risposte importanti e decide di avventurarsi in un viaggio che la possa portare a soddisfare la sua curiosità. Questo viaggio è raccontato nel libro Il viaggio di Lea, di Guia Risari.

E' un viaggio di fantasia, Lea incontra personaggi molto particolari che le lasceranno qualcosa. Qualcora di importante ai fini della sua missione.

Nel suo viaggio Lea imparerà 
Che certa gente si affida totalmente alla fortuna, che per altri non ci sono radici, che il futuro è una lettura, che l'importante è l'armonia dell'insiee, che uccidere non sempre trasforma in mostri, che si può essere felici con poco, che la leggerezza cambia la vita, che certe regole sono assurde, che rubare non è l'unica soluzione. E poi, soprattutto, che la fine delle cose dà loro un senso.
Imparerà tutto questo dalle storie dei personaggi che incontrerà e che le lasceranno ognuna un segno, non solo un insegnamento. Lea osserva ciò che accade attorno a lei con occhio attento. Non è certo una bambina superficiale, lei. I dettagli sono importanti. E l'autrice trasmette tale convincimento al lettore quando propone delle descrizioni molto minuziose - soprattutto degli ambienti in cui si svolge la storia - tali da far immaginare visivamente ciò che Lea deve vedere con i suoi occhi. 

Una lettura per bambini? Bambini bambini proprio no, direi. Perchè i concetti che vengono affrontati sono per ragazzini che iniziano a seguire il senso di certi ragionamenti. Per bambini troppo piccoli sarebbe una storia di fantasia fine a se stessa. Devo ammettere di averlo letto con piacere anche io, che ragazzina non lo sono più da un po', per cui lo consiglio anche a lettori maturi. Ci sono parecchi spunti di riflessione che, letti con la maturità di un lettore adulto, possono far riflettere in modo profondo.

Aperta parentesi.

Un piccolo, unico, appunto all'autrice (non me ne voglia, sono un tantino pignola). In alcuni punti ho storto il naso per l'uso della punteggiatura... Non dico che sia scorretto ma personalmente mi è sembrato stonato. Non voglio certo fare la mestrina, ci mancherebbe.
- Ci sono persone, - continuò lui, - che attribuiscono le responsabilità delle loro azioni al temo, alla politica, alle sensazioni, a forze superiori.
Davanti a quelle virgole ho storto il naso, per fare un esempio. A mio personale parere l'inciso per sua natura impone una pausa nel discorso per cui le virgole non servono prima dei trattini. Magari, però, mi sbaglio... Oppure:
- E devo ammettere che sono, o meglio, erano tutti abbastanza felici e soddisfatti di sè. Almeno, mi dico, sono morti contenti -. Esitò. - Ma ce ne sono anche altri (.....)
Quei punti dopo il trattino e prima del trattino mi sono sembrati una stonatura.

Chiusa parentesi.

Con questa lettura, che suggerisco per il Venerdì del libro di oggi, partecipao alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 1: libro scritto da un'autrice.

mercoledì 7 settembre 2016

Tutto quello che siamo (F. Bosco)

Se fossi abituata ad etichettare libri catalogandoli nell'uno o nell'altro genere Tutto quello che siamo di Federica Bosco credo proprio che sarebbe uno young adult.
Tematiche importanti toccate parlando della vita di giovani (la protagonista ha 19 anni) che non sono ancora alti ma che non possono essere certo considerate adolescenti.
Situazioni attuali (Whatsapp, videochiamate, chat, smartphone) vissute da ragazzi di oggi che presentano caratteristiche molto comuni di questi tempi. 
Emozioni che non passano mai di moda.
Si tratta del primo libro in assoluto che leggo di questa autrice e ammetto che la storia parte un po' lenta. Mi è capitato di sbadigliare un paio di volte ai primi capitoli e, di solito, non è buon segno.

Invece devo ammettere che la prima impressione è stata del tutto fuorviante. Andando avanti nella lettura sono arriva a divorare letteralmente le pagine per cercare di capire che fine facessero i personaggi. Eh sì, parlo al plurale, perché anche se la protagonista è Marina, la storia ruota attorno a tanti personaggi, ognuno con le sue caratteristiche, con i suoi segreti, le sue fragilità. 
Marina è orfana di madre, vive con suo padre (un uomo sempre pronto ad autocelebrarsi, spesso violento e poco attento a chi gli sta attorno), suo fratello Filippo (un bambino cresciuto con lei, visto he era piccolissimo quando la mamma è morta) e con la sua matrigna che merita appieno il significato dispregiativo di questo termine.
Marina è la figlia sbagliata, quella che non sarà mai capace di fare niente, quella che non ha carattere. Così è cresciuta, con queste convinzioni che le sono state inculcate a livello familiare da un padre che è sempre pronto a fare confronti con i figli degli altri ed una madre arrendevole, incapace di difendere i suoi figli così come se stessa.
Tu pensi di non meritarti di essere amata per quello che sei perchè credi di essere sbagliata dentro, di conseguenza tutti quelli che si innamorano di te devono essere sbagliati anche loro. Per questo vai solo a cercare storie con chi ti rifiuta, che non fanno altro che confermare il tuo sentirti sbagliata.
La Bosco narra tante storie, non solo una.
Narra la storia di Marina che si affeziona sempre tanto alla prima persona che le dimostra affetto per poi essere puntualmente delusa.
Narra la storia di Dario, un figlio di papà sempre scontento ma incapace di venire fuori dalle sottane della mamma, anche se la consiglia despota assoluta.
Narra la storia di una famiglia che si regge su equilibri molto delicati, pronti a spezzarsi.
Narra la storia di Christo, uno studente brasiliano che fa perdere la testa a Marina fino ad indurla a mettere sotto i piedi la sua dignità.
Narra la storia di Nic. Un ragazzo misterioso che dice poco della sua vita ma che arriverà a sconvolgere - in un modo o nell'altro - quella degli altri. Forse un po' troppo principe azzurro per essere vero.
 
Sono tante storie in una, raccontate con terminologia a volte scurrile, propria dei giovani di oggi. Probabilmente efficace proprio per questo. Esclamazioni, affermazioni ripetute, slang... danno alla narrazione quel certo non so che di vero che rende le situazioni a loro volta reali.

Marina è una ragazza che soffre. Soffre da sempre. Da prima ancora della morte della madre, da quando vedeva quella donna schiaffeggiata e picchiata da suo padre, sorte che poi di tanto in tanto è spettata a lei. Soffre per non aver ancora capito quale possa essere il suo ruolo nel mondo. Soffre per un fratellino che non vuole lasciare mai e poi mai ma che, comunque, non è suo figlio. Soffre per i continui abbandoni che sembrano segnare la sua giovane vita.
E' una ragazza che, nonostante tutto, riesce a prendere la vita con ironia ma che, non posso non dirlo, mi ha dato sui nervi per la sua passività in parecchie situazioni.
Il finale? Mmmm no, non posso proprio. Ci ho visto un pizzico di magia che non so se si riuscirebbe ad avere nella vita vera.

Con questa lettura partecipo alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori. Si tratta dell'ultimo dei libri bonus proposti per questa tappa.

domenica 4 settembre 2016

Il segreto di Ortelia (A. Vitali)

Il segreto di Ortelia è il secondo libro di Andrea Vitali che mi capita di leggere. L'altro, a dire il vero, era un audiolibro. Stavolta è un libro classico che, peraltro, si presenta davvero bene con una gradevole copertina ed un piacevole formato.
Diciamo subito che questa lettura mi permette di partecipare alla terza tappa della Challenge Le Lgs sfidano i lettori, per l'obiettivo n. 4: un libro nella cui copertina compaia un cappello.
A dire il vero di cappelli ce ne sono due, in testa a due donne, ma me ne basta uno per l'obiettivo.
Oltre che essermi utile per la gara, la copertina è in linea con la storia: siamo nel 1919 e il parroco di Bellano è intento a celebrare il matrimonio che darà inizio a tutto. 
Si tratta del matrimonio tra Amleto e Cirene. Un matrimonio studiato nei dettagli da Amleto che è spinto più dagli affari che non dall'amore per la ragazza: Amleto mira ad ereditare la macelleria di lei e riuscirà nel suo intento. 
Amleto, però, oltre alla soddisfazione dal punto di vista commerciale della sua ambizione, non troverà molto di più nel matrimonio, nonostante tutti gli sforzi messi in campo. Ed ecco che dovrà dare sfogo alle sue pulsioni carnali in qualche modo alternativo, come gli suggerisce il fidato medico di famiglia, al di fuori del letto matrimoniale. Troverà un'allegra compagnia e, allo stesso tempo, un equilibrio matrimoniale nel quale rientra anche Ortelia, figlia sua e di Cirene, concepita subito dopo il matrimonio.

Vitali racconta una saga familiare d'altri tempi, usando anche termini d'altri tempi a dire il vero. Dimostra come certe abitudini non abbiano età e come le donne, vere protagoniste di questo libro, sapessero il fatto loro anche allora.

Cirene ed Ortelia sono le due protagoniste principali. Entrambe le figure partono sottotono e ricoprono un ruolo secondario nella parte del libro per poi arrivare alla ribalta nella parte finale. A dire il vero, fino a metà libro mi sono chiesta se il titolo non fosse sbagliato visto che di Ortelia si parlava pochissimo. Poi la svolta con l'assunzione di un ruolo decisivo.

La narrazione del Vitali è scorrevole nonostante l'uso di termini sorpassati che, però, ben rendono le situazioni del momento. Le scene vengono dipinte con i giusti toni e quella copertina d'altri tempi assume un significato ben preciso solo a lettura ultimata.

La trama è piuttosto semplice, in se, ma l'autore riesce a rendere interessante anche il racconto di un pranzo di nozze con tanto di elencazione del menu. I suoi personaggi sono ben descritti, fanno divertire e il libro nel suo complesso è divertente, nell'assurdità della situazione che, però, passa come una situazione che può davvero verificarsi.
Le due donne trovano il giusto riscatto e non solo loro, a dire il vero.
Quel ruolo di secondo piano, di personaggi sbiaditi e di second'ordine viene ribaltato con abilità. 

Vitali non è mai volgare anche quando racconta situazioni che ben si presterebbero. Propone una lettura gradevole, leggera, senza troppe pretese. 
Libro letto volentieri e che mi fa aggiungere un punto al pallottoliere di questo autore che tornerò a cercare in biblioteca.